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venerdì, 20 ottobre 2017

Il racconto dell’isola
in mezzo al lago
Montisola

Fotografia di www.ilariapoli.com

Quand’ero ragazzo ancora non c’erano superstrade e tangenziali dirette in Valle Camonica, ma un’unica, interminabile, traffi catissima strada provinciale insuffi ciente, sconnessa e tortuosa e che passava per ciascun paese del tragitto che, per questa ragione, con qualsiasi condizione climatica o di traffi co non durava mai meno di tre ore e mezza. Il percorso così si divideva in due parti: una noiosa ed una aff ascinante. Peccato che la porzione più gradevole fosse solo quella che costeggiava il Lago d’Iseo - ed era fi n troppo rapida - mentre l’altra, nonostante spesso potesse essere meno traffi cata, esente dalle code dei turisti domenicali, per esempio, si rivelava noiosa e interminabile. La cosa più bella del pezzo di strada “bello” era la vista dell’isola piantata nel bel mezzo del lago: Montisola. Ovviamente imparai subito che è l’isola lacustre più grande d’Europa: era una delle informazioni che i nostri genitori erano ansiosi di trasmettere nel tentativo di farsi reputare còlti, ma in realtà la cosa che mi catturò con immediatezza fu la misteriosa magia - la stessa che poi avrei ritrovato nel resoconto proustiano sui campanili di Martinville - per la quale quella montagna sembrava dotata della capacità di “spostarsi” allo stesso modo degli occhi nei ritratti di certa pittura che sembra ti osservino, seguendoti mentre tu li guardi ammirato. Percorrendo il serpente d’asfalto l’isola te la ritrovavi sempre a portata di sguardo; fuori dalle gallerie buie come l’Inferno ti attendeva stagliandosi contro il cielo alla tua sinistra, in mezzo al lago. Autoritaria, perché sembrava persino consapevole d’essere la curiosa ed imponente “autorità” del lago, il suo monumento, il suo totem. Ed era come se ti avesse tenuto d’occhio per impressionarti meglio. Perché in quanto a impressionante, era ed è impressionante da guardare, Montisola! Una moltitudine di centinaia di migliaia di persone, proprio l’estate scorsa, ha potuto verifi care quella peculiare caratteristica percorrendo le fl oating piers che Christo ha installato nel lago costituendovi la ormai famosa a livello mondiale passerella arancione. Non penso di sbagliare nel sostenere che la suggestione iniziale all’artista bulgaro in parte sarà stata fornita anche da quella verde massa emergente dalle verdi acque del lago d’Iseo. Montisola è a portata di mano, eppure così lontana, proprio come dev’essere per un’isola, che è sempre un po’ un mondo a parte. Per questo è lecito chiedersi cosa ci vai a fare su un’isola di lago. Per esempio, come avrei scoperto in occasione di un matrimonio (perché farci il pranzo di matrimonio era un vero e proprio must, una volta) ci puoi andare a mangiare dell’incredibile pesce di lago, cucinato come solo lì sanno fare, magari accompagnato dallo splendido vino bianco ghiacciato che solo lì acquista fragranze sconosciute in mezzo a quell’aria, a quel sole.Una fetta di salame di Montisola (che viene prodotto ancora secondo criteri arcaici ben custoditi e protetti) poi, può essere di grande aiuto per rifl ettere sulla natura della tua quotidianità, dei tuoi impegni e di tutte le eventuali preoccupazioni che almeno per il momento hai lasciato sulla terra ferma che ora puoi guardare con un certo distacco. Anche in questo caso, mangiare e bere bene costituiscono un’accoppiata che fornisce la più precisa rappresentazione del concetto di “stare da Dio”. Ma non c’è solo il cibo. Nel tempo, quasi a confermare la mia soggettiva ed arbitraria intuizione iniziale, ho scoperto le attività sopravvissute che confermano la particolarità del luogo nel quale vale davvero la pena di andare a farci un giro. Si prende il battello a Sulzano, e anche se la traversata non è lunghissima, riesce a fornire la sensazione si stia compiendo un passaggio verso una parte sconosciuta e misteriosa del Mondo. Scrutando l’orizzonte mentre ci si lascia alle spalle la costa si ha davvero la sensazione di abbandonare estemporanee certezze per andare ad incontrare vecchie sorprese. E in parte è davvero ciò che poi ci ritrovi: ci sono vicoli e maggior silenzio di là, che sanno proiettarti in uno scenario molto simile a quei villaggi di mare lontani dal baccano e dalla confusione e che sembra vogliano respingere i turisti che, con la loro devastante voglia di divertimento irrispettoso, a volte possono compromettere i pur consolidati equilibri esistenziali. A Montisola già il tempo si trasforma e si fa più rarefatto, anche perché la si può girare solo a piedi, in bicicletta e motorino. Niente automobili là, dove l’acqua dondola più lentamente, sembra più disponibile, aff abile come un’ amica sincera: sembra famigliare e per niente pericolosa (e invece come vedremo nasconde anche insidie), solcata dai “naet”, le antiche barche dei pescatori, che ancora c’è qualche artigiano capace di costruirle secondo i vecchi dettami. E ancora, come un tempo, si lavorano le sardine di lago che dopo essere state lavate e pulite vengono tenute sotto sale per ventiquattro ore e successivamente vengono appese sulle tradizionali intelaiature in legno, messe ad essiccare per poi infi - ne, passati alcuni giorni, essere nuovamente lavate e conservate sott’olio. Ci fanno anche reti da pesca famose in Italia e nel mondo, a Montisola. Com’è naturale ci sono anche alcune leggende che caratterizzano questo posto. La più famosa racconta di una strega, la Matta, che per somma e gratuita cattiveria si sarebbe divertita, un tempo, a trascinare sfortunati bambini nel profondo delle acque. Secondo la tradizione continuerebbe a farlo e il 14 luglio è segnato sul calendario come il “giorno della Matta”, in cui la strega, appunto, sarebbe più propensa a rinnovare quei sacrifi ci, risorgendo dai fondali per trascinarvi i bagnanti più incauti. Nel tempo da cui provengo io queste leggende erano ancora in grado di impressionare i bambini ai quali, come prova defi nitiva della fondatezza del racconto, si faceva notare come anche l’acqua del lago assumesse per l’occasione una colorazione più cupa trasformandosi in un avvertimento che ricordava di evitare di prendere il bagno proprio in quel giorno. In verità, curiosamente quanto inspiegabilmente, bisogna aggiungere che negli anni, proprio in quel giorno si sono verifi cate con una regolarità sospetta molte tragedie ed annegamenti. Coincidenze, che restano comunque aff ascinanti. Bisogna invece fare attenzione ad un vento, certamente più pericoloso di una strega che proviene dalle tradizioni popolari, che si chiama “sarneghera”, così chiamato perché imbocca il lago provenendo da Sarnico ed ha la caratteristica di essere improvviso e violentissimo e la cui turbolenza è all’origine di numerosi incidenti anche con esiti tragici oltre che di grandi spaventi per coloro che pure ne sono passati indenni.

 

di Roberto Bianchi