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17 novembre 2018

Cultura

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22.10.2018

Il racconto della maieutica
che andava in bici
Franciacorta

Era fatto di apparenti contraddizioni atte a renderlo ancora più oscuro il mistero riguardante l’arrivo sulla Terra di nuove creature. Per defi - nire il parto, per esempio, in dialetto si diceva che la tal signora aveva “comprato” un fi glio, quasi fosse andata al mercato a sceglierselo. E alle mamme - che forse non avevano ancora dimenticato del tutto l’adagio ottocentesco delle loro, di mamme e nonne, “Non lo fò per piacere mio, ma per dare fi gli a dio” – sembrava doveroso raccontarci che i bambini li portava la cicogna ; la storia del cavolo nei paesi non è mai passata, perché noi i cavoli ci limitavamo a mangiarli nel minestrone dopo averli osservati crescere nell’orto di papà. E noi ragazzini ci adeguavamo a quel linguaggio, e fi ngevamo di credere alla pudibonda bugia su quel volatile - che per questo ci sembrava esotico - un’assurdità con lo scopo evidente di rimuovere l’aspetto sessuale ( e perciò innominabile) da un mondo dominato dalla sessuofobia dei preti che rivestiva di una coltre nebbiosa tutto ciò che avesse a che fare con il piacere fi sico, riproduzione compresa. Non ci importava poi granchè: noi avevamo i giornalini che, una volta consumati ci passavano i ragazzi più grandi di noi e che costituivano l’impianto didattico, il bigino, che ci informava su come andassero veramente le cose nelle camere da letto dei nostri genitori. Ma oltre a questo c’era un altro dato a connotare di realtà il mistero della Vita : tutti la conoscevano, in paese, la signora Lina che svolgeva la professione di farli nascere, quei bambini – e che in alcuni casi aveva fatto nascere anche noi che ora la salutavamo rispettosamente in piazza - e che girava, sempre ed esclusivamente, ogni volta che servisse, anche di notte , anche incurante del freddo invernale o dell’afa estiva, su una robusta bicicletta nera. Era nata ai primi anni del secolo scorso ed era fi glia d’arte. Sia la mamma che la nonna, infatti, erano state ostetriche. Il ricordo della signora Lina mi fa pensare a quale allora fosse il rapporto con il primo e con l’ultimo mistero della Vita, la Nascita e la Morte: si nasceva e si moriva prevalentemente in casa, una volta. Non erano ancora arrivati i tempi in cui partorire sarebbe diventata una specie di “malattia” ( con conseguente ospedalizzazione anche se per solo una manciata di giorni), o quelli in cui l’ultimo respiro si decise venisse esalato lontano dalla camera da letto in cui magari si aveva dormito per mezzo secolo, lontani dalla casa, dentro cliniche o strutture apposite. E ai funerali la bara la portavano gli amici e i parenti. La Nascita e la Morte erano, come dire?, fatti “naturali” da accettare con una buona dose di fatalismo, come le stagioni, i temporali, i colpi di fortuna e le calamità. In fondo, si potevano solo “subire” : si poteva morire anche giovani, intorno a quell’età in cui, al giorno d’oggi, la gente comincia a fare jogging per perdere qualche chilo così da poter mostrare lembi di corpo che supportano il tatuaggio nuovo e quella morte non era considerata “un’ingiustizia”, ma una delle eventualità. La vita in arrivo era un’opportunità che avrebbe rallegrato tutti, e mai un problema. Certo: i bambini potevano anche nascere già morti, o morire repentinamente nel giro di poche ore. O, di parto, potevano morire le loro madri, dentro a case dove talvolta le condizioni igieniche non erano propriamente elevatissime o dopo aver compiuto qualche grosso sforzo fi sico solo poche ore prima di “comprare” ( mia madre stessa, per esempio, raccontava che qualche giorno prima che nascesse mio fratello, nel 1941, era stata costretta per impegni urgenti ad andare a Brescia. In assenza d’altro l’aveva fatto in bicicletta. E le bici, allora, non erano in lega o alluminio: l’italicissimo ferro le renderva indistruttibili. E pesantissime) . Era tutta questione di fatalità. Ecco, la signora Lina serviva proprio a combattere la possibilità di esiti nefasti, mai così del tutto remota. Si era diplomata poco più che ventenne alla clinica Mangiagalli, a Milano: ostetrica e puericultrice. Più semplicemente, levatrice. E per i bambini delle famiglie che ancora non possedevano l’elettrodomestico, “lavatrice”, con uno svarione del tutto congruente alla diffi coltà di usare la nostra seconda lingua: l’italiano. A Ospitaletto la Lina c’era arrivata all’inizio degli anni Cinquanta, dopo vent’anni di attività come “Ostetrica Condotta” in svariati paesi della provincia: a chi ironizzava sul suo mezzo di trasporto – anche al tempo in cui le auto erano scarsamente diff use e pensate come un “lusso” si riteneva pacifi co che nel suo caso ne sarebbe stato ampiamente giustifi cato l’utilizzo – lei ricordava ridendo di quando, negli anni in cui aveva operato a Pertica Alta, si muoveva per quel territorio sconnesso e complicato addirittura sul dorso di un mulo. Oppure di quando, in Franciacorta, sotto gli improvvisi bombardamenti del tempo di guerra, repentinamente sia lei che la bicicletta riuscivano a trovare rifugio dentro un canalone: sarebbe stato estremamente complicato nascondersi con l’auto, vuoi mettere? Passò la vita a far nascere vite, la signora Lina, che quando è morta i fi gli l’hanno trovato quel quaderno segreto su cui doviziosamente aveva segnato tutte le creature che aveva accompagnato sulla soglia del Mondo - e che teneva riposto al sicuro dentro al cassettone - che assommavano a circa ottomila. Ottomila! Tutte le attività, giunte a conclusione permettono di essere tradotte in numeri che a pensarci possono lasciare interdetti: un droghiere, per esempio, potrebbe sorprendersi a quantifi care il numero di prosciutti aff ettati in mezzo secolo di attività. O un fornaio a fare il conto dei panini distribuiti. O un postino davanti al conteggio delle buste consegnate. O un camionista, al pensiero del giro del Mondo che potrebbe aver compiuto se sommasse tutti i chilometri percorsi. Ma pensare a ottomila bambini fatti nascere evoca qualcosa di ancora più sorprendente: una condizione di contiguità al divino, un’evidente famigliarità con la Vita, la stessa vita che per la signora Lina è stata generosa di aff etti (numerosi fi gli e nipoti e pronipoti) e decisamente lunga. Se n’è andata nel 2007, a novantotto anni, infatti, dopo averlo attraversato tutto quel secolo breve in cui di fi gli, nella prima metà, se ne facevano pure troppi e che negli ultimi scampoli a cominciato a desertifi carsi. E un segno di quelli che lasciano le persone comuni e perbene ce l’ha tracciato anche lei in queste terre nelle quali le cicogne sostano sempre più raramente: alla donna intrasigente e decisionista – munita di quel senso del dovere che rendeva certi lavori molto simili ad una “missione” che la rese capace di abbandonare all’ultimo momento il pranzo pasquale con la numerosa famiglia per accorrere a casa di una puerpera che non stava bene -l’anno scorso in un comune della Franciacorta dove ha lavorato settant’anni fa, nel mese di marzo dedicato alla Donna, hanno provvisoriamente intitolato una via. Una bella cosa, ma poi, fi nito il mese, fi nita la via. Non così nel ricordo nostro, che siamo vecchietti che non si dimenticano da chi hanno ricevuto il primo sculaccione, quello che ci servì per imparare a respirare.

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