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16 agosto 2018

Cultura

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25.06.2018

Il racconto del sasso
venuto dal cielo
Bassa Est

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Mi piace immaginarmi la scena. Mi sarebbe piaciuto osservare di nascosto le facce di quei contadini che durante la stagione fredda probabilmente se ne stavano chiusi nelle loro fattorie, o nelle stalle ad accudire le bestie. E sono in grado di immaginarmi, del tutto arbitrariamente, lo stupore dilagante sui volti, egualmente segnati dalla fatica, delle loro donne, timorate di Dio e subordinate agli uomini. Era gente senza cultura, quella. Per lo più persone semplici, abituate a interpretare i fenomeni della natura secondo saperi che venivano da troppo lontano per essere indagati nella loro fondatezza scientifi ca. Sarebbe stata attività del tutto inutile, del resto , perché la validità di quei precetti era del tutto evidente nella pratica : le lune, per esempio, per le coltivazioni o gli accoppiamenti negli allevamenti. Oppure i detti e i proverbi per le semine e i raccolti. E allora, di che preoccuparsi? Perché chiedersi? Erano solo saperi da accettare, come i cambi delle stagioni. O la neve che protegge le semine. Probabilmente quella era anche gente in maggior parte superstiziosa: si sa, nelle campagne, fra nebbie padane, falò , diavoli che guizzavano nel buio e preti che terrorizzavano dentro e fuori le chiese era più facile che ogni segno venisse interpretato anche in chiave soprannaturale. In tutti i casi, in quel 16 febbraio 1883, dal primo pomeriggio, fu un’ampia fetta della Bassa ad essere sconvolta dalla caduta di un enorme meteorite. Ci racconta Ferruccio Rizzatti in un suo libretto, “Dal cielo alla Terra”, stampato nel 1906: ad Alfi anello, circondario di Verolanova, provincia di Brescia fu udita una spaventosa detonazione, seguita da un rumore paragonabile a quello di un treno ferroviario saltellante sulle rotaie, e da un sordo tonfo. Le invetrate delle fi nestre delle case a un miglio intorno tremarono: a Brescia, a Cremona, a Piacenza, a Mantova, a Verona, si penso’ allo scoppio d’una polveriera; da Capriano del Colle al Ponte della Gazza alle Fornaci, avvenne nel suolo un movimento sussultorio come per terremoto”. Le cronache ci raccontano di un contadino che mentre raccoglieva legna nei dintorni allo spaventevole rumore, al traballamento improvviso del suolo, cadde a terra tramortito, pensando “si subissasse il creato” e avendo levato gli occhi al cielo, vide una massa caderne, seguita da un pennacchio di fumo, e simile ad un fumaiuolo divelto da un tetto. Bastarono pochi minuti perché una folla vastissima si riversasse nei campi in prossimità del punto dov’era atterrato il meteorite e ciò che videro li impressionò non poco: un buco, un grande, misterioso e incongruo buco in mezzo al trifoglio. E in fondo al buco il meteorite, un sasso molto grande, un sasso che sporgeva appena dal terreno in fondo a quella buca “nella quale un uomo avrebbe potuto agevolmente introdursi” . Infatti alcuni uomini più ardimentosi degli altri vi si introdussero. I fratelli Bonetta, in particolare, che di quel campo, chiamato Foresta, erano affi ttuari (come la maggior parte in quel territorio, giacché i terreni erano quasi tutti lasciti di istituzioni pubbliche più o meno caritatevoli, della Chiesa , mentre erano davvero poche le proprietà riconducibili a singoli latifondisti locali) ed erano estremamente preoccupati per tutto quel trifoglio che a loro serviva per dar da mangiare alle bestie e che invece tutti quei piedacci villici stavano mandando alla malora. Sbrigativi i Bonetta, che misero mano immediatamente a “pic e pala e lèere”perché visto che non si poteva contrastare tutto quell’interesse, quantomeno si poteva ridurre in pezzi il macigno e condividerlo con i curiosi: sarebbe servito quanto meno a toglierseli di torno più rapidamente. “Quando, mezz’ora dopo la sua caduta, la meteorite fu fatta a pezzi, essa era ancor calda alla superfi cie, mentre nella sua parte interna era fredda. Era tutta coperta da una sottile crosta brunastra, sparsa di numerose e notevolissime cavita’ emisferiche: alcune di queste, sur uno dei piu’ grossi frammenti, gia’ posseduto da certo Rocco Ferrari alla casa detta Tira, a pochi metri dal luogo della caduta, e che pesava circa 14 kg, alto 26 cm, largo 20 cm, grosso 15 cm, e precisamente sulla faccia che, secondo le asserzioni di molti, era rivolta al basso, rappresentavano abbastanza bene l’impronta di una piccola mano avente due pollici; tanto che molti, e prima il curato d’Alfi anello, il quale della grandezza e della perfezione di Dio doveva avere una ben meschina idea, credettero riconoscervi l’impronta della mano divina...”. Il curato di Alfi anello, si può ben vedere, venne colto da un eccesso di zelo nell’interpretazione dell’evento, ma tant’è, ciascuno diede il meglio di sé in quell’occasione. I frammenti dell’aerolito d’Alfi anello furono venduti a prezzi notevolissimi dai contadini che li possedevano. I piu’ esigenti ne domandavano ugual peso d’argento. La media dei prezzi fatti a chi ne fece acquisto sul luogo, fu di una lira al grammo. Il prof. Bombicci ne acquisto’ oltre a 25 kg. Alcuni frammenti d’un’arenaria macigno, sparsa di pagliuzze di mica argentina, sapientemente lisciata su una superfi cie tinta poi di nero, furono venduti per frammenti della meteorite... Si pretese pure da taluno, che certi pezzi di scoria di fucina, trovati presso il luogo della caduta, fossero d’origine meteoritica. “Il Bolide” caduto su Alfi anello stimolò il senso degli aff ari che alberga soprattutto nei “cervello fi no” di chi ha scarpe ingannevolmente “grosse”. Fu così che,allo stesso modo in cui alla fi ne del Novecento quando turisti occidentali acquistarono come souvenir a caro prezzo frammenti del muro di Berlino e quindi, obbedendo alla legge della domanda e dell’off erta, i frammenti di quel muro, buttati sul mercato semiclandestino, avrebbero potuto agevolmente costruire una Muraglia Cinese, solo un po’ più lunga, anche il “Bolide” di Alfi anello in breve acquistò dimensioni spropositate e prezzi davvero stellari. “Si pretese pure che certi pezzi di scoria di fucina, trovati presso il luogo della caduta, fossero d’origine meteoritica. Il pezzo maggiore pesava 960 gr. Se ne parlo’ molto, e se ne chiesero prezzi esorbitanti, sino a che l’analisi rivelo’ la loro vera origine. Si disse infi ne che fossero caduti contemporaneamente all’aerolito d’Alfi anello, due altri aeroliti a Leno a 12 Km di distanza. Ma non furono rinvenuti e, d’altronde, il fatto stesso e’ molto dubbio”. Chi certamente fu capace di sfruttare l’ incredibile evento - che riempì le pagine dei giornali dell’epoca e che inevitabilmente segnò la storia di questi posti e la vita dei suoi abitanti - a fi ni commerciali fu il signor Battista Bonetta che cinquant’anni dopo diede il nome di “Bolide” al burro prodotto dalla sua azienda casearia, azienda che i suoi eredi hanno poi defi nitivamente denominato “Caseificio Bolide” .

di Roberto Bianchi

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