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martedì, 12 dicembre 2017

Il racconto del lago triste e
del pittore che galleggiava sulla realtà
Lago d’Idro, Lavenone

Fotografia di www.ilariapoli.com

Quelle poche volte che ci sono andato - indubbiamente meno comodo di quello d’Iseo, certamente, meno festaiolo e trendy di quello di Garda – mi ha sempre suscitato un senso di tristezza dalla declinazione crepuscolare. A pensarci bene, in eff etti, se c’è un lago che induce alla rifl essione intimista e vagamente nostalgica, bè, quello è proprio il lago d’Idro, con i suoi piccoli centri sparsi sulle sponde, decisamente appartato, incastonato fra le montagne e pure esposto alle correnti d’aria provenienti dalla Mitteleuropa. È impossibile percorrerne per intero il perimetro perché la strada a Vesta si interrompe e resta solo un sentiero sconnesso che, se non lo si intraprende, sedimenterà di sicuro nuova curiosità. Non di meno anche il lago d’Idro alimenta un signifi cativo fl usso turistico che non cede mai a quella sguaiatezza esagerata che deturperebbe le suggestioni che la zona è in grado di suscitare. Personalmente, una fra le più forti, è la percezione di non essere nemmeno più in terra bresciana. Ci sono delle curiosità anche da queste parti da segnalare, per esempio a Lavenone dove, ormai diversi anni fa, l’amministrazione comunale si prese cura, facendola restaurare, di una delle scritte mussoliniane sopravvissute “Noi sognamo (sic!) l’Italia Romana” trasformandola in una testimonianza storica ed in un monito speciale. Per i bresciani affl itti dalle annose polemiche sul Bigio in piazza Vittoria a Brescia quella scelta così estrema può essere in grado di sorprendere e suggerire più coraggio e meno retorica. È naturale che nella zona del lago ci siano diverse strutture turistiche per l’ospitalità: camping, seconde case ed alle aree attrezzate per caravan e roulotte, alcuni alberghi. Fra questi, proprio alla Pieve di Idro, il Milano ( il sito recita: Ristorante Hotel Milano, ma preferisco chiamarlo “albergo”, una parola “italianissima” e “autarchica”come si usava allora) che si porta ancora dietro, e mostra a noi, i segni di una storia singolare. Venne costruito negli anni Trenta del secolo scorso dai fratelli Vaglia e già l’intuizione, in quel periodo, di poter investire in questa zona e sfruttarla per un’attività turistica ha per me qualcosa di speciale. Che al “Milano” (attenzione: non, che so, Miralago” o “Splendor” o “Miramonti”, ma, chissà perché, “Milano”!) forse non andasse tutto bene come previsto è confermato dal fatto che la vita del minore dei fratelli, Federico, persistesse sul terreno accidentato di una situazione fi nanziaria non favorevole. Del resto era la stessa che l’aveva costretto ad interrompere gli studi a soli 11 anni (e sì che era talmente bravo a scuola che il Comune di Idro aveva persino inviato una petizione al Re, perché elargisse un sussidio che purtroppo o forse per fortuna non sarebbe mai arrivato) nonostante fosse approdato a Brescia - che doveva essere considerata dall’altra parte della luna, all’epoca, per i residenti di qui- a fare il “piccolo” di bottega per poter andare alle scuole serali. Nel Trenta, invece, la consueta mancanza di agiatezza lo costringeva a fare l’imbianchino e, quando richiesto, il decoratore murale. Ma l’anima era quella dell’artista e l’uomo, come si vedrà, non poteva certo essere esente dagli infl ussi del Liberty, del Futurismo, dell’Aeropittura, insomma, dalle tensioni artistiche che contrassegnarono quell’Epoca e che mise a frutto quando decise di intervenire di pennello e colori sugli interni del suo Albergo, il “Milano”! Perché fra un lavoro e l’altro fu questo che fece. Decise di decorare tutte le pareti interne dell’albergo e delle sue stanze e ci riuscì tanto che, nel 1936 quando la struttura venne inaugurata, anche il lavoro pittorico era terminato. Ogni stanza era dipinta con soggetti e colori diversi e ciascuna veniva defi nita dal colore dominante: c’era quindi la camera verde, quella rossa, quella gialla e così via. Un tripudio di colori in cui pannelli decorativi vennero sapientemente coniugati oppure alternati con fi gure, vedute e scorci del lago. Ora, a me piace immaginarlo quest’uomo dalla personalità originale che decise di imbarcarsi in un’avventura titanica e solitaria come quella che, in quanto a superfi ci da ricoprire, in qualche modo evocava l’immagine di Michelangelo accovacciato sotto il volto della Cappella Sistina. Pochi anni dopo, però, il Secondo Confl itto mondiale travolse la vita di ciascuno non risparmiando nemmeno quella terra in cerca di serenità. Successivamente, ai tempi della Repubblica di Salò, l’albergo Milano venne persino requisito dai tedeschi per ospitarvi il comando delle SS e della Guardia Nazionale Repubblicana. Un aspetto curioso della vicenda è che quelle belve feroci che non risparmiavano nessuno, rispettarono il lavoro del pittore e lo lasciarono intatto. Alla fi ne quella distesa di pittura venne comunque compromessa, ma da nuovi proprietari che avrebbero rilevato l’albergo successivamente e deciso di ritinteggiarne alcune delle pareti. L’albergo Milano esiste ancora e ancora vi si possono ammirare, soprattutto negli spazi comuni – bar, ingresso, sala da pranzo – gli esempi di quell’avventura della creatività che occupò il periodo più esteso della vita di Federico Vaglia. Di lui si sa che era un uomo originale e positivo, affl itto dai molteplici tic nervosi determinati dal contrasto correttivo che all’epoca veniva riservato ai mancini, ritenuti colpevoli di utilizzare la “mano del Diavolo” e che, nel suo caso, per sovrappiù, avevano provocato anche la spiccata balbuzie che lo aveva accompagnato per diversi anni dell’infanzia. Dopo la guerra, comunque, il Nostro continuò nella sua carriera di albergatore e decoratore acquisendo anche commesse pubbliche. Negli anni Settanta e per tutto il decennio che precedette la sua scomparsa, Vaglia poté essere solo e semplicemente un “pittore”. In quei dieci anni fu in grado di realizzare più di cinquecento opere mediante le quali ottenne anche un qual certo successo. Uomo tranquillo e anziano passava il suo tempo così, davanti al cavalletto dal quale non era impresa facilissima riuscire a staccarlo, avvolto dal fumo delle sigarette e dalle coperte indispensabili per combattere il freddo dello studio non riscaldato. Mi piace pensarlo come una specie di pendolare fra un Mondo tutto suo e quello da condividere con gli altri e, ancor di più, immaginare che proprio dal primo si portasse la materia per animare e rendere più vivace il secondo sia per sé che per gli altri. Per renderlo, quanto meno, più accettabile. Un sognatore forse, ma se lo è davvero stato, uno dei pochi in grado di renderli veri e concreti, quei sogni. Un pittore nato imbianchino e morto artista, che seppe nuotare nel lago della realtà senza annegarvi la fantasia