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mercoledì, 22 novembre 2017

Il racconto del
fotografo andato via
Pozzolengo, Lago di Garda

Fotografia di www.ilariapoli.com

Non è molto facile, per me, scrivere di Ugo Mulas. Mi assale la stessa malinconia che ci prende quando parliamo di quegli amori giovanili che poi hanno preso strade proprie e misteriose, e sono scomparsi e ci restano solo immagini sfuocate e dei quali, quando siamo tristi e abbiamo appena litigato con il nostro amore attuale, che ci abbiamo fatto pure mutui, oltre che fi gli, ci troviamo a chiederci come sarebbe andata se, invece… E quell’”invece” rimane lì, ed è un contenitore che possiamo riempire fi no a farlo scoppiare con le fantastiche nostalgie del momento. Per me Ugo Mulas è i miei vent’anni, cioè l’età che avevo quando l’ho conosciuto, nel 1977. Lui era già morto da quattro, morto giovane purtroppo a 45 anni, ma gli artisti non muoiono mai del tutto, in fondo. Talvolta succede che insieme all’immortalità acquisiscano anche il potere di modifi care le vite di quelli che verranno dopo di loro. Che è esattamente ciò che è capitato a me: l’ho incontrato dopo ch’era morto, l’ho ascoltato e mi ha ribaltato l’esistenza. Per questo mi è diffi cile parlarne. Se quel giorno non fossi entrato in quella libreria oppure non vi avessi trovato il volume di Mulas dell’Einaudi, “La fotografi a”, o magari il libro fosse stato ancora cellophanato e non avessi potuto sfogliarlo, magari sarebbe andata diversamente. O fossi stato distratto da altro. Magari. Invece - come si fa con gli amori che si incontrano in metrò e che non vuoi spariscano ad una fermata che non è la tua e allora attiri l’attenzione, magari un sorriso blando, magari arditamente li fermi e cerchi di inchiodarteli addosso per il resto dell’Eternità - mi soff ermai su quel volume dalla copertina sobria, lo aprii e le vidi quelle foto aff ascinanti e diaboliche. Per prima cosa pensai a come procurarmi al più presto le 8.000 lire per acquistarlo, avevo paura che qualcun altro lo portasse via, e non era come oggi, che il libro te lo porta a casa il corriere il giorno dopo averlo ordinato con il computer. Pregai il libraio di tenermelo da parte per due giorni, solo due. Acconsentì a uno. Vabbè, qualcosa avrei fatto. Ritornai a pagina 101 prima di uscire e andarmene a cercare i soldi. La foto era quella di Lucio Fontana davanti alla tela bianca, in attesa. Il taglierino Cutter nella destra. Poi la 102: è ben vestito il ricco Fontana che ha appoggiato il coltello sulla superfi cie. 104 e 105. Profi lo la prima, dettaglio la seconda. Sta avvenendo e c’è tensione. Ciò che “vediamo” è che sta avvenendo qualcosa. La 106. Nitido, il taglio. Mossa, la mano. La trama della tela è perfetta. La testa di Fontana che quasi ci entra in quello squarcio. C’è tutto il movimento in quell’immagine che, avrei scoperto successivamente, era stata pianifi cata e organizzata. Non era un’istantanea alla Cartier Bresson, per intenderci. Non era un cronista fotografo, Mulas. Era un intellettuale che usava la macchina fotografi ca. E ciò che c’era dentro il suo libro e quelle immagini, che infi ne riuscii ad acquistare, era la Vita in tutta la sua straordinarietà e semplicità. Decisi allora cosa non avrei fatto: non avrei fi nito l’Università. Non sarei diventato un bravo borghese. Non avrei avuto un’esistenza tranquilla, come tutti. Ugo Mulas era nato a Pozzolengo, un paesino di tremila abitanti fra il Garda e il mantovano, tra la Lombardia e il Veneto. E’ bello, il posto, ma non c’è molto altro da dire. A vent’anni, nel 1948, Mulas se ne va a Milano per studiare. Giurisprudenza. Gli studi li terminerà decidendo, però, di non laurearsi. Da studente, come ci racconta “bivaccavo in quella specie di caff è che era allora il Giamaica, una latteria dove si riunivano i pittori”. Di quei pittori si fa amico. Ci restano immagini collettive dove a gruppi, indossando una povertà decorosa, queste persone stazionano stravaccate sulle seggioline, all’esterno del Giamaica, dove anch’io ho posato il culo qualche volta durante quella sorta di obbligato pellegrinaggio che mi sono sentito di dover fare. Fra le facce e le numerose sigarette accese è il Dopoguerra a Milano ciò che emerge con forza da quelle immagini in bianco e nero così raffi nate nella costruzione, esemplari nella stampa, aff ascinanti, neorealiste. Mulas c’è “dentro” in pieno nella città che lo sorprende, lui, il ragazzo venuto dalla provincia, per niente “milanese” ma che forse, paradossalmente proprio per questa sua condizione, ha ricevuto in regalo la sensibilità di saper cogliere per poi restituirla in immagini straordinarie una realtà per altri consueta,scontata e invisibile. Coglie la gente che non ha perso la voglia di immaginarsi un futuro. Di questo periodo sono anche le immagini della periferia milanese e della Stazione Centrale. Ha lavorato, successivamente, per riviste di architettura e design, ma ci ha lasciato anche una straordinaria galleria di ritratti di artisti italiani e internazionali - forse tutti i più importanti di quella stagione - nei quali, insieme a ciò che “si vede” nell’immagine, c’è un carico prezioso, per chi abbia gli strumenti per coglierlo, di informazioni sui modi, sugli atteggiamenti, sulla cultura, in sintesi, sul Mondo del soggetto fotografato. Emerge la sua vita e la sua arte. Il suo essere inconfondibile. Unico. Irripetibile. Negli ultimi anni della sua breve vita Ugo Mulas ha incominciato ad interrogarsi sulla natura stessa della Fotografi a creando la serie delle “Verifi che”. Forse è curiosa, o forse ne è invece diretta conseguenza, la scelta di centrare l’interesse sullo strumento e sul ruolo del fotografo dopo vent’anni di lavoro e di “azioni” da fotografo, di indagare sul valore in sé, della Fotografi a salutata al suo nascere come il perfetto registratore della Realtà , sganciandola, invece, dalla fi nalità utilitaristica di “riprodurre” (?) la realtà per scoprirne e dichiararne la sua perfetta “ambiguità”, altro che “oggettività”, altro che “imparzialità”… Ecco, allora, che Mulas incontra Man Ray, Duchamp (quest’ultimo lo aveva conosciuto e fotografato per davvero), i ready made, le spore, cioè, di tutta l’arte concettuale che arriverà successivamente - e che tutt’ora agita l’azione di “nuovinuovi” profondi debitori di quegli artisti che, talvolta, sembrano semplicemente imitare malamente - cioè di quell’Arte dove la funzione operativa dell’artista era del tutto o quasi irrilevante sotto l’aspetto concreto e consisteva, essenzialmente, nella capacità di individuare “concettualmente” una realtà, un oggetto che diventava così altro da ciò che era sempre stato condannato ad essere fi no a quel momento. Esiste una magia nelle cose degli uomini che ha creato la circostanza per cui la brava Ilaria Poli - che fi n dall’inizio illustra con le sue immagini questa serie di racconti – fosse andata a visitare la mostra che Brescia qualche anno fa dedicò a Mulas. Non ci conoscevamo nemmeno. Non sapeva avrebbe collaborato con me. E io nemmeno sapevo avrei scritto di Mulas. Ma scattò una foto ad un ritratto che Mulas aveva fatto a Jasper Johns. Nella propria foto, rifl essa, ci compare Ilaria. Presenza silenziosa, per un istante “dentro” una vita altrui. Come Ugo Mulas fece nei sui ritratti, artista fra gli artisti, sapiente poeta dell’immagine, per sempre dentro la mia di vita.

 

di Roberto Bianchi