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20 novembre 2017

Cultura

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06.11.2017

Il racconto del soldato
che tornò a casa
Concesio

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Quando negli anni Sessanta la Televisione era imprigionata dal monopolio governativo in un solo canale bianco e nero capitava non di rado di vederci trasmissioni intelligenti e ottimi fi lm. Ne ricordo uno in particolare, di Luigi Comencini – altro illustre bresciano del lago di Garda poi andato via per diventare uno dei registi più intelligenti del cinema italiano – con un Alberto Sordi che potremmo defi nire “gigantesco”. Il titolo era “Tutti a casa”, del 1960. Parlava di una delle pagine più vergognose della Storia patria: dell’8 settembre del 1943 quando, dopo aver annunciato con voce stentorea l’armistizio con gli americani, pietro badoglio e il re (le minuscole sono volute) se ne scapparono via dall’Italia, come fanno i malfattori che tentino di farla franca, abbandonando al proprio destino migliaia di ignari soldati. Nel fi lm, quando i militari italiani sentirono l’annuncio via radio esplose l’entusiasmo in un solo urlo: “La guerra è fi nita, tutti a casa”. Nel fi lm, il tenente Alberto (Sordi) Innocenzi la sente in ritardo la notizia e così, con i suoi uomini fi nisce sotto il fuoco dei Tedeschi. “Gli americani si sono alleati con i Tedeschi” pensa, mentre aspetta ordini e non sa proprio più che fare. Ridevamo tutti in famiglia a sentire quella frase , nonostante fosse ancora un tempo in cui la guerra era dietro l’angolo, un ricordo vivo per la maggior parte delle persone essendo fi nita soltanto da meno di vent’anni. Ridevano, i miei genitori, che erano scappati ai bombardamenti. Ognuno gli incubi se li scaccia come può . Ci pensavo qualche tempo fa dopo aver incontrato a Concesio un anziano signore che compirà 94 anni a luglio. E’ uno dei pochi ancora in circolazione che abbiano vissuto da adulti la II guerra mondiale. Mi ha ricevuto in casa sua insieme alla moglie. Davanti ad una bottiglia di vino rosso mi ha raccontato la sua storia. E ho visto da vicino la Storia. Si chiama Giovanni Bianchi. Non è un mio parente. L’8 settembre del ’43 lui c’era. Più precisamente, nemmeno ventenne, era un soldato del Genio Militare di stanza a Trieste. Lo seppe la sera alle 8, dell’armistizio, e insieme agli altri militari festeggiò la notizia allo spaccio militare. Il mattino seguente il sergente convocò l’adunata generale della truppa. Nel cortile il plotone aspettò il capitano per ricevere istruzioni, ma inutilmente, perché era scappato nella notte. Furono quindi i sottouffi ciali a doversi assumere la responsabilità di difendere la caserma dagli attacchi dei soldati che fi no al giorno prima erano stati alleati e ora erano diventati nemici che presto si sarebbero rivelati fra i più feroci. Non senza prima aver dato battaglia, l’ 11 settembre Giovanni e i suoi commilitoni dovettero arrendersi ai Tedeschi. Vennero fatti prigionieri e portati a Postumia, in Slovenia, nella caserma del 24° fanteria proprio negli stessi giorni in cui Mussolini veniva liberato dal Gran Sasso con l’audace colpo di mano, oscuro e mai chiarito del tutto, di un commando tedesco. Poco dopo, imposta da Hitler, sarebbe sorta la Repubblica di Salò. I tedeschi spedirono quei prigionieri in Polonia; insieme agli altri, Giovanni Bianchi ci arrivò sui carri bestiame di un infi nito treno merci, stracarico di quelle “bestie” a due gambe e con la divisa dell’esercito italiano. Al lager di Torrem, invece, Giovanni ci giunse a piedi, dopo una marcia estenuante. Più volte, successivamente, ricevette la visita di consoli (fascisti) italiani che gli chiesero di entrare nell’esercito della RSI; i cambio avrebbe ottenuto una licenza premio di un mese, e un ettaro di terra. Non so se sia stato il senso dell’onore e la dignità. Forse la memoria di suo padre Enrico che era stato uno di quei ragazzi che, nel 1918, con Vittorio Veneto, riscattarono Caporetto e vinsero la Prima Guerra Mondiale. O forse il Giovanni Bianchi era un bresciano ostinato, di quelli che non hanno paura e non si piegano. O forse, tutto questo insieme. Il fatto è che si rifi utò e piuttosto di andare a Salò fi nì nel lager di Aachen, al confi ne fra Francia e Germania e poi in quello di Battenhausen, condannato ai lavori forzati. Del resto il destino di un “traditore di Mussolini” era quello di diventare un KG, come era stato cucito anche sulla sua frusta divisa militare che non poté mai più cambiarsi per tutta la durata della prigionia, un Kriegsghefanghen: un prigioniero di guerra. Ci rimase due anni nei lager, a mangiare un mestolo di brodo e un pezzo di pane una volta al giorno. Due anni di soff erenze. Due anni a combattere la morte in mezzo a compagni che gli morivano vicino. Due anni di lavori massacranti svolti con piccoli utensili di fortuna. Due anni di dolore. Due anni a rischiare la vita ogni giorno, in balia di bestie feroci. Giovanni venne liberato alcuni giorni dopo la Pasqua del’45. Rientrò nella sua casa alle 8 di sera del 29 settembre. Ci sono realtà così vere da sembrare false. Così diffi cili da tollerare che ci aiuterebbe sapere fossero solo fantasie. Ci sono vite che, quando le traduci in storie, hai paura di non essere creduto. E invece, più invecchio e più mi rendo conto che la fantasia degli Uomini, esprime spesso soltanto l’ imitazione smorta della Realtà. La Realtà, poi, funziona che non c’è proprio bisogno che stai lì a contorcerti per far tornare i conti. I conti, alla fi ne, tornano sempre. Da soli. E questo è il bello della Realtà. Il bello della realtà di Giovanni Bianchi è che non l’hanno piegato. Non gliel’hanno portata via, la sua vita. Dopo quello che aveva passato non voleva più sposarsi e invece ha messo su famiglia con una ragazza incontrata mentre andava a ballare al Ranzone, sopra Concesio e quella ragazza è ancora lì, accanto lì, accanto a lui, nella piccola cucina di Costorio. Ha lavorato per tutta la vita. Ha subito un gravissimo incidente sul lavoro alla Glisenti di Villa Carcina, nel 1957, quando gli è esplosa della ghisa incandescente in faccia. E’ rimasto totalmente cieco fi no al 1962. Poi, all’Istituto Oftalmico di Milano un po’ di vista gliel’hanno restituita. E allora è tornato a lavorare, nella stessa fabbrica di prima. Fino alla pensione. Il bello della realtà è che i conti tornano. Sempre. Seduto al suo tavolo non ho soltanto ascoltato un pezzo di Storia. Ho visto anche cosa sia la voglia di viverla comunque quella cavolo di vita che ti sei trovato a dover percorrere, di qualunque tipo possa essere. Perché è la tua. Ed è l’unica. E devi giocartela al meglio. Ricordi spaventosi hanno commosso Giovanni mentre mi parlava. Ma la consapevolezza di avercela fatta potendo contare solo sulla propria tenacia e su una straordinaria capacità di reagire gli ha illuminato gli occhi ancora vivaci benché vecchi, benché feriti. “Domenica celebriamo il 4 novembre. Dopo andiamo a mangiare lo spiedo. Vieni anche tu?” mi fa, sulla soglia. Non lo so se verrò, Giovanni, ma ringrazio di cuore te e quelli come te per l’Ieri. E anche per l’Oggi.

 

di Roberto Bianchi

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