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23 novembre 2017

Cultura

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11.09.2017

Il racconto del prete manager
e operaio. Verolanuova,
Verolavecchia, Botticino

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Non è che sia particolarmente ferrato su questioni di religione, di vangelo e più in generale, di chiesa e sagrestie, di dio e santi vari. Chi mi conosce e sa del mio ateismo, che talvolta si declina in un anticlericalismo con pennellate rabbiose e quasi ottocentesche, potrebbe perciò rimproverarmi per aver scelto, con l’odierno racconto su Verolanuova, di invadere campi che non mi appartengono. Correrò il rischio, perché la vita di uno dei nativi di quella zona della Bassa, un uomo dell’Ottocento che sarebbe diventato uno di quei sacerdoti così radicali da suscitare in molti almeno interesse, se non proprio simpatia, vale la pena di essere raccontata per la singolarità dei molteplici aspetti di un’esistenza pendolante fra il conservatorismo più chiuso nella difesa della Chiesa e della dottrina e una sensibilità speciale e, almeno dal punto di vista dell’organizzazione, innovativa per tutto ciò che riguardava, invece, le tematiche sociali e i problemi del mondo del lavoro di allora. Un’esistenza che venne poi spesa proprio per intervenire in quella serie di questioni. Arcangelo Tadini nacque a Verolanuova nel 1846 da famiglia benestante e numerosa ed entrò in seminario in giovane età seguendo le orme di due suoi fratelli, uno dei quali, peraltro, ne era già stato espulso insieme a Tito Speri, sembra per le stesse motivazioni politiche. Venne ordinato sacerdote nel 1870, l’anno di Porta Pia e della fi ne del dominio temporale della Chiesa, un’esperienza che lo segnò in maniera indelebile e consegnò il clero alle posizioni più intransigenti costituendo però, allo stesso tempo, motivo di una formidabile sfi da: per non perdere terreno e resistere nella nuova condizione, infatti, la Chiesa avrebbe dovuto saper aff rontare positivamente i tempi nuovi, con nuove modalità ed una nuova forma di apostolato: il “nuovo” come parola chiave per aff rontare la realtà, quindi, che spiega con immediatezza da quali paraggi sarebbe poi provenuto il titolo dell’enciclica che Papa Leone XIII avrebbe promulgato nel 1891: “delle cose NUOVE”, la “Rerum Novarum”, appunto. L’elaborazione papale aff rontò per la prima volta le questioni sociali prodotte dall’aff ermarsi del capitalismo e lo fece in modo suffi ciente per poter diventare uno delle tre opere che contraddistinguono il secolo della rivoluzione industriale, insieme al “Manifesto del Partito Comunista” di Marx ed Engels e al “Saggio sulla libertà”, manifesto del pensiero liberale, di Stuart Mill. L’originalità dell’enciclica consiste nella sua scelta di mediazione fra le parti sociali, che se a noi oggi sembra cosa da poco , basta venga ricollocata in quei tempi per assumere un valore che può apparire persino eversivo: nella “collaborazione” fra le parti – con il rifi uto della lotta di classe -emerge il ruolo di mediatore, un ruolo protagonista, che la chiesa rivendicava per sé. Questo il contesto in cui Arcangelo Tadini si trovò ad operare dapprima a Lodrino, poi alla Noce di Brescia e infi ne a Botticino dove dispiegò tutta la sua capacità organizzativa, oggi diremmo “manageriale”, per sostituire la versione del sacerdote come “pastore di anime” con quella di instancabile progettista di iniziative riguardanti i molteplici segmenti anagrafi ci costituenti il”gregge” della Chiesa. Dopo aver tentato di realizzare una linea tramviaria (a cavalli, naturalmente) che unisse Botticino a Sant’Eufemia, fondò un a Società di Mutuo Soccorso con il compito di fornire assistenza ai lavoratori in caso di malattia e infortunio. Un’altra importante intuizione l’ebbe per contenere l’allontanamento dalla comunità locale da parte di persone, soprattutto giovani e femmine, che dovevano spostarsi per trovare occupazione: in particolare, appunto, le ragazze che dovevano recarsi a Lonato per lavorare in fi landa. Per contenere i disagi partorì l’idea di costruirla a Botticino una fi landa nuova, cosa che fece improvvisandosi ingegnere, direttore dei lavori, amministratore, ma, soprattutto, impiegando non solo tutto il proprio patrimonio personale (che non bastò), ma addirittura contraendo un debito che l’avrebbe poi accompagnato per tutta la vita. Sul fi nire dell’Ottocento la nuova fi landa, tuttavia, decollò e non solo fornì il lavoro a tutte le giovani del paese, ma ne richiamò anche da quelli vicini che, perciò, necessitavano di una sistemazione abitativa. L’intrepido sacerdote acquistò, per questa funzione, la villa estiva dei nobili Mazzola con tutti i terreni annessi e fondò un convitto operaio diretto da laiche. Sia la Filanda che il nuovo convitto potevano in n qualche modo richiedere la presenza di suore ed ecco allora che propose a varie congregazioni religiose di assumerne l’assistenza ricevendone solo rifi uti. Decise quindi di fondare una nuova congregazione di suore operaie, su proposta del gesuita bresciano Matteo Franzini. Nel 1900 si riunivano così presso il convitto le prime dieci suore, nonostante le numerose critiche di tutti coloro che ritenevano non confacente allo status di religiose la dichiarata condizione di “operaie”. Venne diff usa persino la voce che nell’istituzione le religiose quasi morissero di fame e si ammalassero regolarmente per gli stenti, ma questo non spaventò né compromise le nuove vocazioni. Venne così formandosi, proprio in Botticino, una nuova congregazione, dinamica e tutt’oggi operante nel mondo, all’insegna della prossimità con i più deboli e della condivisione della fatica di chi lavora manualmente. E’ aff ascinante la fi gura di Arcangelo Tadini, singolare uomo di Chiesa e precursore, ed è di una modernità che sorprende e non può non far sorgere interrogativi sempre validi, ma che sono resi estremamente attuali dalla drammatica contingenza fatta di nuovi poveri – ma forse sarebbe più appropriato defi nirli “impoveriti” dalla ferocia di un capitalismo planetario che ha pervicacemente spogliato, nei secoli, le loro terre altrimenti autosuffi - cienti – impegnati in un esodo di dimensioni bibliche alla ricerca di opportunità, di cibo, di sopravvivenza. Fa rifl ettere la capacità operativa di un uomo, religioso al punto di diventare prete, che ha tentato di dare anche concretezza e sbocchi pratici al messaggio evangelico che aveva deciso orientasse la sua vita, Fa rifl ettere e potrebbe essere di forte stimolo soprattutto in un tempo in cui di fronte alle nuove emergenze create da povertà di varia natura che non affl iggono, in fondo, soltanto uomini e donne provenienti da terre più o meno lontane, riaffi orano numerosi e stratifi cati egoismi . In un tempo in cui la principale preoccupazione di molte persone che stanno bene solo in virtù della fortuna di essere nati nel “mondo evoluto” invece che da altre parti, è quella di chiudersi a difesa della propria agiatezza.

 

di Roberto Bianchi

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