Seguici... Facebook Twitter Google+ Feed RSS
16 novembre 2018

Cultura

Chiudi

02.07.2018

Il racconto del paese
che era già una città
Chiari

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Quando i Licei “veri” ,a differenza di oggi che sono tutti Licei e c’è persino un ridicolo liceo sportivo, erano solo il Classico e lo Scientifico – l’Artistico era ritenuta una scuola per “spostati”, da mia madre ché, se ti andava bene e terminavi l’Accademia poi finivi ad insegnare disegno alle Medie e se invece ti andava male ti saresti arrabattato tutta la vita per mettere insieme pranzo e cena - in casa mia che era sì una casa di poveracci, ma pur sempre poveracci con la fi ssazione dell’istruzione, rappresentavano il naturale percorso scolastico per il fi glio piccolo che avrebbe dovuto poi laurearsi e rimuovere, così, gli insuccessi che avevano contraddistinto il percorso scolastico dei due maschi più grandi ( la sorella,no, lei, l’unica con le palle, di lauree ne avrebbe prese addirittura due, nonostante un incerto diploma da maestra al Gambara, ma una volta era quasi un automatismo che le ragazze, se proprio avevano ‘sto fanfaluca dello studio, studiassero da maestre). Solo che erano i primi anni Settanta e le famiglie provinciali erano ancora traumatizzate da quel fi orire di cappelloni politicizzati coltivati in Città: per mia madre, quindi, non c’era questione e io sarei andato a scuola a Rovato dove un Liceo, anche se Scientifi - co, c’era. In quella scuola generalmente, come avrei visto, approdavano soprattutto i rampolli di famiglie che, a diff erenza della mia, erano suffi cientemente facoltose da poter prevedere almeno altri dieci anni scolastici prima di poter “vedere qualcosa” dai loro ragazzi. Molti di questi venivano da comuni del Lago d’Iseo, ma la maggior parte da quelli della Bassa Occidentale. E io, timido ragazzino che l’unico mondo che conoscevo era quello che si snodava sulla statale 11 con partenza a Ospitaletto e arrivo a Brescia, appresi così dell’esistenza di altri posti e con forme di vita simili alle nostre che ora mi ritrovavo nel banco vicino al mio. Venivano da Rudiano, Castrezzato, Castelcovati, Roccafranca … Ma, soprattutto, da Chiari. Quelli di Chiari erano i più cittadini di tutti. Avevano un qualcosa che li rendeva diversi da tutti gli altri; le ragazze sembravano più sofi sticate e i ragazzi più scafati. I loro padri non sempre erano soltanto imprenditori che ce l’avevano fatta, ma spesso erano professionisti. Avvocati, medici, una c’aveva addirittura il papà discografi co che conosceva Mina. Talvolta lavoravano pure le madri, ma mica come cameriere , operaie o bottegaie: come minimo erano anche loro insegnanti. Quelli di Chiari sciavano tutti ed erano vestiti bene. Alcuni avevano anche ottimi risultati scolastici ed erano tutti bravi a tennis. Quelli di Chiari sono stati i primi ad avere le Barrow’s, e i Ray Ban, e i jeans Levi’s. Dai sedici anni in poi alcuni di loro arrivavano a scuola in moto: me li ricordo i Ktm 250 con la marmitta manomessa che alle otto del mattino irrompevano nel cortile manovrati da cavalieri senza l’obbligo del casco e solitari solo all’entrata, perché, quando se ne andavano all’una , una ragazza da accompagnare da qualche parte ce l’avevano sempre seduta dietro e attaccata ai loro fi anchi da ricchi. Li guardavamo con invidia mentre, sconsolati, noi dei paesotti limitrofi ci avviavamo verso il Crocevia - più di un chilometro a piedi con la borsa piena di libri, una fame della Madonna a morsicarci lo stomaco e neanche una lira in tasca – per prendere la corriera. Le ragazze di Chiari avevano tutte grande successo: io stesso mi innamorai perdutamente di una di loro. Ebbi così la fortuna di vivere con una costanza eroica il migliore oltre che il più diff uso e creativo fra gli amori, quello non corrisposto. Come capitava all’epoca, pur essendo coetanei, le femmine tendevano ad innalzarsi a donne, i maschi a ricadere bambini: fi gurarsi le femmine di Chiari che mi sembrava un’infernale catena di montaggio per la produzione di giovani femme fatale. Non dico che all’inizio non mi degnasse d’attenzione la mia Dulcinea clarense, non avrebbe mai potuto farlo visto che non s’era proprio accorta ch’esistessi. Per conquistarla tentai il tutto per tutto e più di una volta mi ci avventurai persino, a Chiari: cazzo, una volta arrivato mi sembrava di essere a Brescia, solo che era più piccola e anche più bella . A Chiari di seriole, rispetto a Ospitaletto, ce n’erano di più, ma quelle sembrava profumassero, altro che la puzza di marcio che veniva su dalle nostre. C’era già un ristorante di solo pesce, e la stazione dei treni era sostanzialmente in centro al paese, mica come da noi che dovevi farti due chilometri a piedi. C’era già un albergo e più di una pizzeria. E le vie, più vicoli che stradine, che da Piazza Martiri della Libertà, dove c’era la fermata delle corriere, si dipanavano in un reticolo che poteva sembrare misterioso. I negozi sembravano particolarmente raffi nati anche quando esponevano le cose più comuni. Del resto fu proprio una comunissima forneria del luogo a dare il nome ad uno dei più straordinari gruppi italiani, protagonista della musica progressiva e guidato da quel mostro di bravura che tutt’ora è Mauro Pagani, abile polistrumentista che proprio a Chiari, peraltro, ci è nato: La Premiata Forneria Marconi, PFM. Ma a Chiari c’era pure una Pinacoteca Civica, e a Chiari ci viveva uno fra i più importanti artisti bresciani del Novecento, Giovanni Repossi, allievo di Carrà e Fumi, oltre che docente a Brera. E c’era almeno una galleria d’arte privata. E c’era una meravigliosa magione dal parco immenso che sembrava dovesse andare in malora e invece poi l’hanno salvata, villa Mazzotti. Oltre al cinema parrocchiale, dove andavo la domenica per approfi ttare del buio e toccare le tette della mia insperata conquista ( decisamente spigliate, le ragazze di Chiari) quando ormai, anche se solo per un breve periodo, aveva capitolato ( quando ci vidi “Il mucchio selvaggio” di Peckinpah, però, fu l’unica volta che stetti con le mani in mano) c’era una sala cinematografi ca “normale” che funzionava anche durante la settimana. Di Chiari erano alcuni dei capi delle formazioni dell’estrema sinistra che venivano da noi a Rovato a consigliarci iniziative contestatarie. Ma di Chiari erano pure alcuni fascistelli che tentarono spedizioni punitive al nostro Liceo insieme a gente di città della stessa risma, ma più cattiva. Di Chiari, ahimè, erano anche alcuni fra i genitori più reazionari che incontrai in quegli anni, da rappresentante studentesco. Ma ce n’erano anche fra i più progressisti e “aperturisti” verso il movimento studentesco. Ce n’era uno che faceva il pretore, e ciò nonostante - in fondo nel nostro immaginario, non poteva che essere un “repressore” magari un po’ “fascista”- si era rivelato sinceramente “amico” degli studenti di sinistra, stava nel Cogidas , lo ricordo ancora con aff etto e simpatia. Chiari , che pensavo fosse un paese e invece dal 1862 era “città” per decreto regio, fu il mio luogo d’aff ezione per i pochi mesi in cui Maria mi concesse di vederla fuori dalla scuola, il sabato e la domenica pomeriggio.

di Roberto Bianchi

Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento può comportare il trattamento di dati personali: per maggiori informazioni sulle modalità di trattamento e l’esercizio dei diritti consultare le nostre Informazioni sulla Privacy e l’informativa estesa sui cookie presenti in calce al sito web.

pagine 1 di 1

Sondaggio

Dopo gli attentati dei terroristi islamici a Parigi, quali misure andrebbero adottate dall'Italia?
ok