Questo sito web utilizza i cookie anche di profilazione al fine di migliorarne la fruibilità. Continuando ad usufruire di questo sito, l'utente acconsente ed accetta l'uso dei cookie. Informazioni
martedì, 12 dicembre 2017

Il racconto del treno
che ansimava
Valle Camonica

Fotografia di www.ilariapoli.com

Già la collocazione del “suo” binario suggerisce l’impressione sia un treno più umile, quasi consapevole di non poter sperare d’essere preso troppo sul serio. Appartato, non sdegnosamente come farebbero gli altolocati, ma piuttosto come si confà ai parenti poveri. Infatti è davvero isolato - in fondo, a destra dell’entrata - dagli altri che invece si snodano parallelamente e si pavoneggiano davanti agli occhi del viaggiatore quando arriva in Stazione. A ben guardare, i treni che sfrecciano su quei binari ai quali si accede mediante il sottopassaggio con le uscite numerate, aff ermano spavaldamente d’essere, allo stesso modo di vene e arterie, parte integrante di un organismo complesso che invece di portare il sangue ai piedi, al cuore e al cervello, trasporta viaggiatori e merci nelle estremità più remote dell’Universo. Il trenino della Valcamonica, no. È un timido che sussurra mestamente che cercherà di fare tutto il possibile per portare a spasso i pochi eccentrici che lo desiderano anche se, in confronto alle prestazioni dei mostri tecnologici lunghi e potenti, sarà ben poca cosa. La linea ferroviaria che collegasse la Città prima a Iseo e successivamente alla Valle Camonica fu una fra le imprese pensate da un Ottocento immaginifi co, alla ricerca di Progresso e fi ducioso nelle capacità illimitate dell’Uomo. Il regalo arrivò con il Novecento e la tratta completa fu inaugurata il 4 luglio del 1909. Quel trenino arancione, quando lo prendevo io, era strategico perché serviva a portarti a trovare i parenti, oppure sul Lago d’Iseo. Trasportava studenti, insegnanti e lavoratori pendolari settimanali che tornavano per il week end in famiglia e ripartivano presto il lunedì. Come mi raccontavano, in precedenza aveva portato pure mio nonno Giacomo, il primo “corriere” della Valle Camonica che per lavoro ogni giorno partiva all’alba da Edolo, alla volta di Brescia dove svolgeva aff ari e consegnava piccole e poche merci conto terzi. Poi se ne tornava con l’ultimo del pomeriggio; questo fi no al giorno della sua morte, per un infarto sulla porta del “Frate”, quando aveva intorno ai sessant’anni. Era gestito dalla SNFT (fi no alla fi ne degli anni Ottanta) che, per molti era più facile dire“sgnàff ete”. Poche carrozze, scomode e con il sedili in legno, trainate lungo l’inesorabile pendio, che le facevano proprio tutte le fermate da Brescia alla stazione di Edolo. Non è solo per le soste frequenti e le ripartenze faticose che non prendeva mai grande velocità, ma anche perche la locomotrice era, in confronto al costante dislivello, deboluccia di suo. Ricordo, infatti, che ad un certo punto dopo Pisogne, alla fi ne del Lago d’Iseo, venivano staccate almeno un paio di carrozze perché altrimenti la “littorina” non ce l’avrebbe proprio fatta. Già, “la littorina”. Nonostante sia un termine coniato nel corso dell’accurata campagna di stampa che il “Il Popolo d’Italia”, nell’ottobre del 1933 elaborò proprio per annunciare l’arrivo delle nuove motrici ad opera del regime (che all’epoca godeva di signifi cativo e indiscutibile consenso), “littorina” fu un termine che sopravvisse al fascismo e anche per i decenni successivi, per i bresciani che ci viaggiavano, sarebbe stato “il” nome di quel treno particolare. Molta gente tutta insieme lì sopra non ce la trovavi mai, ma erano numerose le persone che la utilizzavano per percorre il tratto che univa i paesi fra loro. Una volta partiti dalla stazione di Brescia ti vedevi un po’ della sua periferia industriale, poi passavi per la Mandolossa e ti immergevi nella parte residua di Franciacorta. La prima vera fermata - che se non ci scendevi ti confermava l’impressione di aver davvero intrapreso “un viaggio” - era quella di Iseo: qui la sosta era più estesa per permettere di rifocillarsi al bar della stazione e magari comprare giornali o sigarette (è soltanto perché al giorno d’oggi potrebbe sembrare incredibile che ricorderò come fi no al 1975, in Italia, si fumasse dappertutto, treni e ospedali compresi, senza alcuna limitazione se non dettata dalla buona educazione). Lungo i binari a Iseo c’erano due statue in pietraccia comune che secondo mia mamma rappresentavano i Promessi Sposi e che osservavano placidamente il via vai delle persone. Cominciava successivamente il percorso più accidentato durante il quale, per una strana magia, sembrava che il tempo non passasse mai e la meta si allontanasse sempre di più, perché il numero interminabile di stazioncine sembrava aumentare inesorabilmente. La vista dall’alto del Lago d’Iseo, una macchia blu incastonata in una più grande e verde era davvero piacevole e la vista di Montisola incuriosiva assai. Le numerose le gallerie che si incontravano provocavano “spaventi” fatti di shock visivi e rumori assordanti. Ad un certo punto a tutti si tappavano le orecchie e ciò costituiva un ulteriore elemento che contribuiva ad estraniarmi da mia madre ed a permettermi, fra l’altro, di immergermi nei ricordi pruriginosi del cortometraggio, di e con Nino Manfredi, “L’avventura di un soldato”, tratto da una storia di Calvino. Il fi lm è del 1962, ma io lo vidi che ero già un ragazzino di dodici o tredici anni e racconta la vicenda di un giovane militare che senza scambiarvi una parola (e nonostante la presenza di altri passeggeri fra cui bambini) appro- fi ttando proprio delle gallerie, vive un’avventura erotica con una procace vedova: roba giusta per scatenare gustose fantasie in un ragazzino. Le poche vedove che salivano sul “mio” treno, però, non erano mai procaci, anzi, erano soltanto vecchie e spesso puzzavano, così come puzzavano i pacchetti e le borse che portavano ,che puzzavano di una puzza così formidabile da riuscire a coprire provvisoriamente persino quella propria del treno stesso che puzzava di suo. Le panche inizialmente erano di legno ben lucidato e talvolta inciso da anonimi, ma, ciò nonostante, dolorose e scomode che all’arrivo ti ritrovavi con il culo tumefatto. Poi vennero i sedili rivestiti in fi nta pelle, che con i calzoni corti ti ci si incollavano le gambe. Poi venne l’età in cui ho preso la patente e quel treno non l’ho usato più. Mi era venuto in mente di salirci per scrivere questo pezzo, ma poi ho pensato di fare come si fa con le vecchie “fi amme” che è meglio ricordarle com’erano piuttosto che rivederle e trovarle compromesse dagli eff etti negativi del tempo. In questo caso, non me la sono proprio sentita di sedermi su un treno compromesso dagli eff etti positivi della modernità: trovarlo magari “comodo”, magari “pulito”, magari pure con il riscaldamento o l’aria condizionata. La littorina me la voglio ricordare così com’era, come la gente che trasportava: affaticata eppure inarrestabile. Ferita, forse, ma immortale.

 

di Roberto Bianchi