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17 dicembre 2017

Cultura

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10.07.2017

Il racconto del ragazzo di paese
che diventò cantante
Nuvolento, Gavardo, Nuvolera

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

La vita negli anni ’50, per la maggior parte delle persone, sembrava dovesse svilupparsi secondo un destino già scritto; non c’erano molte possibilità di deviare dal percorso che le condizioni sociali ed economiche della famiglia sembravano aver tracciato per i soggetti da crescere che, perciò, molto spesso godevano del libero arbitrio di un trenino elettrico. I fi gli dei poveracci avrebbero continuato ad essere poveracci come i padri, lottando per esserlo un po’ di meno; quelli dei ricchi sarebbero cresciuti nella tranquillità del benessere che avrebbero addirittura cercato di accrescere. Era così, e si restava dove si nasceva: i blocchi di partenza nessuno poteva sceglierseli e quelli più indietro non sarebbero stati compensati da un percorso facilitato. L’istruzione non era per tutti. Le occasioni, nemmeno. Era piuttosto improbabile che il fi glio di uno stradino diventasse primario al Civile: “E’ la vita…”, dicevano i popolani, e tiravano avanti giocando la schedina. Quando succedeva, però, quando imprevedibilmente il successo arrideva a qualcuno contro ogni previsione, sorgeva la leggenda. E si estendeva la speranza. Del resto, se il delinquentello nero nato nel Bronx poteva diventare uno sportivo ricco e famoso, o il fi glio di contadini bergamaschi e poveri ,cresciuto fra seminario e sagrestie,vescovo, cardinale e Papa, in fondo signifi cava che il futuro ciascuno poteva costruirselo. Per quanto mi riguarda, incallito fatalista, ho sempre pensato il contrario: proprio gli sviluppi che smentiscono le premesse, paradossalmente, confermano l’esistenza di un destino al quale è impossibile sottrarsi. Ci ho pensato anche leggendo di quel giovane siriano che per sfuggire alla guerra civile del suo Paese è andato a morire in uno stupido incendio a Londra. Oppure, ogni volta che mi guardo alle spalle per rivedere la mia, di vita. E lo penso anche ricordando la storia di un ragazzino di paese che compirà settantatre anni il prossimo ottobre. Anche lui era nato in una famiglia talmente povera da non potersi permettere il lusso di pensare ad un futuro diverso da quello che era già lì, bell’e pronto, ad attenderlo; non c’era motivo di perdere tempo a far progetti. Magari un po’ di scuola, sì, proprio il minimo indispensabile per imparare a leggere e far di conto in attesa che sopraggiungesse un minimo di vigore. Poi, via, a lavorare, ché c’era da ricostruire un Paese uscito distrutto dalla Seconda guerra mondiale: non c’era tempo da perdere e bisognava crescere in fretta. Il ragazzino, dopo le elementari fi nì a fare “il piccolo” da qualche parte. E quando la famiglia si trasferì in città, trovò posto in una panetteria come garzone. Non lo sapeva, ma il suo futuro lo accompagnava e lo precedeva, creando le occasioni per incontrarsi. Iniziò ad insinuarsi nella sua esistenza fi n da quando la madre gli regalò la prima chitarra, mi piace pensare comprata sotto i portici, da Vigasio, a forza di sacrifi ci. Si dava da fare il destino del ragazzo suggerendogli di ascoltare lo zio napoletano che suonava il mandolino. E quando lo spinse a partecipare ai primi concorsi canori dentro alle parrocchie. Oppure copiava le mosse dei cantanti americani più alla moda e imparava a suonare la chitarra. E, soprattutto, ad usare lo strumento più versatile, forse il più diffi cile, certamente il meno ingombrante, ma che non si poteva acquistare da nessun parte: la voce. Per chi aveva la passionaccia della musica, ai tempi, non c’erano radio e televisioni “libere”, non c’erano computer e web dentro al quale lanciare la propria bottiglia piena di speranze e sogni. E non c’erano nemmeno genitori comprensivi ed instupiditi che orgogliosamente li accompagnassero alle selezioni dei talent. Anzi, quel mondo ancora piccolo e distante, per i vecchi di una volta, era inesorabilmente frivolo e forse potenzialmente dannoso. Chi proprio avesse voluto “tentarla” con lo spettacolo, aveva solo una chance ed era costituita dalle numerose orchestre che avevano il compito di far ballare la gente dentro alle balere. E’ così che, poco più che quindicenne, cominciò a girare per locali con orchestre sempre più importanti. Il futuro divenne invadente e aggressivo e una sera, mentre il ragazzo cantava, nel locale casualmente arrivò “uno che conta”. Primo contratto,prime cover. Apertura, insieme ad altri di quegli anni, del concerto dei Beatles al Vigorelli. E una cover in particolare, “Hurt”, che nel 1966 avrebbe cantato- per un disguido tecnico in quanto era il lato B del suo 45 giri- in tv, a “Settevoci” di Pippo Baudo, e che in italiano si intitolava “A chi”. E che gli cambiò il mondo. E il Destino, che nel frattempo era diventato il Presente , sorrideva compiaciuto, perché Fausto Leali da Nuvolento - il “negro bianco”- era arrivato dove doveva .E da lì non si sarebbe spostato mai più. I ragazzi, dopo “Carosello”, dovevano andare a dormire. Tuttavia, come per ogni regola, ci poteva essere l’eccezione. Per me si verifi cò nell’inverno del 1968 in cui mi fu il permesso di vedere il Festival di Sanremo; in fondo, le ore di sonno “sprecate” le avrei recuperate il giorno dopo, domenica. E le “canzonette” non costituivano ancora un “pericolo” per nostre menti giovani, ingenue ed impressionabili secondo i genitori. I fenomeni di oltremanica che avrebbero sconvolto per sempre la musica leggera erano già a buon punto della loro travolgente marcia di occupazione, ma il Festival di Sanremo faceva fi nta di non accorgersene. Persino il suicidio di Luigi Tenco al Festival dell’anno prima, era stato digerito, metabolizzato e rimosso. Ma il motivo vero per cui mi lasciarono alzato fu un altro: quella sera avrebbe cantato “quello di Brescia”che aveva già “spaccato”, come si direbbe ora, con “A chi”. Nella maggior parte dei bresciani, spigolosi e lavoratori, lontani dal centro dell’impero, meno avvezzi al divertimento che alla fatica e che si muovevano nel mondo con la convinzione d’essere fatti per certe cose e non per altre, suscitava una certa curiosità, una vaga invidia ed un qual certo orgoglio quel ragazzo col nome del nostro Patrono, che era arrivato così lontano da essere fi nito persino dentro la televisione. Così, insieme anche a mio padre che la tele, sdegnosamente – stupidade! - non la guardava proprio mai, potei guardarlo in tv. Parlava proprio come facciamo noi, con quella pessima infl essione dialettale così ruvida da essere respingente, mentre dichiara l’animo semplice. Direi persino che “cantava” da bresciano, andando a scavarla, quella voce incredibile, dentro l’anima come si faceva nelle cave di marmo, dalle sue parti. Cantava in coppia con Wilson Pickett e non fosse stato per la lingua, sentendoli, non si sarebbe distinto il più “nero” dei due. Cantava e canta, il ragazzo di Nuvolento, che ancora oggi se incontra un bresciano può parlargli in dialetto. Non è cambiato Fausto Leali, un ragazzo che compirà settantatre anni a ottobre. Giü de noalter.

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