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18 agosto 2018

Cultura

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29.01.2018

Il racconto del toro
che non torò
Bassa bresciana

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

L’applicazione di tecnologie sempre più avanzate per creare o migliorare la redditività di ogni cosa ha spesso comportato anche indiscutibili danni. Le vittime di questo progresso obbligato dal Mercato sono talmente numerose che molte sono state ingenerosamente dimenticate. Una delle più illustri -se solo ci si ricorda che tuttora, a causa della sua esclusiva funzione copulatoria, è l’immagine paradigmatica con cui indicare anche quei maschi umani particolarmente promiscui, inclini all’esagerazione e perciò condannati ad una indiscriminata attività – è senz’altro quel bovino che, forse anche a causa di un’ancestrale invidia umana, è persino perseguitato con ferocia dentro le arene: il Toro. Si può senz’altro aff ermare che il progresso gli abbia rovinato l’esistenza, umiliandone la fama e riducendolo alla terribile condizione di mesto e coatto onanista. Non tutti sanno, infatti, che il toro nella maggior parte dei casi è ormai costretto a “montare” un artifi cio meccanico mascherato e profumato propostogli come fosse una vera e propria vacca: un imbroglio,insomma. Come succede anche a taluni umani, la sua esuberanza sessuale lo rende scarsamente selettivo e piuttosto sbrigativo al punto di non accorgersi nemmeno dell’inganno e allora, come succede anche agli stessi taluni umani di prima, l’incolpevole toro, pensando di sfruttare l’occasione e la femmina, in capo a poco tempo si “scaricherà” dentro appositi contenitori mimetizzati da pelli e odori ingannevoli. Ormai gli allevatori fanno grandi aff ari con il liquido seminale così carpito, che possono mandare in giro per il Mondo con poca spesa e nella quantità appena necessaria allo scopo senza sprechi e senza sforzare troppo l’animale. Mi associo a quello che di sicuro è il punto di vista del toro nel condividere una qual certa nostalgia verso i tempi in cui l’attività riproduttiva si svolgeva secondo modalità esclusivamente naturali, pur nella consapevolezza che talvolta potessero verifi carsi intoppi sorprendenti com’è della vicenda che racconterò .Il periodo e quello degli Anni Cinquanta. La zona: la bassa bresciana quando è quasi Cremona. Tempi duri, tempi di ricostruzione post bellica, tempi delicati per coloro che avevano guadagnato o consolidato posizioni negli anni precedenti e tempi di rivendicazioni sociali da parte dei più umili che umili lo erano sempre stati, ma che ora pretendevano da una Società nuova di zecca una novità anche per loro. Per intenderci le zone dove i braccianti occupavano le terre - come ben ci ha raccontato il regista bresciano Gian Butturini nel suo fi lm “Marziano Girelli” - e i proprietari e gli allevatori potevano acquisire ed esibire un prestigio sociale che si ampliava a mano a mano che la loro determinazione circolava per cascine e osterie. Gli allevatori più grossi ce l’avevano tutti, il loro “toro da monta”, e al “Lazzaretto”in zona di Pontevico, dove si tenevano sia la monta equina che quella taurina, secondo accordi precisi, anche i più piccoli potevano usufruire di un toro pubblico. Uno dei più importanti allevatori della zona, il sign. Z*** che peraltro aveva anche un passato ingombrante da rimuovere essendo stato il vice-Podestà ed essendosi iscritto pure al Partito Fascista Repubblicano, quello di Salò, cominciò ad accarezzare l’idea di avere il toro più toro di tutti e, dopo essersi informato lo acquistò addirittura in Canada. Raccontò del suo investimento agli amici più fi dati che, come spesso avviene, raccomandandosi di non “dir niente a nessuno” lo raccontarono ai propri, e così via fi n quando la notizia, stratifi catasi in dimensioni più grandi delle originarie, diventò di dominio pubblico. Per le campagne circostanti le voci galopparono alacremente fi n quando un po’ tutti si ritrovarono ad aspettare con trepidazione l’arrivo della Bestia dall’America. Da queste parti si erano già visti i ben nutriti marcantoni su due gambe delle truppe Usa, e il Canada, se non proprio Usa, era comunque collocato lì vicino sull’Atlante . Qualcuno riferì che sarebbe giunto via nave al porto di Genova in capo ad un mese. Via nave. Ma quanto poteva costare una bestia che viaggiava su un bastimento che solcava l’Oceano? Altri beninformati spiegarono quale sarebbe stato il tragitto del camion che fi nalmente un bel giorno transitò per le vie del paese diretto alla Cascina di Z***. Nelle osterie non si parlava d’altro: dal Bar Mazzini al Bar Centrale, dal martedì successivo, che era il giorno del Mercato, chi aveva visto anche solo da lontano quel camion, dal carico così poco segreto e al contempo così misterioso, sollevare la polvere delle vie raccontava con dettagli immaginifi ci tutto quanto potesse convincere gli ascoltatori più incuriositi ad off rire un altro calice di rosso. Nel frattempo quel toro aumentava di dimensione ogni giorno anche perché il sign. Z*** ( e anche suo fratello per la verità) erano grandi e grossi per conto loro, di tipo vagamente teutonico e, quindi, come avrebbero mai potuto accontentarsi di una bestia di dimensioni normali? Finalmente arrivò il momento. Nel recinto acconcio dell’allevamento Z*** fu fatta entrare la prima vacca che venne disposta dentro l’ ”altarino” dove avrebbe dovuto essere costretta per agevolare, se così si può dire, il compito del maschio. Intorno al recinto si erano assiepati i curiosi più audaci che non volevano perdersi lo spettacolo inscenato da Z*** che intanto se ne stava con i pollici nel panciotto e il toscano in bocca ad aspettare l sacrifi cio della vacca. C’era qualche anziano che scuotendo la testa ipotizzò non fosse una bella cosa andare a “tirar fuori quelle bestie straniere”. Poi fece il suo ingresso anche il maschio forestiero che dapprima, forse per colpa del pubblico, apparve disorientato. Si fermò, ma poi, forse sollecitato dalla visione dell’estemporanea partner – o forse consapevole dell’atmosfera di attesa che ingombrava l’aria, in fondo non si dice sempre che le bestie “sentono”ciò che c’è intorno a loro? – le si avvicinò con curiosità e determinazione. Non sappiamo se l’ansia da prestazione possa riguardare anche gli animali, ma certo è che tutti i presenti, compreso i nuovi proprietari, furono delusi da ciò che avvenne dopo: quel bovino dalla mascolinità così raccontata e prorompente si rivelò sensibile alla vacca allo stesso modo in cui avrebbe potuto esserlo un ordinario, locale e inoff ensivo bue. Le mirabolanti e infi nite penetrazioni che tutti si aspettavano di vedere si rivelarono chimere. L’animale ci provò a “salire” dove avrebbe dovuto, ma con ben poco costrutto. Prontamente il sign. Z*** mandò a prendere un veterinario della zona che arrivò trafelato e cominciò a traffi care senza tregua nelle posteriorità dello spento bovino per favorirne un risveglio, ma che tuttavia “spento” ci rimase fi no a quando non lo fecero rientrare nella stalla Un po’ alla volta la gente andò via anche se qualcuno provò una qual certa soddisfazione. In paese se ne parlò per qualche giorno e si sprecarono ipotesi sul “perché” e sul “percome” della cilecca taurina La cosa certa è che quel toro non lo si vide più e venne così dimenticato. E quando qualche giorno dopo si ricominciò a vedere in giro anche il signor Z*** , nessuno osò chiedergli nulla.

di Roberto Bianchi

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