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18 novembre 2018

Cultura

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10.09.2018

Il racconto della
cinepresa a Villachiara
Bassa Bresciana

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Nell’epoca in cui le divisioni ideologiche sembrebbero definitivamente tramontate per cedere il passo a concetti francamente ridicoli e, per alcuni versi antidemocratici - quali la superiorità dei “tecnici” sui “politici” e la confusione fra destra e sinistra, tale da giustifi care la loro indistinguibilità in una notte in cui tutte le vacche sono nere - potrà apparire nostalgico riferire dei tempi in cui, invece, il sistema delle idee dei diversi schieramenti costituiva il motore di profonde e al contempo feconde divisioni ideali che, a loro volta, erano la conditio sine qua non per l’elaborazione delle rispettive proposte politiche. Sembra trascorsa un’era geologica, da allora, mentre invece sono passate soltanto poche decine di anni; però, se si va a spiegare ad un giovane di media cultura dei nostri giorni cos’era il nostro Paese negli anni Settanta, guardandolo negli occhi vi si potrà cogliere la luce della più totale incapacità di comprendere a seguito dell’ordinata liquidazione della Memoria storica. Ci pensavo proprio ora, mentre volendo scrivere di Bassa Bresciana, cercavo di ricordarmi perché nella mia, di memoria, il piccolo comune di Villachiara - a causa della mia età, in maniera confusa - proiettasse un’aura di realtà inossidabilmente “di Sinistra”. Poi, improvvisamente mi sono ricordato di un concerto musicale che in quei campi si tenne nell’ormai troppo lontano 1978. Della straordinaria mobilitazione, circa cinque o seimila si aff ollavano davanti al palco, per un comune così piccolo: era arrivata gente dalla città, dall’hinterland, dal cremonese. Suonavano gli Inti Illimani, quella sera di luglio. Erano un gruppo di musicisti cileni che solo per i giochi inspiegabili della fortuna si trovavano in tournée in Europa nei giorni drammatici del golpe militare e che solo per questa ragione non avevano fatto una brutta fi ne, come quella, per intenderci, del musicista Victor Jara al quale, prima d’essere assassinato, i macellai di Pinochet spezzarono quelle mani che avevano composto indimenticate canzoni popolari. Ma non era un concerto come tutti gli altri, quella sera. Serviva per fi nanziare un fi lm che poi, proprio nel comune di Villachiara, sarebbe stato girato. Il regista era un “brescianaccio” massiccio e alto un paio di metri che sempre di più sarebbe assomigliato a Bud Spencer. Era sempre arruff ato e trafelato, imprigionato, come si usava, dentro il suo giaccone di foggia militare, nel rincorrere la sua missione di fare dell’Arte una forma di lotta politica. Era comunista – anche se a me appariva più come un amabile anarchico guascone - e si chiamava Gian Butturini. Era stato uno dei primi grafi ci di Brescia. Un gran grafi co, capace di vincere anche numerosi premi. Poi, nel 1969, un incarico professionale lo portò a Londra, ma allora Londra era la swinging London e Gian iniziò a documentarla con delle fotografi e da cui nacque un libro di grande successo. E la documentazione della realtà, soprattutto di quella che il Potere vorrebbe mantenere celata oppure, se proprio, riuscire a deformare sotto il peso di indigeribili maquillage, divenne una missione. Ci passò la vita a fare il reporter di esistenze e storie dei “vinti” del Mondo. E’ morto nel 2006 , Gian Butturini e, oltre ai molti ormai attempati bresciani che come me lo ricordano con aff etto, il Comune di Brescia proprio quest’anno ha installato una targa nel vicolo in cui è nato, alla “Curt dei Pulì”. Alla fi ne degli anni Settanta Gian decise di realizzare un fi lm che raccontasse le lotte dei contadini salariati , sul fi - nire degli anni Quaranta, della Bassa Bresciana attraverso la storia di uno di loro, Marziano Girelli di Gambara che su quei campi ci lasciò la pelle, massacrato dai celerini di Scelba, durante uno sciopero dei braccianti. Del resto il clima era quello e lo Spirito del Tempo prevedeva l’impegno politico di molti uomini d’Arte e Cultura : nel 1976 era uscito “Novecento” di Bertolucci, sulle lotte contadine in Emilia Romagna e, nel 1978, “L’albero degli zoccoli”, di Ermano Olmi, incentrato sulla vita povera dei braccianti di terra bergamasca. Il fi lm di Gian, uscito nel 1980, si intitolò “Il mondo degli ultimi” e venne girato quasi interamente alla Cascina Bompensiero di Villachiara. Non ebbe una grande distribuzione, fra una sorta di “censura politica” ed una prevedibilmente scarsa commerciabilità. Infatti non godeva di un cast internazionale come “Novecento” - in fondo, l’unico attore di fama era Lino Capolicchio - e non era “remissivo” come secondo taluni, lo era stato quello del cattolico Olmi. Tuttavia fu davvero sorprendente la quantità di persone, organizzazioni e istituzioni che il progetto e la sua realizzazione riuscirono a coinvolgere. La fase preliminare, per permettere la stesura della sceneggiatura, si articolò attraverso dibattiti e assemblee, colloqui e discussioni con la gente del posto. “Abbiamo bisogno della tua testimonianza per ricostruire la nostra storia” gridavano i manifesti affi ssi per le vie. Un fi lm del genere mai avrebbe trovato la strada spianata dall’investimento economico delle case di produzione e la sua realizzazione quindi fu resa possibile solo grazie a sottoscrizioni volontarie e al sostegno economico di cittadini, circoli culturali e ricreativi, partiti politici, sindacati ed Enti Locali. Fu quindi un esempio di forte partecipazione popolare, un’impresa collettiva, un progetto che avrebbe camminato sulle gambe di molte persone. Nella fase delle riprese venne coinvolto tutto il paese di Villachiara, a partire dall’allora sindaco Attilio Bulla, e la gran parte dei suoi abitanti ebbe un proprio ruolo, dal “trovarobe” alla comparsa : le persone meno giovani ancora oggi si ricordano di quei giorni di fi ne anni Settanta. Gian Butturini avrebbe successivamente spiegato che “fu un’operazione culturale che permise all’ “uomo della strada di entrare nella macchina-cinema”. E, ancora, che fu “un’esperienza talmente totalizzante che mi fece diventare i capelli bianchi”. Eh.. me li ricordo i capelli bianchi di Gian, e gli occhialetti alla John Lennon, e quel suo gran barbone nel quale, quando talvolta ci ritrovavamo a mangiare alla Trattoria “Due stelle” in San Faustino, andavano poi a parcheggiarsi briciole di pane e residui di formaggio. E le chiacchiere di politica che sfociavano in vere e proprie polemiche quando pretendeva di “darmi i voti” sul mio essere di Sinistra, mentre lui si sentiva graniticamente comunista e, perciò, depositario della Verità e nemico del Dubbio. Recentemente, in occasione della ristampa di quel volume ormai mitico su Londra, Gian Butturini è stato ricordato all’ AAB da tre personalità del mondo artistico bresciano. Forse per l’orario, il pubblico non era esagerato, ma negli occhi dei presenti ho còlto aff etto e simpatia: alla fi ne, è l’unica cosa che conta. Ciao, Gian

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