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martedì, 24 ottobre 2017

Il racconto del divertimento:
Desenzano, Manerba,
Moniga, Padenghe: Il Garda

Fotografia di www.ilariapoli.com

Sostiene A. Schopenhauer nella sua opera più nota “Il Mondo come volontà e rappresentazione” che “ad eccezione dell’uomo, nessun essere si meraviglia della propria esistenza…”. Se ne può desumere che una delle diff erenze più grandi fra l’Uomo e gli altri animali consista proprio nella capacità del primo di pensare la Morte e di sorprendersi, talvolta, in compagnia dell’immagine che se n’è fatto: una compagnia piuttosto sgradevole da sopportare. Sapere che la Signora con la falce è già in paziente attesa mentre noi inconsapevolmente ci agitiamo per le cose del mondo, probabilmente non fa molto bene allo spirito. L’Uomo non sa più cosa inventarsi per sfuggire al pensiero dell’ inevitabile appuntamento che, come ci cantò Vecchioni, lo aspetta in quel di Samarcanda. Ma qualcosa lo deve pur inventare per continuare a sorridere. Ci sono molti posti che stanno dall’altra parte dell’Universo rispetto a Samarcanda, luoghi di allegria a camionate, dove puoi divertirti e perderti. Dove gli aspetti più piacevoli dell’esistenza - grazie, da un lato, alla naturale bellezza dell’Ambiente ed al clima decisamente complice e, dall’altro, all’intervento dell’ Uomo che intelligentemente ha deciso di affi ancarvi divertimenti più artifi ciali e forse più illusori – riescono ad allontanare i pensieri negativi. Ne abbiamo anche in Italia, di posti così. Ne abbiamo anche da noi, nel bresciano, e il litorale del Garda ne è la zona più fornita. D’altro canto un lago con 125 chilometri di perimetro (ancorché condivisi con le province di Trento e Verona), parte già bene di suo. Sulla sponda bresciana le spiagge, da Desenzano a Padenghe a Moniga a Manerba sono ben attrezzate e, per davvero, sono per tutti i gusti e per tutte le attitudini: da quelle più convenzionali, fatte di ombrelloni e pedalò, per le famiglie con bambini, a quelle per i single in cerca di avventure o per gruppi, diciamo così, più “eccentrici” e necessitanti di “riservatezza” e di una “discreta” disattenzione. Da qualsiasi punto lo si osservi,tuttavia, lo spettacolo delle vele sull’acqua azzurra del lago, o delle acrobazie volanti di irriducibili spericolati nel cielo, continuano a rasserenare e divertire e ad allontanare i cattivi pensieri dagli occhi di chiunque. Ci sono poi i centri storici delle cittadine, a partire da quello della perla del Lago, Sirmione, che potrebbero convincere anche i più riottosi, potendoselo permettere, a trasferirsi qui in pianta stabile. A tutto ciò si aggrega in maniera determinante l’insieme di quegli straordinari palliativi dell’anima costituiti dagli alimenti per il corpo: terra di vini e cibi ottimi, il Garda. Per noi ragazzi di una volta, era anche altro. Vuoi per l’alta concentrazione di turisti stranieri, vuoi per i prezzi sensibilmente più rilevanti rispetto a quello d’Iseo, il Garda era la meno “bresciana” delle mete e quando ci arrivavi sentivi di esserti decisamente allontanato da casa, dalla scuola, dalle abitudini della quotidianità. Se non potevi andare nei locali rinomati della costa romagnola, potevi sempre andare a Desenzano : praticamente approdavi a Riccione o Rimini, impiegandoci meno tempo e risparmiando pure. In queste zone in particolare l’attrazione era costituita da alcune discoteche che poi avrebbero fatto storia e moda e sono rimaste nella memoria di tutti. Fu nella zona del Lago, per esempio, che alla fi ne degli anni Ottanta sorse il “Genux, la discoteca (con la pista) più grande del mondo” e i giovani che arrivavano a frotte alla stazione di Desenzano per prendere il pulmino che ce li avrebbe portati, sicuramente avranno versato più di una lacrima nel 1997 quando venne demolita. Ma è stato soprattutto il cambio di abitudini a decretarne la fi ne: più pista da ballo e meno tavoli, una volta; più tavoli e meno pista, oggi. Un altro tempio delle notti era il “Sesto Senso” aperto verso la fi ne dei Settanta che in breve era diventato un “tempio” all’insegna del glamour, della moda, con una ricerca di esclusività che portava a selezionare la clientela. Sapevi cosa ci trovavi, lì, se riuscivi ad entrarci, e quando uno dei sacerdoti della superfi cialità, così tipica degli anni Ottanta, Jerry Calà, la elesse a“locale fra i preferiti” il Sesto raggiunse una fama ed un gradimento dif- fi cilmente ripetibili. Del resto erano gli anni dell’ “edonismo reaganiano”, quelli, della prevalenza del “look”, di bottiglie costose, ragazze e soldi facili, cocaina. Nell’aprile del 2008, il “Sesto” venne incendiato notte tempo, forse per una di quelle faide che regolano i rapporti fra i locali della notte, per essere poi riaperto qualche anno dopo. Nella mia memoria, però, il vecchio “Sesto” di prima non sarà mai più recuperabile. Dal secolo scorso arriva anche l’“Art Club” di Desenzano, aperto da Madame SiSì, un tempo Carlotta, drag queen di lungo corso diventata negli anni un personaggio arcinoto e “la” regina della notte all’insegna della speranza esibita di “educare prima dalla vita in su, e poi di liberare i pensieri dalla vita in giù”, che come dichiarazione di intenti non è proprio per niente male e caratterizza anche oggi il locale più trendy per tutta la comunità LGBT Quello che per sempre mi porterò nella memoria, però, è un locale che ora non c’è più, il “Carnaby” di Desenzano. Ci arrivai una sera, del tutto ignaro di cosa fosse, con un amico delle Medie nel frattempo scopertosi gay. Eravamo negli anni Settanta e nemmeno immaginavo potessero esistere posti simili: al mio paese d’origine i pochi sospettati d’essere omosessuali venivano presi in giro per strada. Più che una discoteca, infatti, era una balera, e anche per uno come me che ci teneva ad apparire trasgressivo sembrava piuttosto inverosimile la vista di signori di ceppo borghese-impiegatizio-ceto medio, spesso più che quarantenni ,comunque forniti di calvizie tipiche e pancette standard (i fi sici scolpiti e le “tartarughe” addominali non avevano ancora raggiunto l’importanza attuale) abbracciati a partner simili nell’aspetto o, per i più fortunati, a efebi sregolati e diabolici e dannati che ce l’avevano stampata sulla schiena la condanna ad essere artefi ci di cattivi pensieri. Ed in eff etti c’era un gran via vai di baci appassionati, e strusciamenti e l’area esterna era imbottita di auto che non sembrava proprio fossero vuote visto come sobbalzavano ritmicamente nel buio. E il mio imbarazzo inseguiva la mia curiosità. Bruciato pure il “Carnaby”, qualche anno fa, e andato via per sempre pure lui. In compagnia dei miei vent’anni, delle notti che non fi nivano mai e dei giorni da sprecare. In avanscoperta lungo il sentiero ormai in discesa che porta alla piazza del mercato di Samarcanda.

 

di Roberto Bianchi