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lunedì, 11 dicembre 2017

Il racconto del fuoco,
del ferro e dei pascoli
Bienno, Esine, Prestine

Fotografia di www.ilariapoli.com

Fino a metà degli anni Settanta per me Bienno era semplicemente un paese - abbastanza fuori mano - lungo il percorso che portava a Edolo quando ci andavo a trovare i nonni e gli zii di parte materna. Sapevo che in quel paesino ci abitavano altri parenti dello stesso ceppo, cugini di secondo grado che però non erano tenuti in grande considerazione, perché non avevano approfi ttato delle opportunità che la società, allora, ancora off riva e invece di cambiare vita, lavoro, reddito, abitudini - e forse anche casa e paese - erano rimasti lì, appartati, a svolgere quel lavoro che prima di loro era stato dei padri, e prima dei nonni. Non era tanto il fatto che conducessero una vita modesta a penalizzarli. La cosa imperdonabile, ai nostri occhi, era che l’avessero scelto, di condurre una vita modesta, nel segno di cinquant’anni prima. Ricordo, tuttavia, che in una occasione eravamo pure andati a trovarli e, mentre percorrere i viottoli in salita, oltre alla fatica suggeriva una certa tristezza crepuscolare fatta di un intimo quanto inspiegabile disagio che forse era più determinato dal confronto con le luci della “città” che da altro (là sopra pure i paesotti dell’hinterland di Brescia erano “città”), una volta entrati nella loro cucina raccolta e calda di luce, semplicità e umanità, il panorama interiore cambiava di colpo, modifi cava lo stato d’animo e predisponeva alla festa e all’allegria, senza conoscerne il motivo, inconsapevoli che forse, la ragione era semplicemente la voglia di gioire per quell’ enorme regalo che, per dura e faticosa possa essere, è la vita. Quei miei parenti erano contadini e pastori e me lo ricordo ancora il sapore dei loro formaggi e dei loro salumi, e l’odore che indossavano insieme ai vestiti. Mi ricordo casupole di pietra buie che si addossavano su stretti vicoli lungo i quali si arrampicavano con diffi coltà pure le mucche quando a sera tornavano a casa. Sotto quelle case, al posto di quello che nelle nostre era il garage, c’era la stalla non molto grande che le accoglieva per la notte. I miei parenti salivano le scale pesantemente: in nostro onore stappavano un bottiglione di vino, mentre aspettavamo la cena,ma subito dopo averla terminata si accomiatavano per andare a dormire e non farsi trovare impreparati dal nuovo giorno che sarebbe stato uguale tanto al precedente quanto al successivo. La zona cominciò a cambiare verso la metà degli anni Settanta, quando la storia secolare di Bienno attaccò a uscire dal perimetro della Valle Camonica e interessò sempre più persone. Sono convinto, e mi piace pensarlo, anche grazie al contributo di un’artista che da quelle parti c’era nata, che ho avuto la fortuna di conoscere e che ricordo con aff etto. Si chiamava Franca Ghitti e di strada ne aveva fatta parecchia in giro per il mondo prima di ritornare nel bresciano. Dopo essersi diplomata all’Accademia di Brera a Milano aveva frequentato l’Académie de la Grande Chaumière a Parigi e il corso di incisione diretto da Oskar Kokoschka, a Salisburgo.Ma non aveva mai dimenticato la sua terra se già nei primi anni Sessanta era stata fra i fondatori del Centro Camuno di Studi Preistorici. A quegli anni risalgono le sue prime “Mappe” nelle quali reinventava geografi e immaginarie su tavolette di legno usurato su cui impiantava reti metalliche, chiodi. I suoi lavori, vincolati anche alla dimensione storica e antropologica, oltre al recupero di vecchi utensili e dei materiali, riproponevano un mondo ed una cultura legate da secoli alla lavorazione del ferro mediante magli alimentati dalla forza motrice del mulino ad acqua proveniente dal torrente Grigna. Addirittura realizzò un’ pubblicazione per l’editore d’arte Scheiwiller di Milano dal titolo “La valle dei Magli”. Sempre in quel periodo, Franca Ghitti, sviluppò una ricerca visiva sul tema delle vicinìe, che erano state, fi n dall’anno Mille, una istituzione socio - politica - amministrativa, e che perdurarono fi no al 25 novembre 1806 quando Napoleone le sciolse e le sostituì con le amministrazioni comunali. A defi nirla con gli occhi di oggi l’assemblea della vicinìa era l’organo di autogoverno si riuniva dalle cinque alle sei volte all’anno. Era solitamente convocata tramite il suono delle campane oppure quello della tabula pulsata (una specie di tamburo). Era valida se vi era la partecipazione dei due terzi (o della maggioranza) dei vicini. Il luogo dell’incontro era solitamente un portico oppure un edifi cio comunale; nella bella stagione anche una spianata od un quadrivio in aperta campagna. Vi si discuteva di diversi argomenti :dall’uso civico dei pascoli e degli alpeggi, allo sfruttamento delle miniere; dalle prestazioni gratuite per la manutenzione di strade, rifacimento di argini, di ponti, a questioni relative al taglio dei boschi per la legna da ardere o del legname per uso domestico onde ricavarne prati o pascoli; dall’usufrutto di beni indivisi per tradizione o accordi, alle multe per danni arrecati dal bestiame incustodito, alle tasse da corrispondere a tutti per il bene comune fi no all’elezione di personale addetto ai servizi pubblici . Le votazioni avvenivano con delle balòte, palline, bianche per il voto positivo, nere per quello negativo. La partecipazione era inizialmente obbligatoria, tanto che chi non era presente veniva multato; erano però giustifi cati gli anziani e gli infermi. Allo stesso modo erano multati pesantemente coloro che, scelti dalla votazione, si rifi utavano di assumere la carica. Era fatto divieto di portare alla vicinia armi, bastoni e qualsivoglia oggetto atto ad off endere. Facevano parte della vicinia i capifamiglia (capifuoco) delle famiglie originarie del paese con più di 25 anni. Ne erano esclusi i nobili, gli ecclesiastici, gli stranieri e perfi no le famiglie “immigrate” dai paesi vicini. Soltanto nel 1764 con deliberazione del governo veneto il foresto sarà ammesso tra gli originari, se aveva almeno 50 anni di residenza in loco (poi ridotti a 20). Ci sono tornato in tempi più recenti, a Bienno, e la mutazione è evidente e per certi versi, ai miei occhi, dolorosa. Questa terra e la sua acqua danno ancora da mangiare alla sua gente, ma mediante bed and breakfast, locali davvero accurati, ristorantini e trattorie, negozi. Il paese s’è fatto bellissimo e vi è un fl usso turistico di tutto rispetto in quello che ormai è defi nito uno dei borghi più belli d’Italia e nel quale si svolgono iniziative e manifestazioni artistiche che richiamano gente da tutt’Italia. Eppure… Eppure…

 

di Roberto Bianchi