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15 novembre 2018

Cultura

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15.10.2018

Il racconto del barbiere
che amava i violini
Bassa Bresciana - Pralboino

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Non era esattamente ciò che si sarebbe potuto definire un Salone quella botteguccia che, con la sua insegna arancione che strillava alla strada l’attività di barbiere, se ne stava incastonata in Palazzo Bettoni e affacciata su Via Capriolo, una delle grandi ordinate del Carmine. E probabilmente il signor Domenico Migliorati, che nei suoi occhietti furbi ospitava spesso il lampo dell’ironia compassata di chi non prende troppo sul serio nemmeno se stesso, se si fosse sentito definire “coiff eur” si sarebbe messo a ridere per accantonare quella che gli sarebbe apparsa soltanto come una ingiustificata stranezza linguistica. Del resto, veniva dalla Bassa e da un altro Tempo, e come per il Ferro e il Fuoco in mano a Vulcano, ciò che ne era uscito era una persona gentile, ma determinata, non priva di sogni anche se consapevole che non sempre la Vita li avrebbe resi realizzabili, fedele praticante della religione del Lavoro e con in testa e nel cuore, innanzi tutto, la serenità della propria famiglia. Era nato e cresciuto a Pralboino dove i suoi gestivano un’osteria di quelle di una volta. Mi ha raccontato, quando qualche anno fa - prima che se ne andasse - l’ho conosciuto, di quando suo padre andava a fare provviste a Cremona e lo portava con sé, e poi, una volta arrivati nella città delle tre T “turòon, Turàs, tetàs”, lo depositava da un amico mentre se ne andava a fare le proprie commissioni. Ma Cremona è ed era nota nel Mondo soprattutto come la città dei violini più preziosi, e anche quell’amico di papà faceva il liutaio. L’amore per il legno, e per il violino che ne è uno dei prodotti più nobili e straordinari, nel piccolo Domenico nacque proprio allora, dentro quella bottega artigianale, e non l’avrebbe mai più abbandonato. Avrebbe imparato anche a suonarlo, lo strumento, ma soprattutto avrebbe imparato a costruirlo, che non è roba da poco non solo per la necessaria abilità manuale e tecnica, ma anche per tutte le altre a competenze necessarie, a partire da quella di saper scegliere il legno più adeguato. Poi, però, però bisognava pur obbedire agli ordini della Vita che è quella cosa che, con la sua segnaletica, talvolta presenta dei crocevia dalla direzione obbligatoria. E allora, prima il lavoro, chè quello serve ad andare avanti serenamente e crescere i fi gli e la famiglia. E dopo un pò il trasferimento in Città – chè le opportunità sono maggiori, mentre i fi gli bisogna farli studiare - nella zona Ponte Crotte dove iniziò a fare barbe e capelli e quando la sera chiudeva il negozio andava qualche ora dietro al bancone del bar che la moglie gestiva durante il giorno. Ma quell’amante esigente che aveva conosciuto da bambino continuava a tormentarlo e un retro bottega dove poter installare un banco da lavoro e un pò di attrezzi per il legno doveva sempre garantirselo, quasi il pied a terre di una passione dello spirito, inoffensiva per l’equilibrio famigliare e forse addirittura corroborante di un’identità composita. Infine il negozio nel vecchio quartiere di Brescia, dal quale cominciarono a passare altri come lui, con passionacce segrete legate al suono vellutato dei violini. E allora non era inusuale, passando davanti alle sue vetrine, sentirne promanare suoni quasi viennesi, che ti sembrava di essere al Prater. E anche per questo che pensandoci mi viene in mente Chagall, nella cui pittura il violino ricorre più volte, e penso che forse la cifra dell’attaccamento dei due allo strumento fosse la stessa e e il barbiere condividesse con il pittore quella specie di “morbosità” per la quale lo strumento diventava anche qualcosa di più e di altro: un simbolo, un mezzo per capire il Mondo, un modo per interrogarsi sulla Vita e sulla Morte, la chiave del segreto di Dio. Forse, più semplicemente, la chiave di una vita più serena. E se questa è fi n qui una bella storia, lo diventa ancor di più quando con quel magnetismo misterioso che ordina il Mondo e fa incontrare le vite e che per comodità chiamiamo Destino, fa intersecare, nei primi anni Novanta, la storia di Domenico che viene da Pralboino, al confi ne con il cremonese con quella di una ragazza di nome Valbona che viene da Bajram Curri, una frazione di Tropojë in Albania, al confi ne con il Kosovo. Una ragazza che ha venticinque anni e studia musica da quando ne aveva sette. E gira il mondo, con poco o niente in tasca , pur di poter suonare. Partecipa a concorsi internazionali. E proprio ad un concorso a Cremona sarà selezionata, per studiare per un anno con Accardo. E’ ospitata nella nostra città da una connazionale, amica e musicista pure lei. Ma i soldi sono pochi, e allora Valbona li va a cercare sotto i portici di Corso Zanardelli: in cambio offre ai passanti le note di un pezzo estremamente diffi cile, la “Ciaccona” di Bach. Ma quel giorno è il giorno in cui il Destino ha deciso di interessarsi di una piccola donna albanese che forse ha pagato in anticipo ed in misura esagerata per ciò che ha avuto dalla vita, e forse per onestà pensa di darle un pò di più, e il Destino infila fra i passanti un insegnante del Conservatorio di Corso Magenta. Nessuno come lui può capire la difficoltà di quella musica. Nessuno come lui può capire la magia di quel tocco. Di quelle dita lunghe. Di quello sguardo perso in un Tempo e in un Luogo lontani. E ne è talmente turbato che decide di scrivere al giornale, perché un talento che ha attraversato il mare non può annegare nella miseria, perché quella ragazza di cui sa poco, e che va a cercare più volte, da qualche giorno non riesce proprio più a incontrarla, e invece vorrebbe venisse aiutata. Ma il Destino stavolta fa le cose in grande, e decide di far leggere quella “lettera al Direttore” anche ad un barbiere di provincia dallo sguardo mite e dal cuore vibrante come la coda del cavallo quando è già diventata archetto. Decide, infine, che l’insegnante vada al Grande per un concerto e nella folla davanti alla gradinata incappi proprio in Valbona, che è lì che vorrebbe investirci il poco denaro che possiede per un posto in loggione. È seguendo gli scherzi misteriosi del Destino che Migliorati potrà donare, come buon auspicio a Valbona,un suo violino fra i migliori, talmente perfetto da aver vinto un concorso e il cui valore è stimato in diversi milioni di vecchie lire. E la storia la interrompiamo qui, quando si è trasformata in una storia di confini che si annullano e di persone che si incontrano, di emozioni che illuminano una storia infinita che pure nasce dalla provvisorietà degli uomini ed fatta dai loro cuori sconosciuti ed estemporanei. La facciamo finire qui, mentre osserviamo l’”infinito” nascere dal “finito”, proprio come la musica, che nasce da quei pochi suoni che chiamiamo note.

di Roberto Bianchi

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