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22 febbraio 2018

Cultura

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05.02.2018

Il racconto del Sole di bronzo
e del Nerone di pietra
Franciacorta

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Poteva capitare - ma bisognava anche esserci un po’ tagliati, almeno nel senso d’essere fortunati - di avere vere e proprie sorprese caracollando per le strade della Franciacorta, e di incontrare, genericamente, “cose”che per qualche momento potevano persino lasciare interdetti. Non riguardava soltanto le “persone”, anche se non esiste nulla che sorprenda di più, credo, dell’ l’incontro notturno ravvicinato con un eccentrico, o uno svitato o un deviante di quelli che davvero sembra provengano da un altro mondo rispetto al tuo, né di “situazioni”del tutto incongrue, fuori dall’ordinario e drogate dai sapori che solo il buio può fornire e che sai bene che alla luce del sole si svilupperebbero secondo altri ritmi più convenzionali, più consueti, più riconoscibili e quindi più scontati e comprensibili. Nel silenzio della notte, infatti, persino gli oggetti inanimati e silenziosi possono colpirti con una forza sconosciuta. Era, credo, all’inizio degli anni Novanta e noi quattro ce ne andavamo in giro per una notte primaverile e stanca, a corto di emozioni; una di quelle notti che nemmeno lo promettono un qualcosa e perciò non fornivano nemmeno una mappa da seguire. Una di quelle notti in cui guidi e basta, non ti va di andare semplicemente a dormire così, meccanicamente come fanno tutti ad una certa ora, e decidi di andare dove ti porta l’auto,tanto per sentirsi vigili, con la consapevolezza che ti fermerai a bere qualcosa e poi, boh? … chissà? Notti che non annunciano niente e quindi può capitare di tutto. In eff etti ci trovavamo a percorrere svogliatamente una strada dalle parti di Rovato, delle colline di Erbusco, forse non lontani da Iseo. Immagino che, se qualcuno ci avesse osservato sbirciando dal lunotto posteriore, avrebbe potuto intuire quattro paia di orecchie aguzze ed erette come quelle dei cani lupo quando hanno fi utato qualcosa ed attendono di scoprirlo. Ma in quella notte stanca, e mi sembra di ricordare piuttosto deserta, forse per l’ora, forse perché era un giorno di quelli banalmente infrasettimanali nulla appariva che giustifi casse il tempo e la benzina che stavamo buttando via mentre una cassetta di Paolo Conte ci forniva il suffi ciente livello di amarezza che ci impediva l’eccesso di velocità, e ci rilassava della depressione introspettiva di quando i conti non tornano mai. Guidavamo senza una meta precisa lungo la strada e perciò, proprio perché senza una destinazione precisa, in attesa: poteva anche esserci qualche bar sconosciuto ai lati della strada, magari inaugurato quella sera stessa; oppure qualche donna in cerca di compagnia o d’aiuto, o generosa perché anche più sola di noi. Mi risulta diffi cile esprimere ciò che provammo quando, alla nostra sinistra, improvvisamente si stagliò quel Sole così assurdo che nel buio della notte, vuoi per merito della luna piena che ne accarezzava il bronzo, o dell’illuminazione stradale, oppure di fari sapientemente posizionati per schiaff eggiarlo, aveva addirittura il coraggio di lanciare bagliori scintillanti che avrebbero potuto inchiodare su di sé lo sguardo sorpreso di qualsiasi vagabondo. Fermammo e scendemmo dalla macchina per guardarlo da vicino quel cancello per noi sconosciuto, che non sapevamo ancora essere il lavoro di un grande artista collocato lì, all’ingresso della propria tenuta , da uno dei più noti produttori di vino della Franciacorta - un vino che potevamo permetterci solo quando eravamo “ a soldi”- e ci avvicinammo ad osservare il tripudio di forme geometriche. Nei giorni successivi, chiedendo in giro - perché ancora non esisteva una Wikipedia da interpellare con il telefonino - apprendemmo che oltre ad essere un cancello, quella specie di ufo messo in piedi era una scultura e che il suo autore si chiamava Arnaldo Pomodoro - conosciuto in tutto il mondo, meno che da noi quattro ignoranti – e che strutture di bronzo monumentali ne aveva dislocate in gran numero per il Mondo: da Milano, a Mosca, alla Germania e a Dublino, a New York. Ma tornando a quella notte rimanemmo lì come dei Ciàula, fortunatamente talmente sobri da poterci ritrovare attoniti pur non avendo dubbi sulla veridicità di quanto ci stava davanti, che stavamo guardando e che ci sovrastava per via della sua bellezza immediata. E si compì il miracolo di quando l’Arte parla a tutti, e da tutti si fa capire, perché quel cancello è davvero il Sole, prodigo e vigoroso, che omaggia quel Sole capace, come una pietra fi losofale, di trasformare un frutto rampicante, esoso di cure e attenzioni, in un nettare che allieta prima il palato e poi la vita. Un sole che pur essendo aguzzo e geometrico, o forse proprio per questo,con la sua magia illuminava anche la notte. E anche oggi riscalda gli animi, e ci entusiasmò. E ne parliamo tuttora, più di vent’anni dopo. Mentre tornavamo verso casa blateravamo di antichi mecenati che avevano fatto adornare chiese e cattedrali e si erano resi immortali, mentre esaltando il nome di dio con opere indimenticabili, collocavano anche il proprio nella memoria dell’umanità. Qualche giorno fa sono passato nuovamente da quelle parti, a Adro, e di giorno, stavolta ( forse la mia delusione viene da lì, dalla piatta luce di un giorno senza ombre) , e tutta la rifl essione di quella notte lontana m’è tornata improvvisamente alla mente mentre transitavo per la rotonda di Torbiato, quella che porta al Santuario della Madonna della Neve un luogo che era stato sacro fi n dal 1519, quando, così com’era avvenuto presso il santuario della Stella di Gussago e più o meno nello stesso periodo, ad un pastorello sordomuto era apparsa la Madonna che l’aveva guarito all’istante incaricandolo, in cambio, di far costruire un Santuario. Da qualche anno in quell’area c’è un monumento che può sorprendere chi non lo liquidi con un’occhiata superfi ciale e disattenta, magari giustifi catamente sprezzante. Come tutti i monumenti, come tutta l’arte che ciascuno possa vedere dislocata per piazze, chiese e non come quella che invece è preclusa dentro musei o palazzi, oltre che trasmettere un messaggio immediato, un’emozione, un’esperienza pretende di informare chi verrà successivamente intorno al suo autore, ma ci dirà qualcosa anche del suo committente, di colui che in tempi lontani (ma anche, come abbiamo ben visto con il cancello di Ca’ del Bosco ,in tempi recenti) veniva defi nito mecenate. La scultura che ho visto ad Adro è uno sgraziato manufatto in marmo di Botticino, un bassorilievo di circa due metri che raffi gura un Nerone che suona la Lira. E’ stata realizzata da un’azienda di lavorazione del marmo della zona di Verona. Ed è stata donata all’amministrazione comunale da un cittadino adrense. Sbigottisce più di un sole notturno incrociare un Nerone in Franciacorta. Non è illegittima l’insieme di curiosità che sorge. La frase riportata sul basamento è di Alberto Sordi, attore prevalentemente comico - “Vuoi vedere che Nerone non era poi così matto, forse era meglio bruciarla” e sottintende Roma . Non è illegittimo nemmeno il sospetto, mentre la memoria corre ad altre opere, altri autori ed altri mecenati . E all’idea di sé che affidarono al tempo.

 

di Roberto Bianchi

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