24 marzo 2019

Cultura

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17.09.2018

Il racconto
della banalità del male
Franciacorta

Fabrizio Pasini accusato dell’omicidio di Manuela Bailo
Fabrizio Pasini accusato dell’omicidio di Manuela Bailo

Dapprima la sorpresa. Poi lo stupore. Avviene sempre così, perché la convinzione che ci anima è che certi fatti riguardino sempre un altro posto,un mondo dal quale pretenderemmo essere estranei. Per questo ogni qual volta vicino a noi si verifi ca uno di quei drammi che fi niranno nella cronaca nera dei media nazionali, uno di quei delitti che ci informano che nessuno e nessun posto sono al riparo dal Male, il nostro sgomento si traveste da curiosità e talvolta ci spinge a chiedere e indagare, sembrerebbe a caccia di particolari morbosi e sconosciuti, ma in realtà nell’estremo quanto inutile tentativo di trovare conferma alla certezza incrinata di essere al riparo dal male: scavando, scavando speriamo si scoprirà che il malvagio “non era proprio come noi”. Credo funzioni così con la morte, che vorremmo riguardasse sempre e soltanto gli altri e anche quando andiamo ai funerali, sotto sotto, lo facciamo ignorando che il prossimo potrebbe essere il nostro e che comunque toccherà anche a noi. Oppure per le diagnosi infauste: passiamo la vita, fumando e bevendo allegramente, raccontandoci che è agli altri che va sempre male e che noi saremo ancora qui, a 97 anni, con la sigaretta in bocca ed il bicchiere in mano. Usiamo le automobili da scellerati, a volte, perché a noi non capiterà nulla. E siamo convinti che è solo a Milano che i mariti assassinano le mogli, o a Roma che gli stupratori aggrediscono le loro vittime, a Palermo che si spara per le strade. E’ proprio delle città lontane e più grandi il crimine eff erato, mentre pensiamo sia delle piccole comunità, in particolare quelle in cui risiediamo, la bontà sociale diff usa indiscriminatamente sulle nostre casette di marzapane. A poco sono valsi i romanzi gialli della Christie in cui Miss Marple incappa spesso in morti ammazzati in piccoli villaggi inglesi: quella, infatti, è solo letteratura. E’ recente la notizia che un assassino, addirittura feroce nelle modalità, è “delle nostre parti”, è cresciuto qui con noi e come noi, possiede una vita professionale ed una famiglia. L’assassino è una di quelle persone comuni che, in Piazza fuori dalla chiesa, magari abbiamo salutato sbadatamente oppure ci abbiamo pure bevuto qualcosa insieme. L’assassino, fi no a pochi minuti prima, era stato una persona perbene, come si dice: era stato un buon padre di famiglia prima di trasformarsi nel protagonista di un giallo. L’aspetto che più ci inquieta è che non esistano segnali esteriori o comportamenti tali da permetterci di individuarlo prima, per isolarlo e proteggerci. Ma dopo, dopo, è tardi, e la comunità si sente tradita, come, probabilmente avvenne a Pontoglio negli anni Cinquanta, quando venne arrestato e poi condannato a quattro ergastoli tale Vitalino Morandini che in paese passava per una persona mite, dal forte senso religioso, pronto a redarguire chiunque bestemmiasse e che pur tuttavia, nel tempo, era riuscito a commettere svariati e tremendi omicidi. Eppure il recente delitto di Ospitaletto non è certo l’unico che abbia interessato la Franciacorta. Personalmente, il primo omicidio cruento di cui ho memoria avvenne a Ospitaletto nell’aprile del 1970. All’epoca facevo la seconda media e ricordo l’angoscia e lo stupore che aggredirono tutti i ragazzini appena si seppe che il papà di un nostro compagno, che abitava in una casa isolata dalle parti della vecchia stazione, all’alba aveva fatto fuori la moglie a martellate. E poi era scappato per i campi. Ci misero qualche giorno a prenderlo. E noi tutti eravamo angosciati. Alcuni pensavano anche al destino del nostro compagno di scuola, che poi ad un certo punto riapparve, ma ormai avvolto da una nuvola di ingiustifi cato sospetto e non fummo più in grado di guardarlo con gli stessi occhi di prima. L’informazione al tempo non era morbosa come lo è attualmente: non si facevano né sceneggiati, né talk show sulle eff eratezze che spesso contaddistinguono il genere umano. Quella scelta probabilmente era dovuta ad una consuetudine provocata dalla norma fascista per la quale di cronaca nera non si doveva parlare chè, in una società perfetta come quella disegnata da mussolini e i suoi, semplicemente i delitti non esistevano più. Quella scelta, dicevano gli alfi eri della libertà e del progresso, era una “censura”inaccettabile, ma fra quell’estremo e quello odierno costituito da un’informazione in cui la farcitura di cronaca nera ammorba qualsiasi canale televisivo con dovizia di particolari anche morbosi - tanto da suggerirci che ormai uccidere sia diventato un’attività ordinaria come consumare un caff è e lo stupro un argomento di approfondimento e conversazione - davvero non so cosa sia meglio. Mentre osservo disgustato la nascità di abominevoli fenomeni quali il “turismo” sui luoghi (da Avetrana all’isola del Giglio) m’interrogo se qualche responsabilità nell’opera di svalutazione della vita umana non l’abbiano avuta anche i media,con le loro statistiche farlocche e le loro parole spesso imprecise, ma sempre grondanti sangue . Un’altra storia che appassionò la nostra terra di Franciacorta è relativa addirittura ad un assassino di prostitute. Devo riconoscere che quando trovai associate le parole serial killer e Bornato provai una sorta di straniamento: fi no ad allora per me serial killer erano solo il Mostro di Firenze e i protagonisti dei gialli di Jeff rey Dahmer. E invece la mattina dell’11 marzo 2001 nella campagna fra Castegnato e Gussago venne rinvenuto il corpo di una prostituta, ammazzata con due coltellate e un colpo in testa. Era solo la prima. Solo un paio di mesi dopo, infatti, venne ritrovato da due contadini in zona Travagliato, avvolto in due sacchi della spazzatura buttati dentro una roggia, il cadavere di un’altra giovane prostituta. Nel mese di agosto, dalle parti di Passirano, venne infi ne scoperto un nuovo cadavere di giovane donna, il terzo, prostituta pure lei e ammazzata con quattro coltellate. Era uffi ciale: un serial killer percorreva le strade della Franciacorta, come un rapace predatore nottuno. Le indagini si presentarono impervie, ma alla fi ne, grazie alla tecnologia (ormai le vecchie indagini tanto care alla giallistica tradizionale sono del tutto scomparse e,fra esami del dna, agganci alle cellule telefoniche, sistemi di videosorvaglianza e altre diavolerie, il commissario Maigret è stato licenziato) l’assassino venne individuato e catturato. Si trattava di un operaio trentacinquenne di Bornato: la sua passione, oltre che frequentare viados e prostitute, era la cocaina. Per mantenersela, la rivendeva. Alle puttane infreddolite. Anche a credito. Ma trovò inaccettabile che non gli venisse pagata: per questo uccise le tre ragazze. Durante gli interrogatori chiese che la sua famiglia non venisse mai a conoscenza delle sue malefatte;per loro, infatti , avrebbe dovuto rimanere ciò che era sempre stato: un bravo ragazzo e un grande lavoratore. Uno come tanti, meglio: come la maggior parte. Forse, uno come tutti. Una persona comune. Forse banale. Proprio come l’assassino di Ospitaletto.

Roberto Bianchi
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