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sabato, 21 ottobre 2017

Il racconto del diavolo dentro
al campanile. Il Santuario della
Stella a Gussago (seconda parte)

Fotografia di www.ilariapoli.com

Di esorcismi presso la Chiesa della Stella in quattrocento anni di vita e in quasi quarant’anni di attività di don Negrini (il prete esorcista che ne era il cappellano) ne sono stati compiuti in grande numero, come testimonia anche la quantità di ex voto che ne adornano le pareti interne. Nel tempo, però, oltre ad essersi consolidato il culto dei fedeli iniziato proprio a causa dell’apparizione della Vergine, venne aff ermandosi una curiosità verso il Santuario magnetica anche per chi “fedele” non lo era per niente. Il luogo possiede tutti i requisiti adeguati che, all’epoca, colpivano con grande forza la fantasia semplice della gente comune. E’ immerso nel verde, appartato in cima alla collina che sovrasta Gussago e di sera assume un aspetto inquietante e misterioso. Quando scendeva il buio non ci si trovava più anima viva (successivamente sorsero dei ristoranti) e si trasformava, così, nella meta ideale per coppie in cerca di intimità. Per la stessa ragione era diventato anche il paradiso di numerosi voyeur che arrivavano da tutta la Franciacorta per spiarle, le coppie che l’intimità l’avevano trovata. Tuttavia non sorsero mai problemi: sia gli “osservatori” che gli “osservati” operavano in silenzio e aspiravano all’invisibilità rendendosi inconsapevolmente collaborativi. Verso la fi ne degli anni Settanta avvenne un fatto singolare che vi attrasse una quantità di curiosi come non s’era mai vista prima. In una calda sera d’estate una coppietta, dopo aver trascorso parte della serata con gli amici in piazza a Gussago, raggiunse in scooter il Santuario per stare insieme, lontano da occhi indiscreti. Raccontarono poi di aver sentito, mentre erano sdraiati nell’erba, un suono dalla natura indefi nita, ma dall’eff etto così spaventevole che bastò per distoglierli dai traffi ci sotto i vestiti, mentre anche il silenzio cominciava ad impaurirli. Si può immaginare che, vagamente increduli, si siano messi seduti in ascolto per capire da dove provenisse il suono. Quel che è certo è che appena l’ebbero intuito si alzarono ancora mezzi svestiti, saltarono sul motorino sconvolti e ritornarono in paese per raggiunsero gli amici. Raccontarono la loro avventura: in particolare dissero che avevano sentito come se qualcuno stesse “respirando”. Non erano riusciti a capire da dove provenisse, ma sembrava un “respiro”. Era diff uso nell’ aria, come se a emetterlo fosse stato un gigantesco animale ronfante. E la bestia dormiente era loro sembrata fosse proprio il Santuario! Partì immediatamente una carovana di ragazzi eccitati in motorino che serpeggiò lungo la collina con il tipico baccano di quelle notti estive: marmitte sfondate e clacson. Lungo il percorso, con i sensi allertati, notarono anche i rapidi movimenti di frasche e alcune macchine apparentemente vuote che accendevano i motori per andarsene alla svelta. Giunti a destinazione impiegarono non poco per riuscire a capirci qualcosa: l’euforia unita alla volontà di mostrare un coraggio che in realtà si davano l’un l’altro a forza di sghignazzate, comprometteva l’indispensabile silenzio. Quando si furono acquietati, però, lo sentirono distintamente quel respiro: grave e terrifi cante. Agonico. Che sembrava voler parlare dei patimenti dell’Inferno. Quei ragazzi avevano appena scoperto il fenomeno che avrebbe riempito le sere a venire di numerosi bresciani. Ancora adesso,e sono passati quarant’anni, mi chiedo come sia stato possibile che, nel giro di solo pochi giorni, la Stella diventasse la meta di migliaia di persone che ci andavano sì a prendere il fresco, ma, soprattutto, a cercare di sentire quello che ormai era diventato per tutti il “respiro del Diavolo”. E a interpretare con ipotesi suggestive ciò che non era spiegabile. Ora, in tempi di social network, chiunque pubblichi un post su fb sa che poco dopo il suo racconto sarà arrivato ovunque. Ma allora? Gli unici social, per niente network, erano i negozi, i bar e i barbieri. E le chiese. Non i quotidiani: proprio un quotidiano locale mi mandò sul posto per fare un servizio, ma solo giorni dopo, perché il caso era già scoppiato da solo. E allora, come aveva fatto la notizia a dilagare così velocemente destando la curiosità della folla che accorreva per verifi care di persona? Raggiungere il Santuario non fu diffi cile, servì, in fondo, soltanto un po’ di pazienza: la salita che solitamente richiedeva non più di cinque, dieci minuti, si protrasse per più di un’ora. Quello che mi fu ben chiaro appena arrivato fu che da lì il vero problema sarebbe stato tornare a casa prima dell’alba: c’era una moltitudine che occupava tutta l’area e aff ollava anche gli spazi liberi fra i tronchi delle prime fi le di piante del vicino bosco. I più organizzati s’erano portati il tavolino e le sedie da campeggio e si scolavano qualche buon bicchiere di vino, proprio come in un pic nic. E sì, nonostante ci fossero migliaia di persone, il respiro del Demonio lo sentii distintamente pure io, che non mi capacitavo e ci ridevo su, e che mi sembrava proprio provenire dal Campanile. C’erano un paio di vigili urbani, numerosi volontari che si occupavano di far parcheggiare le auto ordinatamente lungo la strada e alcuni militi dell’Arma, ché non si sa mai, e la sera successiva, infatti, procedettero al fermo di un signore di mezza età che si era presentato in ciabatte, canottiera, braghe corte e doppietta in mano per sparare all’abusivo della torre, chiunque fosse. Come si seppe successivamente l’uomo non l’aveva poi vista del tutto sbagliata, perché un conosciuto naturalista locale dichiarò che probabilmente, dentro la torre, c’era un nido di barbagianni. Spiegò che al momento della schiusa delle uova i piccoli emettono un suono tipico molto simile ad un respiro. L’amplifi cazione naturale del campanile aveva fatto il resto e fornito a quei suoni, originariamente poco più che striduli, la consistenza e il timbro demoniaco del respiro dei dannati. Io non lo so se la caduta di Lucifero nell’Inferno sia stata davvero veloce e improvvisa; quello che ricordo è che quella sera la mia discesa dal paradiso refrigerato della collina verso l’inferno di asfalto bollente fu lunga e diffi coltosa: ci misi ore in colonna a fare quella manciata di chilometri. La stampa locale comunque dedicò un pezzo all’evento che però, ormai, si andava rapidamente sgonfi ando da solo: una volta svelata la vera ragione di quel fenomeno, infatti, non era più possibile fi ngere di credere al soprannaturale per crearsi un diversivo. L’area ritornò in breve deserta, e tutti i curiosi al caldo torrido delle proprie case. Salvo, naturalmente, le coppiette ed i voyeur.