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17 novembre 2018

Cultura

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08.10.2018

Il racconto del fiore
del partigiano Felice
Val Trompia – Val Sabbia

Uno come me, che di persone a cui è consapevole di dovere qualcosa ne ha un esercito, è decisamente convinto che tutti quanti abbiamo dei debiti di riconoscenza nei confronti di gente che nemmeno abbiamo mai conosciuto. Probabilmente è per questo che non mi convincono i molti a cui piace poter affermare, spesso tronfiamente, d’aver fatto tutto da soli e, quindi, di non dover dir grazie a nessuno. Sono convinto non sia quasi mai così. E ci mancherebbe altro visto che l’umanità nel suo insieme, in particolare quella parte che ci sta più vicina, costituisce una specie di organismo vivente nel quale proprio l’interazione delle parti è il motore che la fa andare avanti: persino il sistema solare se ne sta su appiccicato nel cielo grazie all’equilibrio delle forze attrattive e repulsive dei singoli pianeti e, com’è noto, i pianeti non posseggono dei sentimenti, che sono forse la più grande ragione d’essere di quel meccanismo che l’attrazione e la repulsione le suscita e le governa. In fondo è proprio come sosteneva Hemingway quando scriveva che nessun uomo è un’isola. Lo scriveva in un grande romanzo sulla guerra di Spagna e finiva così: “e dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona per te”. Poco più su aveva scritto: ”La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’Umanità”. Parole pesanti come pietre e dello stesso valore di quelle preziose, di pietre. Parole che bisognerebbe far copiare cento volte in bella, come si faceva una volta con gli scolari asini, a qualche ministro di recente nomina. Parole che mi inducono un pensiero conseguente, a mò di chiosa non richiesta, che se quella è la premessa allora deve essere vero che la vita di certi uomini può arricchire quella di altri, e per lungo tempo a venire, proprio perché tutti siamo umani. A volte i gesti di altri che ci hanno preceduto li rendono eroi nel tempo e per sempre. Altre, rimangono circoscritti nella memoria dei tanti o pochi che sono venuti dopo. Non sempre c’è una ragione a giustificare la gloria. Non sempre ce n’è una che giustifichi l’oblìo. Ma è la vita che è fatta così e non possiamo farci proprio nulla. Per quanto mi riguarda il massimo che posso fare è raccontare le vicende poco note di persone poco conosciute. Sperando serva a non dimenticarle del tutto. E’ morto intorno a Ferragosto, il Felice di Mura. Come talvolta capita ai giusti ha vissuto a lungo. Infatti aveva compiuto un secolo proprio un paio di mesi prima, il tre di giugno. Era piuttosto conosciuto in Valle Sabbia e non solo per la sua accertata indisponibilità a morire. Scorza dura, il Felice, che aveva cominciato a temprarla, giovane militare dei Lupi di Toscana, sui campi di battaglia di Albania e Francia. E poi in Grecia, dove come molti altri era stato mandato per “spezzare le reni al nemico”. Come finì quell’avventurosa incursione che per mussolini avrebbe dovuto essere una passeggiata lo sappiamo tutti, ma Felice Fiori di schiena riuscì a salvare almeno la propria. Il proclama di Badoglio dell’otto settembre lo sentì alla radio mentre era in Calabria. Vale la pena di riproporne il testo di quel capolavoro letto alla radio poco prima che il suo autore fuggisse a Brindisi insieme agli esponenti della peggiore monarchia di tutti i tempi e di tutto l’Universo: «Il governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare la impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente, ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza. Anche oggi, e anche per chi non si occupi di Storia, appare evidente l’incomprensibilità di quel proclama per quanto riguardava gli aspetti più pratici e più immediati; in particolare, per i soldati lasciati a se stessi, il quesito più pressante riguardava la Guerra. Era fi nita o no? In quei giorni più di ottocentomila soldati italiani vennero catturati dai tedeschi e internati in diversi lager. Molti riuscirono a tornare a casa dopo aver abbandonato le armi. Alcun rimasero fedeli alla monarchia, come quelli della Divisione Acqui, annientata a Cefalonia. Altri, pochi, per la verità, rimasero fedeli al fascismo. Altri ancora imbracciarono le armi per scacciare dalla Patria i fascisti e i nazisti. Felice Fiori fu uno di questi, e venne inquadrato nelle Brigate Garibaldi. E qualche danno, con quell’attività, deve pur averlo fatto se il 10 agosto del 1944 la sua casa di famiglia a Mura, grazie alla delazione di qualche locale, venne incendiata dai fascisti. Nel rogo morirono alcuni partigiani. Inoltre, come ricordava lui stesso, i fascisti presero in ostaggio sua madre, le sorelle e il fratellino piccolo: affi nchè non venissero fucilati, Fiori e i suoi avrebbero dovuto consegnarsi alle autorità. E così si consegnarono, quegli uomini risoluti che pensavano alla libertà di tutti, ma difesero la vita dei propri incolpevoli cari. Una volta catturati vennero tradotti prima all’Hotel Milano di Idro (del quale abbiamo parlato in un racconto precedente), dove aveva sede il quartier generale di zona del nemico in camicia nera e dove vennero torturati. Poi vennero trasferiti al carcere di Canton Mombello a Brescia. Da lì furono avviati verso uno dei campi di concentramento tedeschi, ma, dalle parti di Trento, il convoglio venne attaccato dai bombardieri americani e Fiori e i suoi compagni riuscirono a fuggire. Tornarono in Valle e ripresero le armi. Alla fi ne, dopo un anno circa, l’Italia fu liberata da fascisti e dai tedeschi. Tornò così la libertà. Tornò finalmente la democrazia, perchè la Resistenza aveva vinto. La guerra civile era finita, finalmente. E solo allora il partigiano Felice Fiori riuscì a mettere le mani su quel tale Bianchi (che non è assolutamente, nemmeno alla lontana, un mio parente) che era stato uno dei suoi feroci torturatori. Ma la guerra era fi nita, ormai. Raccontava Fiori che Bianchi gli disse di fare pure ciò che voleva di lui, ma di risparmiare i suoi fi gli. Ma la guerra era finita. Per tutti. Per i vincitori e per i vinti. E anche per Fiori. Che lasciò il Bianchi dov’era e se ne andò richiudendosi la porta alle spalle senza avergli fatto nulla, senza aver goduto di una vendetta che forse si sarebbe potuta giustificare. Perché la guerra era finita. E, soprattutto, “perché noi non eravamo come loro”, avrebbe sempre concluso i suoi racconti nel tempo a venire, il Fiori. Mi piace pensare che sia questo il “fiore del partigiano” di cui si canta in Bella Ciao: la consapevolezza che “noi non siamo come loro” e né mai potremo, né dovremo esserlo. La consapevolezza che l’umanità, quando appena sia possibile, debba sempre prevalere. E allora chiedo ai lettori che sono arrivati fi n qui: ho forse sbagliato all’inizio di questa breve storia, a raccontare di come tutti si debba qualcosa a qualcuno? Qualcuno magari di sconosciuto, magari di sconosciuto solo per noi che spesso, intasati di informazioni inutili, siamo inconsapevoli delle cose importanti che ci stanno intorno. Non credo di aver sbagliato, no. Io, il Felice Fiori mi sento di ringraziarlo per ciò che ha fatto, anche per me oggi e per i miei figli domani. E lo ringrazio anche per il “come” lo ha fatto.

di Roberto Bianchi

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