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20 settembre 2018

Cultura

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26.02.2018

Il racconto della fiera delle bestie
e di un illustre compleanno
Montichiari

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Montichiari anche quando ero piccolo e non sapevo nemmeno dove fosse con precisione, più che come uno dei tanti paesotti della provincia me lo sono sempre immaginato come una città. Era lontano, Montichiari, fuori portata e senza particolarità che mi incuriosissero, una zona della Bassa in cui Brescia era già terminata e Mantova non era ancora iniziata. Poi, più o meno una ventina d’anni fa, ho cominciato ad andarci. Dapprima per visitare (e organizzare) esposizioni di arte visiva nell’ambito della Mostra Mercato Nazionale di Arte Contemporanea che si teneva annualmente al Polo Fieristico, un grande complesso espositivo che si trova arrivando da Brescia sulla destra. L’insediamento, anche se ormai vi svolge di tutto, era (ed è) famoso soprattutto per la fi era del bestiame, di rilevanza internazionale, in totale coerenza con la tradizione agricola e zootecnica che da secoli caratterizzano questa zona. In quella rassegna si trovava tutto quanto facesse parte dell’intera fi liera, dalle macchine, ai prodotti, agli animali stessi: bovini, equini, suini. Di tutto. Mangimi. Colture. Venivano organizzati persino convegni di specialisti. E il pubblico dei visitatori era composto in gran parte da addetti: uomini semplici, allevatori, mediatori; reggimenti di scarpe grosse che portavano in giro cervelli fi ni. Il cambio di scenario, rapido quanto traumatico e spaesante, aveva luogo quando, solitamente ai primi di ottobre, arrivavano le Gallerie d’Arte con le loro proposte. Naturalmente cambiava anche il segmento di pubblico interessato: mercanti, esperti, sedicenti connaisseur, individui piuttosto facoltosi corteggiati insistentemente da eccentrici galleristi. Sulle moquette bordeaux stese per l’occasione, plotoni di scarpe raffi nate portavano a spasso gente, in molti casi, con la puzza sotto il naso. Rido fra me e me a vent’anni di distanza ricordando ancora di quella volta che all’inaugurazione dell’Expo la puzza più che “sotto” il naso era “dentro” i nasi sconvolti di quelle persone accorse per l’occasione e così sensibili da sentirsi “elette”, capaci di incuriosirsi per un falso Schifano, sollecitate da un incerto Romolo Romani e persino, talvolta, in grado di apprezzare un autentico Teomondo Scrofalo. Forse fu la persistenza dello stallatico della fi era precedente e appena conclusa (si sa, sono resistenti assai le cose popolari) forse le pulizie non svolte nel più meticoloso dei modi, forse mossa da un venticello birichino, o forse a causa di una mano divina e pietosa che off rì l’occasione per rifl essioni sincere sui materiali che, in fondo, compongono e caratterizzano la vita di ciascuno, resta il fatto che la puzza di merda che ammorbava i vastissimi ambienti era persino imbarazzante, non se ne andava proprio e rendeva le facce allibite dei presenti degne di comparire in un fi lm di Bunuel sull’impossibilità della borghesia di soddisfare i propri desideri, nello specifi co quello narcisistico di autorappresentarsi comme il faut. Provai una sinestesia contraddittoria e divertente. Indimenticabile. Sono tornato anche anni dopo in quella struttura, per portarci i miei bambini. La fi era stavolta si chiamava Seridò ed era un enorme Paese dei Balocchi dove, una volta pagato il biglietto d’ingresso (piuttosto signifi cativo, peraltro), migliaia di marmocchi potevano passare ore e ore utilizzando ogni tipo di gioco. Una fi era bellissima, dunque, dal quel punto di vista che è collocato a circa un metro dal suolo. Sotto un caldo devastante, soprattutto nei momenti di passaggio da un padiglione all’altro, pattuglie di genitori spossati e costantemente sull’orlo di pericolose crisi nervose scortavano i propri pargoli, le loro così meravigliose creature, quegli angioletti, quei putti e tesorini fi no a poco prima delicati e raff aelleschi e che ora, come tanti mister Hyde, improvvisamente scoprivano i propri risvolti più inquietanti trasformandosi in nazisti incontentabili, avidi e feroci; in esigenti vampiri mai sazi a suffi cienza del sangue costituito dalla pazienza che i genitori inutilmente trasfondevano nelle loro bocche voraci e in quelle loro arterie smisurate che non si riempivano mai del tutto. Perfi no la non indiff erente quantità di denaro che investivamo in cibarie, dolcetti, souvenir, varie inutilità riuscivano a placare quei piccoli Hitler. Mai me ne sono andato via, ormai esausto, senza rivolgere almeno un embrione di pensiero aff ettuoso allo sbrigativo Erode. Il tempo è passato, i nostri bambini sono cresciuti mentre noi siamo invecchiati e ci ritroviamo spesso ad essere dei brontoloni che i comportamenti di coloro che dovremmo aver reso ormai adulti non li possono tollerare. È un ciclo così: i vecchi hanno una sorta di invidia rancorosa verso i giovani, così radicale che a volte compromette nei primi la capacità di riservare sguardi sereni ai secondi. Tuttavia, consapevole di correre dei rischi, penso che talvolta le nostre ostilità un fondamento di verità ce l’abbiano oggettivamente. Un ingiustifi catamente celebre intrattenitore da magazine li ha defi niti “Gli sdraiati”, mentre un già dimenticato Ministro della Repubblica li ha qualifi cati come “bamboccioni” quegli sconosciuti che in un angolo delle nostre case si dibattono nel perimetro del loro smartphone, in attesa di recarsi a qualche after, o in qualche centro commerciale, o in qualche “disco”, spesso spensierati in quanto esenti da qualsiasi pensiero maturo ed essenzialmente protesi a sottrarre, senza troppa fatica, trofei da poco: non sono sempre accattivanti i marziani che una volta sono stati i nostri bambini. Non credo possiamo dirci esenti da responsabilità noi che fi n da piccoli li abbiamo autorizzati a considerarci ostaggi. Non credo che i sorrisi beoti con cui li abbiamo coccolati per anni, l’orgoglio con cui abbiamo esaudito qualsiasi loro desiderio ancor prima fosse del tutto formulato non abbiano concorso a causare uno spaesato popolo di infelici animati da desideri effi meri, superfi ciali ed interscambiabili e pur tuttavia esenti da passioni incendiarie. Inclini alla festa e non all’attesa. Inclini al riposo senza una fatica che lo giustifi chi Divagando a proposito di Montichiari, di bambini che son diventati adulti e di anziani, per una libera e perciò inspiegabile associazione d’idee il pensiero approda ad un anziano (e bambino lo sarà stato pure lui!) monteclarense fra i più illustri, Aldo Busi. Penso alla sua di infanzia, fatta di povertà da cui sfuggire. Penso alla vicenda umana di un giovane provvisto del coraggio di prendere i propri quattro stracci e andarsene per il Mondo a impararlo per impadronirsene, dotato unicamente di un’innata abilità nella scrittura e di una predisposizione alla fatica e all’impegno che gli permetteranno di catturarsi la vita che ha preteso per sé. Penso che talvolta fortifi chi di più la siccità che il concime. E penso a quei fi ori “matti” che talvolta si vedono sbucare fra interstizi nelle spianate di cemento. Diffi cile per un fi ore prosperare in quelle condizioni, ma se ci riuscirà credo non dovrà temere nemmeno il napalm. Oggi è 25 febbraio 2018 e Aldo Busi compie Settant’anni; peraltro, singolare coincidenza, oggi anch’io ne compio Sessanta. Così oggi mi faccio un regalo che desidero dal 1984, da “Seminario sulla gioventù”, e che nel tempo si è ingigantito: ringraziare Busi per l’immensità e la magia infi nita delle infi nite parole, messe una dopo l’altra con ordine e intelligenza, che nel corso degli anni ci ha regalato. Buon compleanno, Aldo Busi. E grazie di tutto.

di Roberto Bianchi

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