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27 aprile 2017

Cultura

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30.01.2017

Il racconto del
lavoro, dell’orgoglio
e del sacrificio

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Quando, negli anni Novanta del secolo scorso, Internet iniziò il suo percorso trionfale anche da noi, gradualmente quanto inarrestabilmente insinuò fra le più comuni la parola “nickname”. Sono passate vagonate di anni e nel frattempo possiamo presumere che quasi tutti, ormai, abbiano un “nickname”, un attributo indispensabile per operare nel web, perché permette, al riparo di un simil/anonimato che crea un alone di indefi nitezza, di farlo con la sensazione di essere più liberi. In terra bresciana il nickname c’è da sempre, in dialetto si chiama “Hcötöm”, e da sempre serve ad individuare con maggior precisione le caratteristiche di una persona e a distinguerla nel mare magnum delle omonimie anagrafi che. In sintesi il nickname nasconde ciò che lo “Hcötöm” defi nisce con precisione nitida. La capitale mondiale dello “Hcötöm”era Lumezzane. Forse ancora lo è, ma allora il dato era certifi cato persino dall’unico “volume” diff uso in ogni casa: l’elenco telefonico della SIP, che gestiva i telefoni in regime di monopolio. I soprannomi lumezzanesi erano talmente uffi cializzati al punto di esservi stampati, proprio sotto il cognome e con pari evidenza. A quel tempo muovevo i primi passi in un’agenzia pubblicitaria bresciana che con le aziende di Lumezzane ci campava; quando si trattava di chiamare questo o quel cliente era lo “Hcötöm”lo strumento indispensabile per ritrovarne il numero e non combinare guai. D’altro canto non pochi si sorprenderanno nell’apprendere che fi no agli Anni Sessanta i cognomi lumezzanesi in sostanza erano sempre gli stessi, ai quali erano riconducibili non più di una trentina di famiglie. Leggere quei soprannomi ci divertiva e insieme ci faceva rifl ettere, perché pur fra mille diffi coltà talvolta riuscivamo pure a decifrarlo quel dialetto così lontano dal nostro - anche la lingua indica la diversa origine etnica dei valgobbini - e i signifi cati ci sorprendevano e suggerivano sempre interpretazioni nuove. Alcuni termini erano legati alla frazione di provenienza (sono sei: Fontana, Montagnone, Pieve, S. Sebastiano, S. Apollonio, Sonico); altri indicavano particolarità fi siche; altri ancora indicavano il lavoro svolto. C’erano addirittura i patronimici e i soprannomi più complessi, quindi, a volte potevano risultare così: Cognome e Nome “veri”, e, a seguire, Giani Balanha de Bico de Funtana (Gianni Bilancia di Bico della frazione di Fontana). Allora ci ridevamo sui nostri clienti e sulla loro scarsa confi denza con l’italiano. E scherzavamo sul fatto che per capire senza alcun dubbio se avessero visionato una relazione o un bozzetto bastava controllare in controluce se sul foglio fossero visibili le impronte di polvere d’offi cina o di grasso che macchiavano ormai indelebilmente anche le loro mani nelle quali, piuttosto frequentemente, non c’erano quasi mai tutte le dita. Attualmente erano diventati padroncini o industriali, pieni di soldi e con auto che potevi solo invidiare, ma la loro avventura (o quella dei loro padri) , spesso era partita all’insegna della fatica, del sacrifi cio e, soprattutto, del lavoro personale, senza contare le ore, dietro al bancone o alla macchina e le dita mancanti, spesso, le avevano lasciate proprio lì. Non ci tenevano a dimenticarlo loro da dove erano venuti - e, soprattutto, come erano arrivati - ma non potevamo ignorarlo nemmeno noi e allora sorgeva una forma di rispetto che ci faceva ridere meno di quella gente così tenace che del sacrifi cio aveva fatto l’unica forma ammessa di emancipazione individuale. Del resto, in quella terra, “arrivavano” quasi tutti coloro che imbastissero l ‘avventura imprenditoriale; certamente non è casuale che proprio in quegli anni il rapporto fra abitanti e attività produttive a Lumezzane fosse uno dei più alti d’Europa. Ce l’avevano nel dna la capacità della visione e, allo stesso modo in cui nessuna opportunità andava tralasciata per farsi strada nel Mondo, ogni singolo garage o scantinato poteva diventare l’embrione di un’attività produttiva. Ne hanno fatta di strada con le loro posate, le loro pentole e i metalli, questi Efesto di periferia che avevano solo uno “Hcötöm” incomprensibile ed ora, spesso, hanno nomi noti nel Mondo. Sì, gente tenace e caparbia, quella, della quale si racconta dal 1600 in poi in testimonianze che ritroviamo in numerosi documenti storici e articoli di giornale . Negli Anni Sessanta così scriveva il celebre giornalista Giorgio Bocca: ”Lumezzane, signori, per togliervi il gusto di vedere come l’industria possa crescere nei luoghi più inadatti all’industria. Dunque Lumezzane, cioè una valle alpina da capre, pendii, precipizi, un torrentaccio che schiuma al fondo di rocce nere, una strada che va su a tornanti maledetti e duecentocinquanta fabbriche messe una sopra l’altra, Dio sa come, ogni anno dieci o venti in più, arroccate sempre più in alto, fumo e bagliori rossastri nell’aria di cristallo, fumaioli che hanno per sfondo delle creste innevate”. È innegabile che la descrizione che Bocca fa dell’intorno visibile, in un qualche modo rappresenti anche l’essenza più intima dei suoi abitanti: guardare “come è fatta Lumezzane”, rivela anche come sono fatti i lumezzanesi. È per questo che il carattere di questa gente lo individui già mentre percorri lo stradone che porta su e che parte dal crocevia di Sarezzo. Osservi case, mescolate a capannoni, abitazioni che SONO la parte superiore di capannoni, e poi insediamenti industriali davvero enormi, mescolati a casette davvero modeste e tenute male in parte ad offi cine anguste. Tutto ciò, lo capisci, è stato strappato alla montagna centimetro dopo centimetro, tempo dopo tempo, e le altezze sono state sottratte al cielo che è ormai grigio e spento, tanto da sembrare malato. Se poi lasci l’auto e prosegui a piedi, qui non è che cammini, qui arranchi, perché è tutto in salita e la vita è dura, e la discesa può essere improvvisa. Certe, addirittura fatali. Ma se vuoi arrivare dove devi – non dove “vuoi” e nemmeno dove “puoi” - devi tener duro, più delle avversità, non lamentarti e risparmiare il fi ato. E procedere. Comunque. Consapevole che il cervello sta sopra al cuore, mentre quest’ultimo giace riparato dal portafoglio . Le tecnologie hanno aff rancato dalla fatica più dura. È l’istruzione che guida le nuove generazioni di imprenditori: ci sono lauree e master e conoscenza di lingue straniere dietro alla scrivanie più moderne delle aziende più consolidate. Gli “Hcötöm” sui sempre più numerosi elenchi telefonici non vengono più stampati. Da decenni si dice che arriverà persino un’autostrada a collegare Lumezzane al mondo. Ma a noi piace pensare ancora ai pionieri, ai giorni duri e allegri in cui tutto questo ebbe inizio.

 

di Roberto Bianchi

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