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15 novembre 2018

Cultura

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29.10.2018

Il racconto della bambina,
dei gattini e dei mostri
Bassa Bresciana - Leno

Il nome della ragazzina era lo stesso di quello della principessa che, nell’Adelchi, Alessandro Manzoni convertirà in quello di Ermengarda: la principessa medioevale fi glia di Desiderio e moglie ripudiata da Carlo Magno, infatti, si chiamava Desiderata e allo stesso modo, insolito nome ormai, quella dei nostri tristi giorni si chiamava Desirée. La prima ci dormì una sola notte dentro a quella cascina di Leno che, per quel motivo, da sempre sarebbe stata nota come “Cascina Ermengarda”. La seconda invece vi trovò il sonno eterno. Quella cascina, ormai già abbandonata da tempo, era semidiroccata e discosta dalle zone di passaggio della cittadina della bassa e, per questa ragione si prestava ad essere appartato luogo per traffi ci di vario tipo e provvisorio albergo di sbandati, ma, fi no a quando venne abbattuta, dopo la tragedia che vi si verifi cò, divenne un vistoso e monolitico monumento alla crudeltà, alla bestialità, al disprezzo per la persona e per la vita. Ora ci hanno fatto un residence, ma prima si ergeva minacciosa quella chiesa della malvagità, un mostro vorace che aveva trovato linfa e alimento nel deserto etico più terribile, quello che rende possibile ogni cosa senza chiedersi delle conseguenze, del dolore, della liceità. Quello che convince d’essere in diritto di prendere ciò che si pretende. Quello che suggerisce di sopprimere e buttare via ciò che non si può possedere. Quello che convince che non esista gran diff erenza fra il giusto e lo sbagliato, fra il Bene e il Male. E che la diff erenza fra ciò che si vuole e ciò che si otterrà, se si è risoluti, è inesistente. Quello che aveva scacciato l’anima dai corpi di Nicola, 16 anni, Mattia 14 e un altro Nicola , anche lui di 16. E di Giovanni Erra, che di anni ne aveva 36. La ragazzina era bella, di quelle bellezze pulite che, per sovrappiù, uno sguardo luminoso ed intelligente riesce ad arricchire con la grazia. Con la sua coda di cavallo, poi, che diceva di un’ innocenza appetibile per i pervertiti di ogni latitudine, non poteva passare certo inosservata, né il suo fi sico esile da adolescente, eppure denso di promesse, la poteva mettere al riparo dagli sguardi vogliosi di maschi anoressici di sentimenti ,e delle parole giuste per defi nirli, ma terribilmente bulimici di pulsioni bestiali da grugnire. Si può dire che ci fu una tragica declinazione del detto nomen omen, perché Desirée era davvero desiderabile, Desirée, che invece li sapeva provare i sentimenti e, come tutte le ragazzine di quell’età, aveva un diario nel quale ordinarli, mediante le parole del cuore . Perché Desirée sapeva anche usare le parole: ”Mi fai pena. Mi fai schifo” , ci hanno raccontato i cronisti, siano state quelle che ha riservato al suo assassino quasi a volersi difendere così dall’aggressione nella sua fase iniziale, e che forse hanno costituito la molla di quelle coltellate che l’hanno uccisa. Nel mondo civile funziona così: dovrebbero bastare le parole a chiarire le nostre decisioni. Dovrebbero bastare le parole a risolvere le situazioni, anche le più critiche. E invece furono proprio quelle parole, venne scritto sui giornali, che scatenarono la furia omicida del ragazzo che impugnava il coltello. Fu così che nel settembre del 2002 una ragazzina di quattordici anni venne assassinata da tre adolescenti poco più grandi di lei. Del delitto i giornali parlarono a lungo, anche perché in un primo momento si presero in considerazione numerose ipotesi che spiegassero la scomparsa di Desirée che un sabato pomeriggio svanì nel nulla: dall’allontanamento volontario al rapimento. Chi avrebbe potuto mai immaginare, del resto, che in un pacioso paesotto della Bassa, fatto di gente perbene dedita al lavoro e alla famiglia, di gente che si ritrova in Chiesa e poi in piazza, di persone che si può dire si conoscano tutte, almeno di vista, fra di loro, potesse accadere un fatto strutturato per lo più, come poi si scoprì , da un’ inaudita quantità di ferocia? Chi avrebbe mai potuto immaginare, inoltre, che il detonatore che fece esplodere i sentimenti malsani di tre adolescenti albergasse nelle deviazioni di un adulto, non certo uno stinco di santo, ma pur sempre un adulto, con tanto di moglie e fi gli. E casetta di proprietà. Non distante da quella cascina maledetta. Lui che facendo il “duro” si vantava con quei ragazzini - perché forse solo con loro gli riusciva di fi ngersi l’adulto che non era mai diventato - di essere protagonista di mirabolanti avventure, si può esserne certi, in gran parte di ordine sessuale con femmine sempre consenzienti. Avventure dove le donne vengono defi nite con la loro peculiarità anatomica, usando una bellissima fi gura retorica, la sineddoche, che in questo caso diventa orribile. Dove le donne sono “disponibili” per statuto: la loro essenza e funzione, infatti, in quella visione così povera, prima che distorta e barbara, è esclusivamente quella di fornire piacere ai maschi , volens aut nolens. Ogni delitto è orrendo, ogni morte è un impoverimento, ma ciò che sorprende e impressiona di questo delitto in particolare è che sia stato orchestrato da quattro che morti probabilmente lo erano già da prima, morti dentro, e che forse morti, addirittura, ci erano nati. E che forse, proprio per questo odiavano le vite gioiose, riuscite, prigionieri di un rancore ingiustifi cato ed elementare. E che forse permette di inquadrare anche questa vicenda nello squallido e usurato copione secondo il quale un gruppo di “uguali” fra di loro fa fuori il “diverso”. La“diversa”era lei, Desirée: che frequentava meritevolmente il Liceo Scientifi co in un paese poco distante, a diff erenza loro che studio zero e via di corsa a fare i muratori, condannati a quella vita di paese, senza aspirazioni. La diversa era lei che qualche interesse l’aveva, a diff erenza loro che ciondolavano al bar fra motorini e playstation. La diversa era lei, così diversa dal canone che vorrebbe la bella ragazza automaticamente , proprio per questo, anche “disponibile”. Ed era quella diff erenza che la rendeva del tutto irraggiungibile. Quella diff erenza che perciò costituiva al contempo una sfi da e una provocazione. Ogni volta che la vedevano passare per la strada può darsi che, senza rendersene nemmeno conto, vedessero scorrere con lei, come in un fi lm piuttosto banale, tutto ciò che non avrebbero mai potuto avere. Tutto ciò che mai avrebbero potuto essere. Nel Mondo, il nostro, dei desideri senza passioni,un destino davvero inaccettabile. “Mi fai pena” , gli disse, e forse lui mentre sganciava fendenti la vide tutta la ragione di quella “pena” e vide che risiedeva nel proprio vuoto, nella propria solitudine. Nella propria inutile irrilevanza. Nella propria indistinzione. Uno dei suoi tre carnefi ci le disse che in cascina c’erano dei gattini appena nati e che ce l’avrebbe condotta a vederli, se le andava. Una scusa elementare ed effi cace: qual è la persona che non ama vedere cuccioli? Fu così che una cucciola d’uomo ci lasciò la vita fra gli artigli di mostri nati morti .

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