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17 ottobre 2017

Cultura

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22.05.2017

Il racconto del mangiare
e bere bene: Polpenazze,
Puegnago, Lago di Garda

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Ricorrono come un mantra che mi fa compagnia le parole di Faber che, se avessero anche il ritmo adeguato, scandirebbero i miei passi e invece, siccome sono una melodia che scorre come un sogno bello, semplicemente, avviluppano i miei pensieri e li rallentano, quei passi, e mi suggeriscono di fare una sosta, e poi un’altra e un’altra ancora. Del resto ci siamo venuti apposta qui, per indugiare ad “ogni calice sospinto”: grande e gradito è il disordine di questo Sabba, atteso come si fa con le consuetudini più piacevoli. Sento che potrei andare più giù, nel gorgo dove davvero “m’è dolce naufragar”, mentre le spire del serpentone alcolico stringono, eccome se stringono!, e io da perfetto epicureo me ne compiaccio e approvo la mossa. L’importante è fermarsi per tempo per non mandare all’aria in un solo minuto il piacere delle ore trascorse alla festa del Vino di Polpenazze. E le parole dall’album su Spoon River dilagano, allora, e mi giustifi cano soprattutto ai miei occhi: “tu che lo vendi, cosa ci compri di migliore?”… “tu che lo vendi, cosa ci compri di migliore?”. Confi do nell’alibi musical-letterario mentre cammino, armato del sacchetto e dell’imprescindibile bicchiere fornito per una modica cifra dall’organizzazione all’inizio del percorso. Sono ben deciso a darci dentro insieme ad amici fi dati, meno complicati di me e, per questo, complici senza bisogno di alcuna scusa in questa avventura che avrà l’aspetto di un peccato passionale. Del resto, dicevano gli antichi, “semel in anno” e ognuno si sceglie il Carnevale che vuole. Ovviamente ci siamo portati anche l’unico astemio col quale siamo in tale confi denza da indurci a frequentarlo non solo nelle occasioni, come questa, in cui si renda davvero necessario. Senza bisogno di confessarlo apertamente e pur in maniera aff ettuosa un po’ lo compatiamo, come si farebbe con un eunuco di guardia ad un harem, ma ci torna utile e gliene siamo grati perché avrà il compito di riportarci a casa indenni, esenti da contravvenzioni e con la nostra patente ancora dentro al portafoglio. Come sempre si è impegnato a non riferire alle mogli- fi danzate-compagne di ciascuno l’entità dei nostri misfatti. In fondo è sempre e soltanto questione di misura -siamo gente che regge e che sa come non dare nell’occhio – e la misura, per noi, non è mai del tutto colma. Se n’è può sempre aggiungere un goccio. Ci deve davvero volere bene rispettoso com’è delle nostre attitudini e pienamente consapevole di quante e scalcagnate saranno le parole che dovrà sorbirsi nel viaggio di ritorno del quale la pazienza sarà la sesta marcia. Per il momento si fa distrarre dalle bancarelle di merce varia, dalle esposizioni estemporanee di artisti locali, da prodotti artigianali alquanto sospetti. E’ come se volesse esiliarsi da sogni che non gli appartengono. E’ nelle piazze di un centro storico Medioevale che viene servito, signore e signori, un Rinascimento davvero speciale: del palato prima, e, subito dopo, dell’animo. E degli occhi, perché da qui si vede forse il più suggestivo fra i panorami del Garda. E anche del cuore, in fondo, se solo si indugia a pensare alla meraviglia di una sagra di paese che, nata fra le macerie anche spirituali - le più diffi cili da sanare, forse - prodotte dalla Seconda guerra mondiale , crescendo è diventata un appuntamento immancabile ed ora, con i suoi quasi settant’anni d’età, è un monumento ai prodotti di quella terra del Garda così ricca, fortunata e prodiga di doni. “Dopo” sono venute le fi ere in grande stile e organizzate in maniera impeccabile, i food più o meno slow, le mode e le convenzioni, i km0, e tutto il marketing . “Dopo”è stato pianifi cato professionalmente ciò che qui c’è sempre stato: la fi ducia nelle buone ragioni del mangiare e bere bene. Che qui c’era da “prima”. Non solo il vino, anche se soprattutto il Vino, nel cuore della Valtenesi in questa festa che fa un ambo vincente con quella che intorno ad agosto si fa a Puegnago, ma pure l’ Olio (che, se non fosse che magari porti male, anche un senzadio come il sottoscritto potrebbe, a buona ragione, defi - nire “santo”) e il Formaggio, i Salami fatti da norcini sapienti, i prodotti da agricoltura amorevole e rispettosa e, insomma, un Bosch intitolato “Repertorio delle Tentazioni” talmente convincente da arruolare, nella truppa di Dionisio, anche il più recalcitrante degli Stoici. In mezzo a questi stand, infatti,avviene la transustanziazione delle parole di Oscar Wilde “Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni” che, così, da astratto aforisma letterario si trasforma in materia concreta fatta di persone con il bicchiere in mano che allegramente parlano fra loro, donne che sorridono, festa di gente comune che vuol solo divertirsi. Per chi, come noi, con il vino ha un rapporto piuttosto entusiastico si attanagliano alla perfezione anche, quelle, meno abusate, che Sant’Agostino in gioventù spese a proposito del propria esagerata sensualità. Al sorgere del primo intontimento, infatti, le paràfraso pensando: “Signore, rendimi morigerato e sobrio, ma non subito”. Acquista densità questa sera di maggio, mese della rinascita e della speranza, che ci off re pure uno spiedo coi controfi occhi e del quale ci abbuffi amo, fedeli al principio per cui “per bere bisogna mangiare” in proporzione, perché così “assorbe e non fa male” senza soff ermarci sulla conseguenza che in questo modo con l’alcol ingeriremo pure colesterolo in abbondanza. Persino il nostro “autista” è tentato: “Certo che un po’ di Groppello con i mombolini...”. “Lascia stare” ribattiamo da perfetti egoisti quali siamo “la tua è solo curiosità, ma nemmeno capiresti del tutto, non potresti apprezzare e quindi non ne vale la pena”, mentre per quanto mi riguarda sto già pensando con trasporto ad un paio di Chiaretti che mi hanno segnato in precedenza e dai quali tornerò prima di andarcene. Mentre guardiamo i Fuochi d’artifi cio che assaltano il cielo stupìto come un bambino e stùpido come un adulto sbronzo mi trovo a pensare che sembra vogliano spodestare le stelle, e lo dico. Il nostro amico sobrio, allora, mi fa notare che sono costosi e fatui allo stesso modo in cui lo è la nostra voglia di vivere che vorremmo tanto assassinasse i nostri cattivi pensieri, risolvesse le nostre vite traffi cate, riportasse indietro le nostre età e restituisse i passati che non torneranno. Quando il tradizionale botto fi nale chiude la festa ,mi accorgo, come sempre, di come sia stata breve in fondo, di come il tempo sia volato via.

 

di Roberto Bianchi

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