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23 settembre 2018

Cultura

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03.04.2018

Il racconto del bambino
pauroso che guarì a Pasqua
Franciacorta

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

La Pasqua mi ha sempre affascinato per il messaggio di fiducia che regala. Ci informa che non sempre è vero che si muore, e che, se succede, si può rinascere. Ci dice, perciò, che non è vero che per forza saremo condannati a ciò che siamo: ciò che non ci piace, si può cambiare. Sempre. Una rinascita, appunto. E se si può rinascere una volta , si può rinascere tante. Tutte le volte che serva. Talvolta il motore dei cambiamenti è incerto. A volte può sembrare incongruo, o un fatto apparentemente irrilevante. Oppure , una persona ruvida e sbrigativa. Semplice. Che semplifichi. Questa è la storia di un bambino della Franciacorta che aveva paura di tutto e cominciò ad abbandonarle, quelle paure che lo rendevano diverso, grazie ad un professore di ginnastica dai modi spicci. Nella scuola media dei primi anni Settanta gli insegnanti del proprio ruolo pensavano fosse più una “missione” che un semplice e mal retribuito “lavoro”. Magari qualche errore l’avranno commesso, ma, credo, sempre all’insegna della buona fede. Quando oggi leggo di genitori che denunciano o aggrediscono professori rei d’aver redarguito troppo pesantemente i loro “diletti pargoli” oppure, di telecamere installate dalle forze dell’ordine per “stanare” pericolose maestre distrutte da un’intera vita professionale nella trincea di infanzie spesso sopravvalutate, mi viene nostalgia degli schiaffoni che ai nostri tempi maestri e professori distribuivano con prodigalità e con il consenso sottinteso e il plauso delle famiglie. E penso che se quegli alunni fossero andati a lamentarsi con i genitori, nella maggior parte dei casi avrebbero ottenuto un surplus di schiaff oni paterni tanto per confermare il pieno sostegno alla Scuola che era un luogo dove bisognava anche imparare il rispetto, dove c’era una gerarchia, dove c’erano sì i gradassi -che non erano ancora diventati “bulli” oggi equiparati dai giornali a pericolosi serial killer- ma che era anche il luogo dove si imparava a crescere. Ma tornando a quel bambino , aveva paura in particolare delle altezze. E degli spazi bui. E dei salti nel vuoto. Soff riva a staccarsi dal suolo e gli venivano pure le vertigini. La palestra della vecchia scuola media era ricavata da un ex- teatrino parrocchiale nel quale erano sopravvissuti un palcoscenico in muratura ed una scenografi a costituita da un balconcino in legno. Una delle prove amate dal professor S.E. consisteva nel metterci un saccone sotto il balconcino dal quale gli alunni dovevano saltare: il salto sarà stato un due metri e mezzo e divertiva tutti i ragazzi, meno uno. Quel ragazzino timido ad ogni nuovo tentativo partiva con una rinnovata determinazione convinto che stavolta ce l’avrebbe proprio fatta, ma ogni volta nell’aff acciarsi dal parapetto traballante vedeva davanti a sé un abisso e si rifi utava di saltare. E il professor S.E che di fronte a qualsiasi genere di criticità dei suoi alunni si faceva punto d’onore di intervenire per risolverla, non riusciva a inventare un modo per far ritrovare al bimbo timido quel po’ di coraggio leggero e di quell’incoscienza svagata che dei bambini dovrebbe essere compagna fedele. Forse era un po’ un “machista” il buon professor S.E., però voleva un bene autentico ai suoi ragazzi e la cosa che più desiderava al mondo era farne adulti “ a posto”, come si diceva allora, e responsabili e scacciarne le insicurezze. Come capitava a molti bambini un po’ sfi gati, quel ragazzino che pure non era occhialuto e ingobbito aveva delle passioni piuttosto eccentriche considerata l’età. In particolare la collezione di francobolli. Ne aveva di tutti i tipi. Ne amava i colori e le forme. Ne parlava a chiunque. Ne aveva parlato anche a scuola durante l’intervallo, mentre casualmente transitava nei paraggi il profe di ginnastica. Che aveva sentito tutto. L’ultima ora del mercoledì precedente la Pasqua era quella di ginnastica. L’ultima ora prima delle vacanze. Ordinatamente i ragazzi entrarono in palestra al seguito dell’insegnante in tuta d’ordinanza con fi schietto appeso al collo. In mano aveva il registro. E una misteriosa busta gialla. Come al solito dedicò i primi minuti al riscaldamento muscolare. In palestra il fi schietto lasciava scie sonore che perforavano i timpani. Ma fra poco si sarebbe andati a casa, per una intera settimana. La bella stagione si annunciava con il solito sorprendente vigore. I ragazzi erano contenti: non sembrava più nemmeno di scuola, quell’ora lì. Al termine degli esercizi preliminari il professore radunò l’intera classe attorno alle pertiche: erano alte sette o otto metri, e terrorizzavano il ragazzo timido perché arrivavano fi no al soffi tto. Lui ci aveva provato più volte a salirci, ma arrivato a metà, sbirciando verso il basso si accorgeva del baratro mostruoso e, sconvolto da quel punto di vista insolito che lo rendeva incerto, se ne scendeva mestamente. Anche quel giorno, quindi, sudò freddo. Il professor S.E. gli porse il registro. E poi aprì la busta. Ne trasse una confezione di francobolli di paesi lontani, dalle forme ampie e dai colori più sgargianti si fossero mai visti. “Questi sono per te, da parte mia e dei tuoi compagni”. Il ragazzo timido allungò la mano per prenderli. Il professor S.E. li rimise nella busta e disse: “Naturalmente te li devi andare a prendere: è così che funziona la vita”. E con un balzo e poche bracciate raggiunse la sommità delle pertiche dove appoggiò la busta sul sostegno in ferro vicino al soffi tto. Scese e intimò alla classe: “Corsettaaa!” e tutti cominciarono a correre lungo il perimetro della palestra. Tutti meno il ragazzino che dal basso guardava quella busta collocato nel più alto dei cieli, quello che sovrastava le sue paure ed era gialla come un sole psichedelico ed inquietante, e tentatrice come il serpente traditore. Non sapeva che fare, mentre apparentemente nessuno si curava più di lui. Che così pensò valesse la pena di provarci, senza dare nell’occhio. E cominciò ad arrampicarsi per andare a prenderseli quei francobolli del cazzo. Nessuno lo stava ad osservare, eppure quando fu tentato di sbirciare verso il basso fu raggiunto dalle voci“… non guardare giù, per dio! Guarda in alto. Vai , cavolo!” E il ragazzino salì fi no in cima. E non fu facile stare aggrappato alla pertica con una mano sola mentre con l’altra prendeva la busta. Ma non avrebbe più dimenticato l’applauso che gli rivolsero i suoi compagni, né, quando fu sceso, la stretta di mano del professor S.E. E allora pianse lacrime calde, mentre stringeva in mano i suoi francobolli che talvolta, anche adesso che ha sessant’anni, prende in mano per ricordarsi che bella storia sia la vita. E quante sorprese possa riservare. So che sei da qualche parte ancora nel mondo, professor S.E., solo un po’ più acciaccato: tanti auguri di buona Pasqua a te. E grazie di tutto.

di Roberto Bianchi

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