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18 giugno 2018

Cultura

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19.02.2018

Il racconto
del partigiano Gino
Brescia

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Nella zona residenziale di Via Cairoli, in Città, proprio poco prima dell’ingresso della Sala di lettura “Cavallerizza” vi è un portone che per me ha un particolare signifi cato. Forse è perché, all’inizio degli anni Ottanta, l’ho varcato più volte al giorno, cinque giorni alla settimana per tre o quattro mesi. Gli ultimi mesi da obiettore di coscienza impegnato nel servizio civile, obbligatorio al posto della naja. Ci sono ripassato proprio nel giorno di San Faustino, quando la voglia di fuggire via da quell’ aff ollamento - che annualmente ammorba il Centro in nome di una fi era non più autentica e sovradimensionata, la fi era degli alimenti che fanno male e degli oggetti che si rompono subito, che sembra frutto di un accanimento terapeutico per adeguare all’attualità una tradizione che invece si presenta ormai falsa come una moneta da tre euro rispetto a quella che abbiamo conosciuto - dal rumore e dalla puzza, mi ha fatto imboccare con decisione Via Dante. Appena guadagnato un passo più libero, un rifl esso condizionato mi ha fatto scattare in direzione di Via dei Mille, come quando andavo a prendere la corriera per tornare a casa. E, passando davanti a quel portone di via Cairoli, mentre guardavo la targa in marmo della Fondazione Luigi Micheletti mi è sembrata di vederla arrivare la Bmw 520 con su il Gino che mi diceva, “Via de le, equilibrista de l’ ostia”. ( dove, lo so per certo, per lui la parola “equilibrista” non si riferiva allo stare in bilico fra marciapiede e passo carraio, ma piuttosto stare in equilibrio in una zona paradigmatica del corpo maschile). Lo conoscevi subito, perché era esente da paludamenti tattici, e poi l’avresti riconosciuto ovunque e per sempre, il Luigi “Gino” Micheletti, coi suoi modi spicci e bonari, ruvidi e aff rettati, ma sinceri, autentici, mai ingannevoli, mai aff ettati. Uno di una volta, uno di “pane al pane e vino al vino”. Un “gnaro de campo Fera” Uno di parola. Me lo ricordo bene, come se ce l’avessi qui davanti ed invece è già quasi un quarto di secolo che s’è n’è andato via. Mi ricordo la sorpresa quando ci arrivai in quella Fondazione, perché nella mia ingenuità avevo sempre creduto che istituti, fondazioni e realtà assimilabili, per consuetudine fossero intestate solo a defunti. E invece l’uomo che sbrigativamente mi accolse per darmi le dritte su come avrei dovuto comportarmi per andare d’accordo era vivo, eccome se era vivo! Era IL deus IN machina, il perno di un congegno perfetto come un orologio, il Motore- immobile o no – e l’ artefi ce, il giudice, l’arbitro di ogni decisione. Un dittatore? In fondo, no, perché se è vero che alla fi ne decideva tutto lui è altrettanto vero che i pareri delle persone di cui si fi dava li teneva in gran conto. In ogni caso fu il regista di una realtà storico- culturale che all’epoca diede davvero grande lustro alla nostra Città: fu il presidente di un Istituto conosciuto da tutti gli storici del globo e riconosciuto dalle più alte Istituzioni non solo nazionali. Ci passarono molti politici e cariche dello Stato a visitare la sua Fondazione: avevano nomi e storie diverse da quelli dell’oggi e se talvolta potevi anche considerarli avversari , mai avresti potuto non rispettarli dal punto di vista morale, culturale, politico. Perché il degrado del nostro Paese non era ancora cominciato e quella era gente che la Storia l’aveva vissuta e spesso ne aveva costruito un pezzettino. Proprio come Gino Micheletti, che nel Fronte della Gioventù (quello di Antonio Gramsci) e nella 122 esima Brigata Garibaldi a fare il partigiano c’era entrato a 17 anni, nel 1944. Irreversibilmente comunista, di quelli inossidabili, nel dopoguerra non aveva avuto il tempo (e probabilmente nemmeno i soldi) per andare a scuola e si era buttato nel lavoro. Ma non stava mica fermo, lui, né si accontentava tanto facilmente. Ogni tappa gli serviva per prendere slancio e aff rontare quella successiva. Per questo, successivamente aveva aperto una propria di attività imprenditoriale - settore: riscaldamento e condizionamento - in Via Solera, e diventò (anche) un uomo decisamente facoltoso. Un uomo ”arrivato”dunque, che, come molti della nostra tradizione imprenditoriale di quegli anni, parlava quasi sempre un dialetto spesso colorito e ben condito, un uomo che si era fatto da sé, ma che non aveva dimenticato nulla di quel periodo in cui l’Italia svoltò, anche grazie a quelli come lui, dalla pagina forse più vergognosa della propria Storia. Non aveva dimenticato le stragi, le eff eratezze, le persone, i vecchi compagni morti e nemmeno quelli ancora vivi. Fu così che pagando tutto di tasca propria cominciò a raccogliere i materiali più svariati per “ordinare” la storia della Resistenza e del movimento partigiano. La sede di questo embrione di Fondazione era proprio in un’area della della sua attività lavorativa. Applicò a questa, che sentiva come una missione, lo stesso metodo che aveva applicato nel lavoro e anche prima, quando era in montagna: avanti a testa bassa, senza lesinare sul tempo e senza calcolare troppo i rischi. In via Solera , nell’antro di quello che sembrava un eccentrico visionario, cominciarono così a circolare, alla ricerca di documenti inediti o sconosciuti o riservati e segreti, giovani studiosi che nel tempo sarebbero diventati storici di fama e dal prestigio riconosciuto ovunque. E non potendo citarli tutti, per non far torti, non ne cito nessuno: basti pensare che fra gli intellettuali bresciani non ce n’è stato nemmeno uno che non sia passato da Via Solera prima e da via Cairoli poi. Certo, Gino mica si intimidiva a parlare con i “professorini”: anche se dalla sua non aveva la formazione determinata dalla “Cultura” accademica, c’era un Fuoco che lo alimentava e rassicurava. Aver imbracciato un mitra a diciassette anni e aver rischiato la pelle per una causa giusta può essere stato davvero educativo, più di mille università, perché gli aveva insegnato il comandamento fondamentale poi ben defi nito (ma guarda che casino che è la storia) dal poeta “fascista” (!?!?!) Ezra Pound: “Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla, o non vale nulla lui. La sua Fondazione, il suo gioiello che continua a funzionare come polo di riferimento per la ricerca e che nel tempo ha avuto accesso a qualche fi nanziamento pubblico, sembra essere stato dimenticato dai bresciani e, soprattutto, dalle istituzioni che li rappresentano. Mi sembra navighi in acque più pericolose di un tempo, con l’aggravante che non c’è più lui a tenere il timone della barca corsara che tanto ha accumulato, in una struttura moderna, perché nulla vada dimenticato. Gino se n’è andato nel 1994. Un’operazione per cercare di salvare il suo cuore malandato, e non poteva che essere così perché il suo cuore, regolato da sigarette, caff è, la giusta qualità di alcool e cibi della tradizione particolarmente dannosi, era un cuore che aveva lavorato tanto, sballottato di qua è di là all’inseguimento di ideali, progetti, cose da fare, ché ce n’era sempre una da inseguire, anche con la “spicciola”, se necessario. Gli uomini come Gino, agli uomini come me mancano tanto . E allora spesso, anche per una targa appiccicata su un muro, o sentendo un termine in dialetto desueto, o incrociando una Bmw di quelle che non fanno più, con un groppo in gola ci pensano.

di Roberto Bianchi

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