23 gennaio 2019

Cultura

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01.10.2018

Il racconto del Divin Maiale
(che non è una bestemmia).
Fiesse

Non è che la facciano soltanto a Fiesse, anzi, sono numerosi i comuni padani in cui associazioni e volontari si danno da fare per mantenere viva quanto meno la memoria di certe tradizioni. Tuttavia, per quanto mi riguarda, è quella di Fiesse, nella bassa bresciana, la vera e indimenticabile sagra del maiale che, più propriamente qui è chiamato pursèl. Solo quando vado lì, prima di commuovermi come un coccodrillo a causa della digestione sempre più faticosa, mi commuovo come un sopravvissuto inseguendo i brandelli di memoria che la definitiva giubilazione del porco mi suscita, forse perchè sono di quella generazione di anzianotti, almeno per questa ragione fortunata, che ne ha molte di cose da ricordare di tutti gli anni che se ne sono andati così rapidamente. Fra queste, occupa una posizione di rilievo la liturgia a metà fra il rito tribale e la previdente produzione di riserve alimentari – svolta peraltro con rigorosa sapienza - per la stagione fredda che era l’uccisione del maiale. Certo, lo spettacolo per certi versi era drammatico da vedere “chè la bestia se lo sente che è arrivato il suo giorno, perché il maiale se lo sente sempre, perché è intelligente”, scandiva misteriosamente el scanì mentre si preparava. Il porco poi veniva accoltellato con uno stiletto fatto apposta e le sue urla assordanti spaventavano noi bambini e impressionavano le donne disposte sull’aia in attesa di una giornata di duro lavoro: infatti avrebbero dovuto collaborare, chè quell’incombenza coinvolgeva l’intera famiglia. Dopo averlo passato con spatole che servivano a togliere le setole iniziava lo scempio vero e proprio che consentiva davvero di non “buttare via niente”, chè anche il sangue veniva raccolto in secchi e ci si faceva la torta o sanguinaccio; persino gli ossi sarebbero stati fatti bollire per cavarne i pochi brandelli di carne pervicacemente rimasti attaccati, chè non ci sarebbe stato nessun altro modo per poterli consumare. Non si scartava proprio niente di quell’animale cresciuto mangiando qualsiasi cosa, ma sempre di scarto: una specie di Re Mida che doviziosamente restituiva in oro per il palato ciò che aveva assunto. Per dire: dal poco, il tanto. Un po’, sempre per dire, come il cotechino, che alla fi ne non è altro che l’ insaccato di un impasto poco nobile ( cotenna, carne di tagli non pregiati e, quando va bene, un po’ di pancetta), ma che mentre ti si scioglie in bocca ti illustra fi n nei particolari cosa sia un orgasmo multiplo. In ogni caso il tourbillon di immagini seppiate ed echi lontani mi avvolge ogni qualvolta porto la forchetta alla bocca. La contemporaneità tende a rimuovere la curiosità in merito ai meccanismi che provocano l’arrivo delle “cose” nei negozi, preferendo di gran lunga suggerire al consumatore di concentrarsi sulle merci in sé. Non deve importare poi molto, è il sottinteso, se dietro al capo d’abbigliamento fi rmato ci sta lo sfruttamento intensivo di bambini di altre latitudini, così com’è ancor meno gradita la curiosità rispetto al percorso che carne e frutta compiono prima di venire allineati negli scaff ali dei supermercati dove sono diventati cibo. Compra, paga e vattene. Però ci sono polli, che in realtà sono pulcini gonfi ati con un doping che poi trasferiremo anche nel nostro organismo, che vengono allevati e cresciuti, immobili reclusi, in enormi capannoni industriali in attesa che raggiungano prima possibile il peso minimo per essere venduti. Oppure bovini che vengono irresponsabilmente “pompati” con estrogeni: povere bestie dalle quali si trarranno fettine dalla singolare caratteristica di “ridursi” a vista d’occhio durante la cottura in padella. La frutta che consumiamo corrisponde a tutti i crismi estetici (o piuttosto vogliamo chiamarli “parametri commerciali”?) imperanti per forma, aspetto e peso salvo che ad uno, quello relativo al sapore: spesso, infatti, non sa di niente. In compenso non segue più il corso delle stagioni e indistintamente si può trovare qualsiasi frutto in qualsiasi momento dell’anno: un vero peccato! A noi l’assenza o la presenza di certa frutta serviva anche a connotare le diverse stagioni: le arance d’inverno, l’uva a settembre, le albicocche a giugno. E aff rettarsi a mangiarne, perché fi nita la stagione era fi nita la frutta.. E in più, la nostra di frutta non inquinava perché non veniva trasportata da altri mondi mediante aereoplani . Risulta che nelle scuole dei più piccoli, soprattutto in città, si sia diff usa l’attività di portarli a visitare le fattorie o i piccoli allevamenti anche per scacciare l’idea che le fragole crescano dentro a sacchetti di cellophane, le bistecche siano prodotte a macchina e il vino venga raccolto già dentro funzionali confezioni di tetrapack. E’ solo questione di tempo, ma avverrà che quando a un bambino di città capiterà di vedere una gallina subirà lo stesso straniamento di origine esotica che provavamo noi quando andavamo in Castello a guardare il bolso orso bruno che ciondolava in gabbia tutto il giorno o ad ascoltare il rauco ruggito di leoni in crisi d’identità. Talvolta però la Natura si vendica: irrompono così nel nostro mondo plastifi cato infezioni aviarie, sindromi di “mucche pazze” et similia. Talvolta provocano il decesso di ignari consumatori colpevoli solo di aver cercato di risparmiare qualcosa consumando “l’imitazione” di ciò che un tempo era la Carne, quando però, ed è anche questo pur vero, non tutti la potevano consumare, perché erano in pochi a potersela permettere e la prevalenza del vegetarianesimo era una necessità economica e non una scelta ideologica. Resta da capire se , in fondo, non fosse meglio allora, almeno dal punto di vista della salute e del gusto; resta da stabilire se proprio non sarebbe possibile una buona via di mezzo nella quale l’allevamento industriale intensivo tenesse conto delle ricadute sulla salute della gente. Resta la certezza sempre valida che – così come per cavare il sale dall’acqua di mare bisogna bollirla, disperdendola - per avere qualcosa bisogna perdere qualcos’altro. Quelli di Fiesse, che è giu in fondo al territorio bresciano – proprio al confi ne fra Mantova e Cremona- con la loro Sagra, che ormai ha quasi trenta edizioni alle spalle, cercano di mantenere viva una tradizione antica: l’ospite consapevole e attento che non si perda soltanto fra piatti e bicchieri di vino robusto e sincero si chiederà e capirà da sé la forza e il signifi cato della tradizione più rurale che esista: quella relativa all’allevamento, all’uccisione e al consumo di maiale. Sempre, però, che non si perda per strada come capitò a tal Cirtoli che arrivò da Milano, dov’era immigrato per lavoro, con amici e fece le sue brave ordinazioni e pagò il dovuto e poi si sedette ai tavoli della palestra. E tutti si attaccarono al vino rosso robusto che circolava e si dimenticarono delle nefandezze della vita e solo verso le tre e mezza si accorsero che la gente scemava e loro non avevano ancora mangiato e cominciarono con le rimostranze e le proteste, salvo accorgrsi, solo alla fi ne, che s’erano dimenticati di consegnare gli scontrini alla cucina per riceverne in cambio i piatti succulenti. Colpa loro, quindi, che dovettero accontentarsi del poco che era rimasto. Capita, quando ci si fa prendere dalla gola in un epicureo vortice di sensualita, zio porco.

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