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17 agosto 2017

Cultura

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20.03.2017

Il racconto del pittore
e del superenalotto,
Flero e Poncarale

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Ci andavamo spesso in quel bar tabacchi che stava sulla strada che dal Villaggio Sereno và verso la Bassa. Lo si trovava sulla strada, a destra, poco prima di Borgo Poncarale, ed era così isolato e invitante che era quasi d’obbligo entrarci a bere l’aperitivo. Ci andavamo spesso io e Franco F., un anziano pittore che abitava lì vicino, abbastanza noto senza però aver mai sfondato. Nel suo studio che si aff acciava sul cortile di un vecchio cascinale di quelli tipici padani, guardavamo qualche opera nuova e chiacchieravamo un po’ e poi, prima di accomiatarci, andavamo al bar. Dentro c’era una ricevitoria del Superenalotto e quel gioco era una gran novità, perché faceva (e tuttora fa) sognare milioni d’italiani. Oltre alle lotterie - la più importante era quella dell’Epifania - c’erano stati solo Totocalcio e Lotto. Entrambi, però, ben diffi cilmente avrebbero potuto cambiare radicalmente l’esistenza del fortunato scommettitore che avesse azzeccato il pronostico. Il Superenalotto invece prevedeva che i premi non vinti si accumulassero e venissero rimessi in palio nell’estrazione successiva sommandosi fra di loro al nuovo montepremi. Bastavano quindi poche estrazioni andate a vuoto per creare fortune davvero cospicue che crescevano quanto la voglia di ricchezza delle persone comuni. Circolavano già le teorie statistiche secondo le quali la probabilità di vincere il bottino è di una su 622.614.630 ed è interessante per gli appassionati di numerologia osservare che sono tre 6 a indicare i milioni, le centinaia di migliaia e le migliaia: i tre 6 avvicinati determinano un 666, notoriamente il numero con cui viene indicata “la Bestia”, cioè il demonio del quale il denaro, secondo S. Agostino, sarebbe lo sterco. Il dato probabilistico così sconfortante e incontrovertibile poco importava: in fondo nessuno poteva impedire ad ogni singolo scommettitore di illudersi che forse proprio a lui sarebbe toccato di prendere l’unico coriandolo rosso rovesciato da una immensa cornucopia contenente anche gli altri 622.614.629 coriandoli bianchi e dal peso complessivo di circa due tonnellate. Allo Stato, peraltro, conveniva assai che la gente sperasse in un’eventualità così remota e la riprova è che, nel tempo, le estrazioni settimanali sono passate da una a tre. Per provare a convincere anche i più diffi denti, si sprecavano persino i telegiornali per aggiornare l’entità di quel tesoro che, ad ogni estrazione, si metteva lì in attesa solo di qualcuno che se lo prendesse. Il costo di quel sogno di vincita, in fondo, era modesto e se non pensavi che avevi ben 622.614.629 probabilità su 622.614.630 di buttarle via, le mille lire per giocare due colonne potevano anche essere considerate un investimento sensato. Franco F., il pittore, ci sapeva fare con i sogni. Era il suo lavoro inchiodarli sulla tela, i sogni. Ed era il suo sogno quello di venderle tutte le sue tele, magari non a poco prezzo. Era in guerra costante con il portafoglio, perché constatava l’ impossibilità di vivere d’arte in una città smorta come Brescia; per uno come lui che non faceva né paesaggi, né nudini, né, tantomeno, copie o falsi la vita era piuttosto dura, ma Franco F.tutta quella “paccottiglia per mobilifi ci”, come amava defi nire il fi gurativo, non piaceva per niente. E poi lui non era un semplice pittore, ma un artista che non intendeva piegarsi e ci teneva a manifestarlo: gli piaceva parlare e sentirsi parlare e sentirsi osservato. Il suo abbigliamento eccentrico, nonostante fosse malandato e consumato dall’uso e ignorasse l’esistenza del ferro da stiro, era un un’etichetta o addirittura un costume. I suoi vestiti erano sempre macchiati di colore, come se avesse appena lasciato il cavalletto. Al collo portava spesso un foulard variopinto, probabilmente pensava così di attribuirsi un’aura da Via Margutta. I capelli candidi costituivano una specie di vaporosa nuvola su quella testa che non smetteva mai di arrovellarsi intorno a nuovi progetti creativi, fagocitati dalle necessità materiali. E quando iniziava a descrivere la ragione dei suoi universi fatti di segni tribali sembrava che le nuvole fossero dilagate anche all’interno della sua testa e lo avessero fuorviato dalle strade che percorrono gli uomini qualunque. Era sempre in cerca di un’occasione che lo promuovesse, perché sapeva che sarebbero stati proprio gli uomini qualunque ad acquistare, forse, una sua opera. Probabilmente fu per questo che quando si seppe, già la sera di sabato 17 gennaio 1998, che la prima grossa vincita del Superenalotto era stata realizzata proprio in quel bar in cui andavamo anche noi decise di agire e la mattina dopo, vi arrivò di buon’ora, non si schiodò più fi n quando, nella tarda mattinata, avvenne ciò che aveva previsto: arrivò una troupe della Rai per fare un servizio sull’evento. Franco era lì, con la sua mise delle grandi occasioni: camicia bianca, foulard e giacca scura, che si aggirava sullo sfondo e quando il giornalista, dopo aver registrato le dichiarazioni del barista che giurava di non avere idea di chi potesse aver giocato la schedina vincente decise di rivolgere la stessa domanda ad un cliente qualsiasi il primo che gli capitò a tiro fu proprio Franco F., che aff ermò come altamente probabile che il sistema vincente fosse stato elaborato proprio dal barista. Quello, sornione, negava dichiarando che, nel caso, certamente non l’avrebbero trovato lì a versare aperitivi e servire caff è. Ma Franco F. manifestava una certa misteriosa ed inspiegabile sicurezza. Lo vidi anch’io al tg, e devo dire che faceva una bella fi gura: forse non avrebbe nemmeno avuto necessità, come invece fece, di dichiarare d’essere un artista alla cui speciale condizione si rifaceva per spiegare anche la sua intuizione. Rubò così un momento di celebrità televisiva, convinto che qualche vantaggio l’avrebbe prodotto, ma si sbagliava, perché ormai era stato escluso da quei traguardi economici che forse avrebbe davvero meritato e non riuscì più a rimettersi sulla carreggiata di una vita serena. Franco F. l’ha fatta fi nita nel 2002. Però non si era sbagliato sull’identità del vincitore che era proprio il barista e nel 2009, intervistato in una trasmissione televisiva ammise che sì, quel premio insieme ad alcuni amici fi dati l’aveva vinto proprio lui con un sistema. Ci penso ogni tanto e penso che per un momento, nella stessa stanza, vennero a trovarsi tutti i 622.614.630 coriandoli. Erano quasi tutti di Franco F. Anzi, praticamente tutti. Come per tutta la sua vita gli mancava solo quello rosso che gliela avrebbe cambiata.

 

di Roberto Bianchi

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