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20 novembre 2018

Cultura

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19.03.2018

Il racconto del
brutto anatroccolo
Valle Trompia

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Percorrendo la Strada Provinciale Bresciana 345 (costantemente intasata di veicoli pesanti e automobili, è defi nita “delle Tre Valli” proprio perché mette in comunicazione la Trompia con le altre due importanti valli bresciane, la Sabbia e la Camonica), soprattutto percorrendola nelle ore di punta di una qualsiasi giornata lavorativa, si ricava un’impressione sconfortante della Valtrompia che, peraltro, non ha mai goduto di una gran fama – se si escluda l’ambito della lavorazione del ferro e della produzione metallurgica e delle armi – ed è sempre stata percepita dai più soltanto come un’enorme fabbrica a cielo aperto e nient’altro. Un brutto anatroccolo piuttosto produttivo, ma riuscito decisamente male, insomma. Ma, così come nella favola di Andersen è solo una questione di tempo che permetterà di scoprire la vera natura di quel volatile ridefi nendolo così da gran brutto pennuto a splendido esemplare di cigno, allo stesso modo, per quanto riguarda la nostra Valle, è solo questione di cambi di percorsi (e quindi di punti di vista e, perciò, sia consentito il gioco di parole, di vita) con l’ abbandono delle vie più praticate, piegate dalle ragioni del lavoro e del reddito, scovare la possibilità di scoprire una miniera di emozioni e suggestioni che talvolta possono lasciare senza fi ato. Già, le miniere, delle quali abbiamo parlato in altre occasioni – così come delle fabbriche (e dei caratteri delle persone che qui sono nate e cresciute e si sono forgiati all’insegna della durezza, della fatica e del sacrifi cio) e del Ferro (l’importante materia prima che da secoli ha fatto la fortuna di un luogo dove si sono sempre prodotte speciali armi, dalle spade di secoli fa fi no alle pistole che adesso vengono vendute in tutto il Mondo) e dei suoi Maestri, talmente bravi nel lavorarlo da provocare per ben due volte (fi ne Quattrocento e primissimo Cinquecento) persino l’arrivo di Leonardo Da Vinci che proprio a Tavernole approdò per studiare i processi di produzione e individuare le possibili innovazioni praticabili nell’ambito della siderurgia al carbone di legna. E’ un’avventura che riserva piacevoli sorprese quella che si vive abbandonando i percorsi tradizionali aggregati intorno ai centri più importanti della Valle e inoltrandosi nella sua parte più irta, per certi versi poco conosciuta e per altri suggestiva e misteriosa. Si possono, così, trovare tracce artistiche e storiche di culture ormai estinte, opere d’arte sopravvissute al tempo, scenari naturali che dal tempo sembrano essere stati ignorati e ci rimandano perciò, a epoche in cui la vita delle persone era senza altro più dura, ma anche più umana. E si trovano talvolta singolari curiosità e testimonianze. Parlando d’arte, con particolare riferimento alla pittura ed alla scultura religiose dislocate per centri anche piccoli della Valle, si può ammirare il lavoro sia di pittori importanti Romanino, Moretto, Foppa, Pietro Scalvini che di altri, semplicemente autori di lavori ben fatti, ma comunque signifi cativi dal punto di vista storico. Va ricordato, infatti, che il patrimonio artistico della zona è molto ampio se la sua catalogazione, realizzata fra il 2.000 e il 2001 a cura del Sistema Informativo dei Beni Culturali della regione Lombardia ha prodotto ben un migliaio di schede provviste anche di documentazione fotografi ca. Quando si estenda l’attenzione all’architettura, l’elenco di opere che ne esce anche in questo caso è piuttosto nutrito e sottolinea di come il sentimento religioso abbia qui particolarmente attecchito: dal santuario di S. Maria della Misericordia o della “Madonna di Bovegno” forse il più celebre della valle che sorge arroccato sul versante della montagna che conduce verso Bovegno, alla chiesa di San Filastrio a Tavernole, un vero e proprio complesso monumentale, data l’entità degli spazi annessi che comprendono la chiesa e l’annessa cappella (che conserva un pregevole ciclo pittorico del Quattrocento dedicato alla vita di S. Domenico ed è attribuita alla bottega cremonese dei Bembo) cinta da una cancellata. E ancora: il Santuario di S.Maria Addolorata o Madonna delle Fontane, Il Complesso Conventuale di S.Maria Degli Angeli eretto per volontà di San Bernardino da Siena grazie ad una donazione elargita dalla famiglia Avogadro nel 1442 e consacrato il 29 settembre 1513 e dove, dietro l’altare maggiore, troneggiava un grande polittico del Moretto smembrato tra Brera e Louvre dopo le soppressioni napoleoniche. Oppure il complesso della Pieve della Mitria, che è quello che mi aff ascina di più di tutti perché l’attuale chiesa, sopraelevata e ampliata tra la seconda metà del XV secolo e l’inizio del XVI, è stata costruita su precedenti edifi ci cultuali risalenti addirittura all’epoca romana e suscita rifl essioni su come il culto cristiano si sia inserito in quelli pagani precedenti, e non solo dal punto di vista delle architetture. Anche alla Mitria c’era uno spazio destinato a scheletri e, prevalentemente, teschi, e molti sono stati sottratti anche in tempi non lontanissimi e nei quali la protezione e la difesa del sito erano meno attente. Ora si possono vedere ammassati, ma da lontano, inavvicinabili. Tra gli autori degli aff reschi votivi che adornano la chiesa si annoverano alcuni grandi maestri di scuola bresciana, tra cui Altobello Melone, discepolo del Romanino, Paolo da Caylina il Giovane e Vincenzo Civerchio. O, ancora, il Santuario di S.Onofrio, nel comune di Bovezzo (ma raggiungibile comodamente in automobile da Lumezzane) dove l’elemento più sorprendente è il ricco ciclo pittorico che ricopre la quasi totalità della navata con una serie di scene, narranti la vita dell’anacoreta. E sono solo alcuni esempi, che confermano l’Italia quel paese dove basta alzare lo sguardo per incrociare importanti vestigia del passato. Del resto, per dire, proprio a margine della strada che taglia per Concesio, dopo la rotonda che porta sulla sp 19, a fi anco del marciapiede, c’è un pezzo sopravvissuto di acquedotto di epoca romana, così, che sembra buttato lì casualmente! Ma la Valle Trompia, con i suoi sentieri, e i corsi d’acqua, e le discese e le salite in mezzo ai boschi è anche in grado di raccontarci la magnifi cenza della natura quando sia particolarmente generosa verso l’Uomo e gli regali sensazioni che assomigliano assai a miracoli per ritemprare lo spirito. Per dire: staccandosi circa cinquecento metri in linea d’aria dallo stradone subito dopo Gardone ci si ritrova immersi nella valle d’Inzino da dove, incespicando lungo il fi ume, si arriva fi no al Monte Guglielmo mediante un percorso che non è particolarmente impegnativo nemmeno per uno come me con le sue mille sigarette al giorno. E d’estate ci si può fare il bagno in quell’acqua fresca e che aff ascina per le sue trasparenze. E sempre ci si può rendere conto di come splendidi cigni si nascondano sotto le spoglie di brutte anatre. Basta solo aver voglia di vederli.

di Roberto Bianchi

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