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lunedì, 11 dicembre 2017

Il racconto del quartiere
operaio. Via Milano
e zone limitrofe

Fotografia di www.ilariapoli.com

Non voglio apparire schematico, né appigliarmi a quelle che magari sono coincidenze, ma è innegabile che ai tempi in cui di telefoni ce n’era solo uno per famiglia, immobilizzato su un mobile ad hoc nel corridoio della cucina, di operai in giro ce n’erano di più. A quei tempi, nei quali il massimo dell’innovazione tecnologica delle aziende era costituito dalla calcolatrice a dodici cifre invece che a dieci , dalla macchina da scrivere elettrica e dalla fotocopiatrice su carta chimica che vomitava fogli illeggibili per via del grigio che li impestava, di operai a spasso ce n’erano di meno. La loro presenza ravvivava la vita anche fuori dalla fabbrica ed era positiva in molteplici ambiti ; era gente abituata dalla fabbrica a quella socialità che poi emergeva anche nella vita civile. E’ così che i quartieri dove vivevano avevano tratti unici e distintivi che li rendevano delle vere e proprie comunità dagli aspetti peculiari. A quei tempi la “produzione” costituiva l’orgoglio sia del Capitalista che della “tuta blu”: entrambi erano consapevoli dei propri rispettivi ruoli che armavano entrambi, ma forse più i secondi, di una corazza inscalfi bile: la dignità. Del resto era il “prodotto”che provocava il profi tto anche in Borsa, forse perché – coincidenza fra le coincidenze? – non si era ancora verifi cata la calata dei telefonini, dei computer, dei titoli tecnologici, non era ancora stato scoperto il web e le speculazioni fi nanziarie contenevano, anche se profi ttevoli, una nuance di “irregolarità” per cui le ricchezze che ne derivavano avevano un qualcosa di illegittimo, di immeritato e fortuito che le marchiava in maniera indelebile. Lo “speculatore” era fi gura vagamente borderline ed equivoca, mai apprezzabile fi no in fondo. Gli operai, invece, del loro duro lavoro ne facevano ancora punto d’orgoglio riuscendo a trarne un’etica che ne orientava i comportamenti. Se c’era una zona di Brescia che potesse essere defi nita il “quartiere operaio”, questa era collocata a ovest della città, nella lunga, e popolata di fabbriche, Via Milano e nel reticolo di strade che su di essa insistono sia da destra che da sinistra in un insieme costituente la periferia e che sfociava, infi ne, sulla statale per Milano: il quartiere Primo Maggio (appunto!), Fiumicello, Urago, la zona di Via Volturno e tutto l’insieme denominato l’Oltremella (Via Chiusure e Sant’Anna, ed adiacenze fi no al Villaggio Badia), il Villaggio Violino... Del resto le fabbriche cittadine erano per lo più in questa zona: per esempio in quello che oggi si chiama Comparto Milano e che, desolatamente abbandonato è costituito da aree dismesse che attendono da anni investimenti milionari per avveniristici piani urbanistici residenziali e misti. Ma anche proprio lungo Via Milano e le sue strade ortogonali: la Caff aro e l’Ideal Standard, la Breda, l’Innse, per non parlare di Om e Iveco, o di Sant’Eustachio, l’ATB. Aggirandosi in quelle zone negli orari di entrata e uscita vedevi folle di lavoratori che andavano e venivano: l’immagine ti forniva anche fi sicamente l’idea di una classe con la quale si dovevano pur fare i conti. Gente in tuta blu, dimessa e orgogliosa, consapevole, non sempre di poche parole, ma, molto spesso, sensate. Sullo stesso territorio di quelle fabbriche che trainavano l’economia non solo locale ( e che solo localmente, però, avrebbero lasciato in carico pesantissime e drammaticamente ingestibili eredità , vedi, anche se non solo, la Caffaro) insistevano anche gli arditi esperimenti di edilizia popolare che in quegli anni si sviluppavano mediante i Villaggi di Padre Marcolini che convivevano con i vecchi agglomerati di case popolari. Negli anni Sessanta, nella zona di Campo Fiera, più o meno dalle parti del Vantiniano, dove c’era la vecchia caserma dei vigili del fuoco, si costituì addirittura un’associazione dei ragazzi (di una volta) che in quelle vie c’erano nati, cresciuti e vi avevano giocato per strada. Alcuni di loro, poi, avevano trovato onori e prestigio nel corso della loro vita: da Luigi Micheletti, per me che lo ricordo con aff etto, “il partigiano Gino”, ideatore e tenace costruttore della omonima Fondazione Biblioteca e Archivio che tanti intellettuali, non solo bresciani, seppe far convergere intorno a sé, a Gianni Boninsegna che con la sua ANFAS si distinse nell’ambito del volontariato prima di diventare sindaco della Città nella Brescia di inizio anni Novanta. Indimenticati rimangono, fra altri, anche il dottor Tonini, il “medico dei poveri” e il farmacista Briosi. E confermavano, queste fi gure, il dna sociale promanato dal quartiere. Sarà un’altra coincidenza, immagino, che da quelle zone siano arrivati altri che sarebbero diventati attori sul palcoscenico della vita pubblica: il sindaco Del bono, per dire, è dalla Badia che proviene. Insieme ad altri che per brevità qui non cito. In quelle vie, com’è facile immaginare, c’erano numerosi ritrovi, osterie e trattorie da poco dove la gente poteva allegramente e in compagnia passare il tempo libero e i momenti di svago. E ci si facevano particolari feste di strada e di partito: nella memoria dei miei coetanei permangono le feste dell’Unità e dell’Avanti, quotidiani dei socialisti e dei comunisti, che si svolgevano nei giardini di via dei Mille, e si chiamavano “delle fabbriche”. Non era l’unica zona “popolare” della Città: c’era il Carmine per esempio. Ma mentre qui il rifi uto dello status quo si manifestava mediante una repulsione deviante che provocava il rifi uto di convenzioni e regole transumando spesso nella piccola criminalità, nella zona operaia di Via Milano, fra parrocchie e sezioni di partito, consigli sindacali e osterie, il rifi uto dello status quo produceva la spinta a modifi carlo osservandone, pur tuttavia, le regole e le liturgie. In quelle vie operaie e popolari, proprio dove ora c’è l’Esselunga, sorgeva un fabbricato industriale abbandonato. Una ex fabbrica che nell’immaginario dei giovani del Movimento (per lo più studenti) diventò subito un obbiettivo da occupare: non era l’unico stabile libero in città, ma era proprio lì che andammo, al Fabbricone come lo chiamavamo, perché i giovani “sentono” anche se poi a volte non “capiscono” e quindi sbagliano. Lo occupammo. Ma non era facile perché la tenacia e il sacrifi cio avevano attaccato a tramontare e un po’ alla volta morì d’inedia e così svanì il sogno. Ma questa, è altra storia. Così come quella di quando arrivarono i telefonini e i pc, il web, la fi nanza a sostituire l’economia. E a dissolvere e fabbriche.

 

di Roberto Bianchi