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23 febbraio 2017

Cultura

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17.01.2017

Il racconto del
vino proibito:
Capriano del Colle

Fotografia di Ilaria Poli
Fotografia di Ilaria Poli

Ad essere sinceri e dirla tutta, quello che sotto certi aspetti è il vino più vino di tutti, vino in senso stretto non lo è nemmeno. Eppure, avvinte indissolubilmente ai primi eccessi della giovinezza - proprio come se fossero delle uve rampicanti - le bevute più soddisfacenti, per certi versi inoff ensive, che teniamo ben nascoste nella nostra memoria le abbiamo fatte proprio nella zona di Capriano del Colle, la terra bresciana conosciuta ovunque per la produzione del Clinto. Non che lo si trovi solo lì, probabilmente. Vai a saperlo dove lo si possa nascondere un vino clandestino; certo è che in quella zona era tollerato, consumato (e non solo su tavole private) e magari anche ostentato. Dalla città e dai paesi intorno partivamo per le Basse, non così “servite”, per quanto riguarda la viabilità, di come lo siano ora e percorrevamo strade di campagna, meglio se sconnesse e accidentate - quasi costituissero un assaggio del mondo rurale a cui saremmo presto approdati - che ci portavano in quelle campagne a Sud di Brescia dove in osterie di contadini sperdute fra i campi avremmo potuto gustare, insieme al clima piacevole ed alla compagnia di gente rozza e popolana - come noi, almeno per un pomeriggio, volevamo a tutti i costi essere - quel vino così particolare da essere diventato quasi mitico e che sapevamo solo lì. Ne eravamo inconsapevoli, ma ciò che andavamo a visitare non erano soltanto fattorie di campagna: cercavamo una natura non ancora del tutto assoggettata alle esigenze della produzione industriale. E volevamo provare una dimensione temporale meno sincopata. Con un po’ di fortuna saremmo incappati in una genuinità così elementare da essere rassicurante: un’umanità che solo a pochi chilometri più a nord si era ormai rarefatta, ma della quale, pure, i nostri vecchi, quando eravamo ancora dei nipotini piccoli da “tirar su”, avevano amato raccontarci come di un’indimenticabile età dell’Oro. Ma perché il Clinto non è nemmeno vino? La vite con cui lo si produce arrivò dall’America, verso fi ne Ottocento, come sostituto e alternativa alla nostra vite tradizionale, massacrata dalla fi lossera. Era una vite sicuramente più resistente, ma che produceva grappoli troppo piccoli e perciò inadatti alla vinifi cazione. Si provò allora con una delicata operazione di innesto di quella vite “straniera” sulla nostra, l’autoctona. Ne risultò una vite più decisa e soprattutto più resistente e che non aveva bisogno d’altro, per essere protetta dal’assalto dei parassiti, che di un blando solfato di rame. Il vino che se ne cavava, però, aveva un’insuffi ciente gradazione alcolica, soltanto sei - otto gradi, che ne rendeva quasi impossibile la conservazione. E poi era pericoloso per la salute sia per l’alto contenuto di tannini che per la sua buccia ricca di sostanze potenzialmente tossiche. Per non farsi mancare niente, c’era pure il rischio che, se lavorato male, producesse un’elevata concentrazione di metanolo. Un vino messo fuorilegge quarant’anni prima che lo scoprissimo noi: un “non-vino”! Ma per noi ragazzi era il vino più vino di tutti. Quando ci accampavamo, su sedie azzoppate dall’uso e tenute insieme con corde di risulta, intorno ad un tavolo rivestito di tela cerata; quando subito dopo ci venivano portate le scodelle di ceramicaccia da quattro soldi, rigorosamente scompagnate e che erano sempre in numero inferiore al bisogno; quando poi arrivavano i capaci bottiglioni, indelebilmente macchiati, come le scodelle, come la cerata, come il nostro animo, chè non è mai stato facile essere giovani, e i nostri palati e subito si spandeva per l’aria quel sentore di frutta, un odore forte, avvolgente e caratteristico... ecco, in quegli attesi preliminari che ogni volta ci piaceva far fi nta ci sorprendessero come fosse la prima, c’era tutta l’essenza del bere in compagnia cioè del bere che non è disperazione e solitudine, ma festa ed allegria. La liturgia era sempre la stessa: il recipiente andava manovrato con entrambe le mani per evitare di sporcare in giro, evento facilitato dalla mescita non già in stretti bicchieri, ma in larghe scodelle che avrebbero potuto imprimere orbite assolutamente incontrollabili a quel sangue di campo. Aspettavano con discreta trepidazione dipinta sul viso che l’operazione fosse conclusa e solo allora le scodelle potevano attaccare a girare per la tavolata, di mano in mano, di bocca in bocca: una sorta di calumet della pace come lo conoscevamo dai fi lm di indiani della nostra infanzia, un rito collettivo che ci riappacifi cava con le nostre esistenze sregolate. Calmata la prima sete con generose sorsate, si proseguiva con calma mentre le chiacchiere si accavallavano. Forse, ben prima che importanti enologi lo codifi cassero e che ne apprendessimo l’esistenza dai giornali e dalle mode, eccolo lì, davanti a noi, il “vino da meditazione”, quello che apriva i cuori alle parole e le bocche ai sentimenti. Bisognava alzarsi frequentemente per lasciare spazio all’altro vino che volevamo a tutti i costi ingurgitare: non sarebbe stata cosa portarne con noi, in bottiglia. Così, fi nalmente a gambe larghe, le vedevamo più da vicino quelle viti così generose. Non era raro che spuntasse anche qualcosa da mangiare, su quei tavolacci, per “assorbire”, ci si diceva, ammiccando. E, in una occasione che rimase unica, a causa della confi denza che s’era ormai instaurata, l’oste dopo essersi seduto con noi fece apparire sul tavolo pure il distillato di quel vino, la “grappa di clinto”. E spuntarono le sue parole a snodare un inaspettato racconto. Fatto di curiosità. Come quella di un clinto vinifi cato bianco che era un mezzo spumante e che non immaginavamo esistesse. E dei ricordi di quando quello spumante circolava anche per le trattorie, come la Règona di Seniga dove la gente andava, in particolare, per mangiare le cotolette. E di una rivelazione: proprio in quella trattoria e ad assaggiare quel vino, sul fi nire degli anni ’40 ci arrivò anche un prete “di fuori” che parlava così malamente la lingua che molti “locali” lo presero per uno di Cremona, e invece era polacco e si chiamava Karol Wojtila, diventato da poco Papa. Vera o falsa, ci divertiva crederci perché in fondo ci ubriacavamo di storie, mentre pisciavamo via il vino. Poi riprendevamo la via del ritorno verso casa, senza alcoltest, pattuglie della stradale, tutors e dissuasori di velocità, accompagnati solo dalla nostra allegria.

 

di Roberto Bianchi

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