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21 gennaio 2018

Cultura

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04.12.2017

Il racconto del passare il tempo
e delle acque da passare
Darfo Boario Terme

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Quando andavo in vacanza da mia nonna a Edolo non è mai avvenuto una volta che ci si sia alzati da tavola non appesantiti dal pranzo della domenica e spesso, quando il vino era particolarmente corposo, mi ritrovavo persino intontito. Mentre pensavo a come mi sarebbe piaciuto eclissarmi per andare a poltrire da qualche parte, ero esausto dallo sforzo compiuto per consumare in tempo record la maggior quantità possibile di arrosto ( o salmì, o cacciagione in padella, o funghi o trote pescate nel fi ume Oglio, o lumache in umido catturate lungo le sue verdeggianti rive: quello era il livello della cucina casalinga di mia nonna) e badilate di polenta con un intingolo sponsorizzato dal Dio del colesterolo, non di quello, come si dice oggi, “cattivo”, ma di quello veramente “malvagio”che si trova solo nei piatti della tradizione. Ciò che avevamo mangiato, ma si potrebbe dire sbrindellato, distrutto, sbranato, era stato preparato con la cucina economica, la cosa più bella e straordinaria che abbia mai visto in una cucina ( oltre alla mamma di un mio compagno del liceo: ora ovviamente entrambe sono state spazzate via dal tempo) costituita da un insieme di cassettini e sportellini per cuocere, o mantenere al caldo, le diverse pietanze, e che utilizzava fuoco vivo di legna oppure carbonella. Oltre a marcare i sapori, perciò, diff ondeva un profumo di legna che ti sembrava di stare al bel caldino di una baita di montagna. C’erano sempre le “pastine”, alla fi ne, perché al pranzo domenicale c’erano sempre gli zii. A volte anche mia madre, vedova. E allora lo zio, che era benestante (faceva il segretario comunale, sua moglie la elementare ed erano senza fi gli) arrivava con le pastine. Prima però c’era stato il caff è. Poi il dolce. Lo spumante. La grappa di ruta, oppure l’Amaro Braulio. Ero autorizzato a bere qualsiasi cosa. Le quantità erano controllate, ma sempre generose. Proprio quando mi avvicinavo alla poltrona per abbandonarmi al sonno (e probabilmente l’idea era ampiamente condivisa almeno dalla parte maschile della combriccola) in quel salotto che, un po’ più avanti negli studi, avrei individuato come gozzaniano, farcito com’era di cose buone di pessimo gusto - nonna Speranza qui si chiamava Elvira - scattava la proposta della zia: “perché non andiamo tutti a fare un giro a “cadì de boer”?” e aggiungeva “una bella passeggiatina è proprio quello che ci vuole per digerire…“. Io tacevo speranzoso, perché suo marito era sedentario, piuttosto prudente (guidava persino con il cappello in testa) e per fare i quaranta chilometri di tragitto calcolava ci volesse almeno un’ora e un quarto di macchina. Solitamente, infatti, la sua prima risposta era: “ma sei matta? Fra andata e ritorno ci vorranno almeno due ore e mezza!”. Ogni volta speravo fosse la volta buona della personale insurrezione di mio zio contro la dittatura uxoria, ma ogni volta, invece, l’azzimato Segretario Comunale dava prova del più totale assoggettamento alla sua esigente metà - come si confaceva ad un membro del ceto medio, uso a presentare in pubblico la moglie con la defi nizione di “la mia signora” – che, bastava accennasse ad “muso” della durata circa di sei,sette secondi per fargli cambiare idea e rapidamente soggiungeva: “Ma sì, dai, che sennò va a fi nire che ci addormentiamo qui (mi chiedevo cosa ci fosse di male, in fondo)… e poi, magari, guardiamo anche le vetrine” e mi schiacciava l’occhio “e magari compriamo qualcosa…” e così dicendo si alzava col miglior sorriso necessario a mascherare il suo sforzo disumano (ah, che grandi capacità di sopportazione porta con sé in dono, l’amore!), si metteva il cappello, e partivamo per l’avventura. Darfo – Boario Terme per gli abitanti dei paesi dell’ Alta Valle era una Brescia più vicina. Ci andavano con le stesse aspettative e lo stesso atteggiamento di quando si recavano in Città, solo che potevano farlo più spesso e risparmiando un sacco di strada e di tempo. I negozi nella bella stagione (ma spesso anche d’inverno per via del traffi co di sciatori che per andare a Ponte o all’Aprica solo da lì dovevano passare) erano aperti pure di domenica. E poi c’era maggior scelta in tutto. Soprattutto, a Darfo B.T. c’erano le Terme, quel luogo che fi no dal XIX secolo, anno in cui cominciò lo sfruttamento delle sue sorgenti di acque minerali era noto, in dialetto camuno, come “Cadì de Boér”, l’espressione che un secolo dopo ancora veniva abitualmente utilizzata. Problemi di parcheggio non ce n’erano e riuscivi sempre ad arrivare in auto fi no all’entrata del parco delle Terme. Nei Sessanta, infatti, non era altro che un gran parco, con una bellissima struttura, il Padiglione dell’Antica Fonte, un loggiato con cupola, edifi cato all’inizio del Novecento, un ottimo esempio di architettura Liberty su progetto dell’architetto Amerigo Marazzi. Ogni volta, dopo aver parcheggiato, mentre percorrevamo l’ampio marciapiede con panchine sempre sovraff ollate, mia zia si aff rettava ad informarmi che le proprietà terapeutiche di quell’acqua erano state esaltate persino dallo scrittore Alessandro Manzoni, “che ha scritto…?”, incalzava: ”Cos’ha scritto Alessandro Manzoni, Robertino?” e io da bravo bambino rispondevo “giusto” e così lei mi prendeva per mano e mi diceva che mi avrebbe preso il gelato (come se fosse mai stato messo in discussione che dovessi essere viziato in maniera puntuale). Mio zio ostentava un’aria da “cumènda” perché riteneva che nella Valle lo conoscessero tutti e sovente si toglieva il cappello per salutare questo o quello. Già al cancello del parco, dopo aver pagato il biglietto d’entrata, si poteva sentire la musica che l’orchestrina suonava dal vivo, ma era solo dopo averlo varcato che cominciava il vero divertimento. Non esisteva ancora tutta quella “cultura del benessere” che contraddistingue il tempo malato di oggi, quel disperato salutismo da animali in via d’estinzione che ci affl igge nell’epoca in cui si mangia male, si respira peggio e, complessivamente, si vive peggio ancora e si muore un po’ più tardi e un po’ più disperati. Non solo, quindi, non c’erano né Spa , né Centri benessere, ma l’ attività stessa di recarsi in luoghi simili sembrava essere un po’ da svitati. Oppure da vecchi bacucchi. Io invece mi divertivo un mondo. Prima di tutto mi innamoravo di ognuna delle “signorine” che in vestaglia bianca si aggiravano fra i tavolini con caraff e di vetro dalle quali mescevano, a richiesta e gratuitamente, bicchieri e bicchieri di quell’acqua magica. C’era anche il bar, dove si potevano consumare le bevande tradizionali, ma la vera attrazione era l’acqua proveniente dalle quattro sorgenti naturali, Antica Fonte, Igea, Fausta e Silia, caratterizzate da diverse concentrazioni di minerali e che si potevano bere liberamente anche dalle fontanelle vicine al padiglione: ricordo ce n’era una dalla quale sgorgava acqua calda e , va da sé, che quella era da consumare a stomaco rigorosamente vuoto. Poi però era meglio avvicinarsi ad un wc, per sicurezza. E poi c’era l’orchestrina che suonava dal vivo. Non era certo come quelle che si potevano trovare nel Prater viennese, non eseguiva le arie di Strauss, ma era comunque gradevole all’ascolto e rilassante. C’era grande ressa perché la domenica era anche il giorno in cui i parenti dei degenti per le vere e proprie cure termali (fanghi, inalazioni e massaggi) venivano a visitarli. Ma un bambino poteva sempre sgranchirsi le gambe con una corsa per il parco e anch’ io lo facevo mentre lo zio, ne sono certo, assorto, avvolto dal fumo della sigaretta , pensando a tutt’altro faceva fi nta di ascoltare le osservazioni della zia su questa o quella coppia male assortita. Dopo il padiglione una strada in salita conduceva al Parco Alto, dove c’erano anche minigolf, ping pong, bocce ... Sotto c’erano i servizi igienici: lindi e, soprattutto, numerosi. Del resto “passare le acque” prevedeva in premessa un’infl azione di pipì da smaltire e allo spaccio delle Terme ci vendevano pure delle cartoline umoristiche sul tema, da inviare a parenti con la speranza di farli morire d’invidia. C’erano negozi, dentro, succursali autorizzate di quelli fuori. L’unico divieto impostomi dagli zii era quello di salire nel solarium: sarei stato sicuramente tentato di sbirciare le belle signore che prendevano il sole in costume. Quando ritornavo al tavolino si usciva per rientrare a casa. Nell’alzarsi, come a confermare la salvifi ca azione dell’acqua Boario (quella del fegato centenario, per intenderci) , tentava di sopire un rutto. Non ci è mai riuscito. Il tempo era passato velocemente e la domenica fi niva così e, con essa, la ricreazione degli adulti che già sapevano d’essere attesi da una nuova settimana di lavoro. Ci penso ogni tanto al clima di quei tempi che è andato via come le persone e come le persone non ritornerà più.

 

di Roberto Bianchi

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