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lunedì, 24 settembre 2018

Il racconto del partigiano
che vide la madonna
Ospitaletto

Fotografia di www.ilariapoli.com

Fra le fortune che abbiamo avuto, noi ch’eravamo ragazzi negli anni Settanta, indubbiamente c’è stata anche quella di aver vissuto in una società nella quale certi valori civili e politici erano molto più radicati di ora. In quegli anni erano in molti, anche fra i cittadini più semplici, coloro che si impegnavano in politica, o nel sociale o che comunque cercavano di contribuire allo sviluppo della realtà in cui vivevano.Magari da posizioni sideralmente distanti ciò che emergeva sempre era un amore autentico per la partecipazione e la democrazia. Le discussioni, anche accese, si facevano in luoghi pubblici e sociali, e non nascosti dietro una tastiera di computer: nei bar e nelle osterie, ma anche in piazza, oppure nelle prime sale pubbliche, l’oratorio o le Acli, i “i nostri” adulti, usciti da una dittatura feroce che avevano, in certi casi, addirittura, contribuito ad abbattere assaporavano il piacere della libertà, della partecipazione; lo sapevano bene, loro, che nessuna di queste cose poteva (e per sempre non potrà) essere mai data per scontata, e assaporavano anche un qual certo benessere economico che, dopo i disastri, i lutti e la tanta fame della Guerra mondiale, cominciava ad affi orare. Alcuni fra di noi, io fra i primi, inseguivamo al tempo le nostre chimere rivoluzionarie e con la sicumera e la saccenza tutto sommato fi siologiche in una certa età dell’Uomo che, tanto per aggravare la posizione, si associavamo ad un approccio schematico e semplicistico del fenomeno resistenziale ci portavano a immaginare la Resistenza come un fatto quasi esclusivamente di partigiani socialcomunisti, che stavano in montagna con il mitragliatore in mano, il fazzoletto rosso al collo e determinati a fare la rivoluzione subito dopo aver cacciato i nazifascisti e liberato il Paese. L’avremmo scoperto dopo, una volta fi nita la nostra l’ubriacatura, che non era stato aff atto così. Per esempio ci vollero anni, ma poi lo apprendemmo anche noi, che molti di quelli che avevamo ritenuto eroi, nei giorni successivi alla Liberazione si erano comportati da criminali compiendo eff eratezze che non avevano nulla da invidiare a quelle dei nazifascisti. E’ celebre la zona del triangolo della morte, in Emilia Romagna, ma ce ne furono anche in terra bresciana di vicende come quelle, e di personaggi che dovettero fuggire oltre la Cortina di ferro per lunghi anni, in quanto responsabili di esecuzioni e stragi perpetrate a “freddo”, come ritorsione. Criminali che poi poterono rientrare in Italia dopo anni a seguito di trattative politiche e interventi personali di parlamentari del Partito comunista di allora. Se non fossi stato così settario, poi, già all’epoca avrei potuto capire di più sulla Resistenza anche a Ospitaletto – i partigiani, quelli veri, li potevamo incontrare per strada, e se solo l’avessimo accettato non ci avrebbero negato un racconto - che c’era stata anche in assenza di montagne e che, in maniera che avrebbe potuto sorprendermi tanto da annichilire le mie convinzioni, in essa avevano avuto un ruolo estremamente signifi - cativo, esponenti del mondo democratico e cristiano e cioè Democristiani (per noi, allora, una specie di sofi sticato insulto, oltre che un’accolita di “nemici del popolo”) e persino il giovane prete che dirigeva l’Oratorio, don Battista Belloli e che, in buona sostanza curò e organizzò il primo nucleo del CLN - Comitato di Liberazione Nazionale. Don Belloli. Fu tra i fondatori del nucleo delle Fiamme Verdi, i partigiani cattolici, che proprio presso l’oratorio quasi ogni domenica si incontravano con combattenti, anche di altre formazioni,provenienti da altre zone e dalla città. Si racconta che la cosa ad un certo punto non passasse più del tutto inosservata; che ci sia stato qualcuno che spiff erò di quegli strani movimenti dentro all’oratorio, che qualcun altro abbia tempestivamente informato della soffi ata i ribelli, che essi siano riusciti a scappare, abbandonando però le armi. Si racconta che quando quella stessa notte arrivarono i fascisti che, dopo aver circondato l’oratorio, lo perquisirono per sei ore, non abbiano trovato un’arma che fosse una: erano infatti tutte ben celate sotto la scrivania di don Belloli che mentre i fascisti si agitavano alla ricerca del bottino, seduto a quella scrivania, imperturbabile, ci passò la notte leggendo scritture sacre. Don Belloli non l’ho mai conosciuto perché se ne andò a Brescia prima che nascessi. Ma ne ricordo altri di quell’area che ho avuto modo di conoscere. In taluni casi li prendevamo in giro, ma per ignoranza, perché ancora non sapevamo che anche quei signori il loro signifi cativo contributo alla lotta di Liberazione l’avevano dato: per dirne solo alcuni l’ex sindaco Marchetti, Aletto, Sussarello, il mio padrino Luigi Tregambi. Ma il mio ricordo va a una persona in particolare. Un signore ultrasessantenne. Tutto casa, Chiesa e bottega. E sezione della D.C. Più o meno quando ero un ragazzino si diff use rapidamente in paese la voce che in quei giorni avesse avuto una visione mistica: asseriva di aver visto – e di averci parlato, sembra – la madonna. Un fatto singolare, all’epoca, soprattutto nei paesi, più diff uso, tuttavia, di quanto si possa pensare oggi. Per questo motivo si diceva avesse addirittura eretto una specie di altarino privato-cappella in casa propria. Era un uomo estremamente mite che si incazzava soltanto in occasione dello spoglio delle schede elettorali alle elezioni: spesso ci siamo trovati sul fronte opposto, lui rappresentante della DC e io di Democrazia Proletaria. E quando c’era da annullare una scheda o tenerla buona, a seconda di quale partito, se il suo o il mio, ne sarebbe stato avvantaggiato erano discussioni vere, toni che si alzavano e il buon Andrea perdeva le staff e. Era un uomo mite, l’anziano Andrea Giobini, che però poco più che ventenne non esitò a fare la sua scelta di campo, per la libertà e contro la dittatura, e comportarsi di conseguenza. Oltre che nascondere le armi in attesa di usarle al momento opportuno, oltre che mantenere i contatti con il movimento dell Fiamme Verdi, oltre che fornire quando possibile, un po’ di sussistenza a qualche sbandato in diffi coltà – tutte cosette per le quali , se si veniva beccàti, si sarebbe fi niti al muro per direttissima, il poco più che ventenne Andrea non aveva esitato a penetrare nottetempo, insieme ad alcuni suoi compagni, nella Fabbrica Armi Beretta di Gardone V.T. e, dopo averne disarmato le guardie fasciste (i tedeschi se ne andavano via intorno a mezzanotte), sottrarre il maggior numero di armi. Da portarsi via in bicicletta. Di notte. Per strade buie e che anche in questo caso, se ti beccavano, ti fucilavano sul posto. Ma tutte queste cose mica potevo immaginarle quando a passettini rapidi attraversava il sagrato ed entrava in chiesa. Il tempo se li è portati via tutti questi così ordinari uomini fuori dal comune. Ma ora che possiamo toccarlo con mano il tempo nuovo che ha sostituito il vecchio, ci accorgiamo di quanto siano stati importanti quegli straordinari uomini qualsiasi. E di quanto, in un qualche modo, ci manchino. E allora, forse troppo tardivamente, li onoriamo.

di Roberto Bianchi