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16 novembre 2018

Cultura

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09.04.2018

Il racconto dell’Ultimo
dell’Anno al Lago
Lago di Garda

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

In un racconto pubblicato precedentemente ho già scritto di come il Lago di Garda per i bresciani di terra fosse dotato, almeno in parte, di quella potente fascinazione normalmente posseduta da posti più lontani e meno a portata di mano. Ed infatti, arrivandoci, sembrava proprio di essere fi niti, “minimo – minimo”, al mare, tipo in quel di Romagna (all’epoca in Italia non erano ancora esplose le mode espanofi le per i ragazzi in cerca di divertimento puro, anche perché in Spagna c’era ancora il fascista Francisco Franco ad opprimere ogni aspirazione libertaria).I fattori che favorivano quella nostra percezione improntata ad un’ autoinganno della stessa natura dell’esotismo salgariano erano molteplici. Innanzi tutto, l’ampia off erta di divertimenti fra i più vari che il lago off riva in esclusiva. Poi il clima che, salvo lo stretto necessario dei più freddi mesi invernali, era costantemente mite e tendente al caldo,fi no a quando esplodeva in estati che non fi nivano tanto facilmente. Un altro signifi cativo elemento straniante era la presenza di numerosi turisti, intere tribù familiari o consistenti gruppetti di giovani del tutto autonomi e padroni di se stessi, che provenivano prevalentemente dal Nord Europa (Germania e Olanda in particolare) e che quindi introducevano usi e modi molto più “moderni” rispetto a quelli elementari di noi ragazzi che saremmo stati per sempre provinciali, oltre che idiomi quasi del tutto sconosciuti (prima di allora, gli ultimi a parlare tedesco sul nostro suolo erano stati i “Tuter” nazisti durante l’occupazione nella Seconda Guerra) e abitudini trasgressive: dall’uso delle droghe leggere che personalmente ho appreso da una ragazzetta olandese che se n’era arrivata in un camping di Padenghe carica di joint - quelli che ora si chiamano “cannoni”- acquistati già confezionati in qualche Coff ee Shop di Amsterdam, fi no alla immediata disponibilità a qualche traffi co di natura erotica, bastava semplicemente averne voglia, ché non è che dopo qualcuno doveva sposare qualcuno, ma semplicemente se ne tornava da dov’era arrivato. La conferma che il Lago di Garda fosse un “lontano” eppure facilmente raggiungibile era data anche dalla presenza di numerose seconde case di proprietà dei bresciani più abbienti: la proprietà della villa sul Garda - qualsiasi dimora, sul Garda, diventava “villa” - (magari insieme al motoscafo ormeggiato in qualche porticciolo “esclusivo”), era un must per imprenditori e professionisti di Città e hinterland che potevano così trascorrervi week end da esibire nelle cronache salottiere infrasettimanali. Ogni tanto ci facevano delle feste alle quali invitavano anche amici e conoscenti meno intimi: la claque. Capitò anche a me d’essere ospite di un costruttore bresciano fra i più noti in virtù della mia condizione sentimentale: giovanotto di (ancora) belle speranze, all’epoca avevo imbastito una storia sentimentale con una donna più grande, una bionda nei paraggi dei quaranta, piuttosto appariscente concupita da molti di coloro che proprio per questo ci invitavano e che, col senno di poi - e temo di non sbagliarmi – in alcuni casi probabilmente, e a mia insaputa, ne avranno goduto le grazie. Sostanzialmente costituivo la tara (nel senso di peso) della signora e per gli anfi trioni era un po’ come quando si andava dal droghiere a comprare il prosciutto crudo e si era costretti a pagare allo stesso prezzo, in assenza di bilance “ intelligenti”, anche la carta che l’avrebbe avvolto. Inconsapevole delle vere ragioni dell’invito mi ritrovai così a festeggiare l’ultimo dell’anno in una magione davvero di alto livello nei paraggi di quella prima, seconda e pure terza casa, e Museo e Tempio e scannatoio del Vate nazionale che è il Vittoriale, a Gardone. Appena giunto mi sentii subito fuori posto in mezzo a quei professionisti aff ermati - accompagnati da consorti avvenenti, tintinnanti e irraggiungibili - dei quali almeno un paio avrebbero poi avuto anche un qualche futuro politico. Quando talvolta incontro per le strade di Brescia quelli dei quali divenni davvero amico, ancora ci ridiamo su, pensando alla mia ingenuità giovanile (ma ci accomiatiamo rattristati dalla misurazione della velocità con cui è passato così tanto tempo ma questo è un altro discorso…). Ma tornando ad allora, l’agitazione causata da un rendez vous che non era propriamente una “cena”, ma bensì, in tutta evidenza, un “ricevimento”che si declinava quindi secondo regole e comportamenti per me inusuali e rispettosi di “un’etichetta” per me sconosciuta, unita alle abbondanti libagioni, quella sera mi fece uno strano scherzo e andò a colpirmi direttamente nelle zone meno nobili del mio corpo, ancora efebico come quello di un incerto Tadzio spedito in territorio nemico. Era la mia pancia a sottolineare la totale incongruenza della situazione e, cercando di contenere le ineluttabili rumorosità che erano in agguato dentro ai miei calzoni nuovi, mi trovai costretto a chiedere ad un cameriere, con una malcelata urgenza, dove fosse la toilette (“gabinetto” mi sembrava troppo popolare, “servizi “troppo scolastico e “cesso” troppo trasgressivo). Il padrone di casa, forse per allontanarmi il tempo necessario per almeno iniziare l’assalto alle virtù della mia “fi danzata” si intromise e con magnanimità ordinò: “Accompagnalo in quello del piano superiore dove nessuno andrà a disturbarlo”: mi colse così la certezza che mi si leggesse in faccia la disperazione per i sintomi violenti di un’evacuazione che si annunciava mastodontica. Salite le scale mi ritrovai in un confettino di gabinetto simile a quello di un boudoir, piccolo e a tinte tenui, che presumo fosse la prima volta che veniva utilizzato da un culo proletario come il mio. Aff annosamente ne usufruii con grande soddisfazione ricavandone poi un momento di pura estasi. Ma era un waterino da niente, più che una “tazza” una “tazzina”, e probabilmente lo sciacquone era stato costruito con evidente sfi ducia nelle capacità produttive del corpo umano: del resto i ricchi possono permettersi di mangiare poco, e solo roba salutare, e quindi non è del tutto incongruo pensare che le loro deiezioni siano coerentemente minute. Non così le mie, per le quali si rivelò del tutto ineffi cace l’anemico scroscio d’acqua che scivolò delicatamente lungo le pareti del sanitario. Fortunatamente prima di uscire mi accorsi dell’oggetto granitico che dal centro del water mi fi ssava trionfante, sopravvissuto all’aggressione. Ingenuamente cercai lo scopino, per frantumarlo e disfarmene più facilmente, ma ovviamente in quel bagno non ce n’era traccia, così come non c’era traccia di altro all’infuori di un asciugamanino da niente, quelli che si usano per asciugare mani mai state davvero sporche. La situazione rischiava di sfuggirmi: certo è che non sarei mai uscito da lì lasciando la prova schiacciante della mia insuffi ciente condizione sociale. E si aggravò quando sentii bussare discretamente alla porta: il panico si impossessò di me quando sentii la voce vellutata del cameriere “il Signore si stava chiedendo se andasse tutto bene”. “Benissimo, stavo proprio scendendo” dissi con sicurezza e poi, come spesso succede ai fi gli del popolo quando si trovano in situazioni diffi cili, individuai una via d’uscita sbrigativa, elementare anche se non proprio aristocratica. Mi arrotolai la manica della camicia nuova e, con la punta delle dita protette dal modesto asciugamanino, raccolsi la mia produzione (peraltro compatta e granitica come un battaglione di Stalin) e la lanciai dalla fi nestra, ovviamente microscopica. Non so se quel singolare Ufo arrivò fi n dentro al parco del Vittoriale, ma so che volteggiò a lungo nel cielo buio e mentre guardavo le stelle mi stupii al pensiero di come la facilità nel liberarsene dipenda sia dalla natura degli stronzi che dalle nostre capacità di aff rontarli. Poi, come un sopravvissuto, scesi alla festa con aria innocente. E mi ubriacai per benino.

di Roberto Bianchi

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