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30 marzo 2017

Cultura

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28.02.2017

Il racconto
del presepio
per la strada

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Il ramo materno della mia famiglia è della Valle Camonica. Posso dire di conoscerla abbastanza bene quella terra, visto che ci andavamo almeno quattro volte all’anno a trovare i parenti. All’epoca il viaggio era un’impresa e si snodava per quell’unica strada, buona per auto, trattori e camion, e, a tratti, mandrie e greggi in transumanza; la strada passava attraverso il centro abitato di tutti i paesi che sembravano non fi nire mai. Ci si mettevano almeno tre ore e mezza a fare Brescia Edolo. D’estate, al ritorno in fondo al pomeriggio della domenica, sempre c’era un traffi co disumano. La coda, infi nita, partiva da Pisogne in giù, un po’ più avanti rispetto al Cavallo di Troia di cartapesta che, dopo essere stato defi nitivamente sbrindellato da intemperie e vandali, in anni più recenti è stato ricostruito in cemento bianco e per sempre farà bella mostra di sé ricordando a tutti l’ingenuità di quei tempi. L’ingorgo, che sfi ancava le auto e gli automobilisti, si inchiodava lungo tutto il lago d’Iseo. Negli spiazzi a lato della strada venivano perciò improvvisati accampamenti di gente che - “aspettare per aspettare tanto vale farlo comodamente e con l’auto spenta a raff reddarsi” - si fermava in attesa di un defl usso risolutivo. In canottiera e calzoncini corti, appollaiati su improbabili sgabelli pieghevoli che per magia spuntavano dal baule dell’auto come conigli dal cilindro, o accoccolati per terra, tutti i componenti di intere famiglie in gita, sotto l’ultimo sole si mangiavano cartocci di pesce fritto, acquistato dagli ambulanti del Lago, mescolandolo alla polvere, alle chiacchiere e al vino in fi aschi che previdenti si erano portati da casa, ai gas di scarico alle voci delle radioline a transistor e alle discussioni sul calcio... Poi, faticosamente e a pezzi è arrivata una superstrada veloce che unisce la città con l’Alta Valle. Ci si mette poco più di un’ora a coprire l’intero tragitto. Ma la Valle, così, non la si vede quasi più, non la si “vive”, e la strada, per quanto ne puoi capire percorrendola, potrebbe collegare due punti qualsiasi dell’Universo che sarebbe la stessa cosa: le montagne da lontano ci sono sempre, certo, ma sembrano delle quinte e non le stai eff ettivamente “attraversando”. Se è vero che indubbiamente gli scambi economici ci abbiano guadagnato, con la superstrada è innegabile che ne abbia risentito, perdendosi, la magia dell’addentrarsi in un luogo altro, l’insieme delle emozioni che regalava l’arrampicarsi verso “l’insù”, la poesia del viaggio. A cavallo dell’Otto dicembre, tuttavia, quella magia la si può riscoprire tutta e di colpo. Basta, fra Cedegolo e Malonno, prendere a destra per Berzo e, prima di Cevo, girare verso la frazione Monte. Siamo dalle parti della Val Saviore. Siamo dalle parti del Cristo di Job, tanto audace da guardare la valle sfi dando la legge di gravità, quanto feroce da aver travolto e ucciso un povero giovane. Siamo dalle parti della montagna non ancora compromessa da fl ussi turistici irrispettosi. Da queste parti bisogna venirci apposta, mollando la superstrada. Ma ne vale proprio la pena. Ci si troverà all’interno di una “fi era” anòmala che si snoda per i viottoli di quella piccola frazione e che, per l’occasione, è stata interamente decorata dai suoi abitanti con rami d’albero, composizioni di fi ori secchi, ornamenti e tante luci: “Le ere de Nedal del Mut” Come ogni fi era ha un aspetto convenzionale, scontato; se vogliamo, commerciale. Vi è infatti una notevole quantità di bancarelle anche se la maggior parte propone prodotti artigianali: abbigliamento, gastronomia con particolare attenzione ai formaggi ed ai salumi locali, dolci, oggetti soprattutto in legno e ceramica. Anche stalle e fi enili, riordinati e ripuliti per l’occasione, divengono provvisoriamente piccoli “negozi”, dove le merci spesso illuminate di una luce fi oca sembrano dotate di una misteriosa energia. Oltre al “mercatino” vi è però un insieme di occasioni che permettono di conoscere usi, storia, tradizioni della zona; come si viveva (e come forse, più o meno, ancora non pochi ci vivono) da queste parti. È un’esperienza che fa capire il legame con la terra, la fatica. La tenacia. Perché se c’è una cosa che si capisce al volo è che non doveva essere per niente facile stare qui. Strappare la terra alla montagna per le case e le stalle e l’erba per le bestie alle rocce. E come sempre succede vale più di mille spiegazioni “raccontate”. È un contesto estremamente pittoresco questo, dove si possono osservare antichi metodi di lavorazione del latte, del suino, del pane e delle castagne. Metodi oggi anacronistici, ma così umani, rispettosi della materia prima e di chi la consumerà una volta trasformata. Fra un bicchiere di vin brulé e un caroccio di caldarroste si può osservare la lavorazione del ferro battuto in cui fatica e fuoco si sposano in un matrimonio dove il sensale è la sapienza e che originano oggettini da poco (foglie, monili elementari) eppure così “da tanto” - mica facile “far giù” una foglia di pochi centimetri a forza di mazzate - che vengono poi regalati al pubblico. Non mancano informazioni, fornite magari in maniera disordinata, che divulgano momenti piccoli e grandi di storia locale: collezioni di vecchi attrezzi, indizi di storia sociale; oppure, testimonianze relative alla Grande Guerra, all’epopea degli alpini, reperti di Storia uffi ciale, insomma... Ci sono stato qualche volta negli ultimi anni. Fortuna ha voluto che spesso avesse nevicato da poco. Freddo fuori, calore dentro. Calore che arrivava soprattutto dagli altri intorno a me. Sarà stata pure una suggestione determinata dal calendario, ma la sensazione che mentre camminavo avevo addosso come un tatuaggio era quella di trovarmi in un grande presepio vivente e autentico. Fuori dal tempo, come lo sono i grandi presepi di una volta dove si vedevano artigiani intenti a lavorare e pastori con greggi che si aff ollavano intorno alla capanna. Presepi semplici e complessi allo stesso tempo, come semplice e complesso è il carattere di questi “montagnini”, sospettosi all’inizio, silenziosi e ruvidi con gli estranei che qui vengono defi niti “stranieri”, ma che quando “sentono” giunta l’ora possono aprirsi in un’accoglienza disarmata e in gesti di sincera disponibilità. Viene buio presto qui. Quando si va via e ci si lasciano alle spalle i rumori e le luci, sembra proprio di aver dimenticato un bel sogno nella notte. Quando si va via ci accompagna un po’ di dolce tristezza: l’alba del nostro mondo quotidiano ci attende, inesorabile.

 

di Roberto Bianchi

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