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13 dicembre 2017

Cultura

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26.04.2017

Il racconto della montagna
a portata di mano
Edolo, Sonico

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Una parte dell’infanzia l’ho passata fra quelle montagne così a portata di mano, bambino privilegiato con “zii costoni” da vessare senza pietà. Lo zio Mario, tornato a piedi dall’Albania dopo essere stato spedito a “spezzare le reni alla Grecia” ( evento che, per fortuna, lo salvò dall’essere inviato a “spazzar via” l’URSS di Stalin), avrebbe fatto il barbiere per alcuni anni, prima di aprire un bar in piazza. Lo zio Lino, invece, era un ex-maestro elementare. Nella piazza di Edolo ci abitava pure mia nonna, ma non c’era grande sintonia con lei. La madre di mia madre, infatti, non mi ha mai perdonato d’essere l’ultimo nato di quel trentenne bassaiolo dai modi spicci che, nel ’38, le aveva portato via la fi glia più grande, di soli 19 anni. Era arrivato per costruire il Municipio e il ponte che, proprio lì davanti, scavalca il fi ume Oglio del quale aveva pure pavimentato un tratto signifi cativo. Quando mezzo secolo fa andavo a Edolo in vacanza, spesso capitava che qualche anziano mi riconoscesse, ricordasse mio padre morto da poco e raccontasse ammirato di quando il “suo” ponte aveva retto pure il peso dei carri armati e dei blindati tedeschi durante la Guerra. Dicevano che l’avesse collaudato alla buona, facendoci transitare camion sovraccaricati per raggiungere il peso richiesto e guidati dai muratori più fi dati. Ho continuato per anni ad andarci, ma i vecchi un po’ alla volta sono morti tutti. Sono rimaste però molte cose di allora che, tutt’ora me li ricordano. La fontana con il cervo arpionato dall’aquila, per esempio, alla quale andavo a bere un acqua ghiacciata, perfetta e indimenticabile che d’estate s’ aff ollava di trote e altri piccoli pesci. Spesso era lì che si fermava la gente a chiacchierare. Fra loro un vecchio partigiano che su queste montagne che hanno conosciuto bene la ferocia e l’orrore per via delle terribili nequizie subite in quantità, aveva operato. Con lui mio zio ricordava di quella volta che alcuni partigiani scesero nel suo negozio oltre l’orario di chiusura per farsi ripulire a fondo di barba e capelli vecchi di mesi. Nel negozio c’era anche mio fratello - all’epoca un bambino - così come c’era anche qualche giorno dopo quando, per farsi sbarbare, entrarono alcuni soldati tedeschi. Ridevano, adesso, davanti alla fontana prima d’andare a bere un bianco, l’anziano combattente e mio zio mentre ripensavano alla domanda che mio fratello, nato nel 1941, scandì per benino di fronte ai soldati:” Zio… chi erano quei signori che sono stati qui l’altra sera tardi a farsi tagliare via tutta la barba e i capelli?”. Mentre sorrideva,vent’anni dopo, negli occhi dello zio la paura tracciava ancora il suo solco doloroso, impossibile da eliminare, scaturita dalla consapevolezza che barba e capelli lunghi erano sinonimo di “partigiano”. Per sempre in azione quegli attimi di paura, anche se allora era riuscito a liquidare le parole del bimbo, fortunatamente nemmeno ben comprese dai tedeschi, con uno scappellotto e una risata. Da Edolo serviva davvero un niente per portarsi, in auto, all’inizio di escursioni straordinarie. Ho potuto così imparare a conoscere ed amare queste montagne dolci, fatte anche di passeggiate poco impegnative, lungo il fi ume Oglio, al bosco del Faeto o più giù, nei boschi intorno a Sonico. Oppure i saliscendi per i vicoli del paese, dove spesso incocciavi, alla sera, con un contadino che guidava un paio di mucche verso la stalla di casa. O il ripido sentiero per la frazione di Mù da dove la Chiesa Parrocchiale, vicina al Camposanto, domina tutto il paese Da Edolo per escursioni più lunghe,si possono scegliere due tragitti opposti che portano al passo dell’Aprica, col quale si va in Valtellina e nella Provincia di Sondrio oppure al Passo del Tonale, che porta in Trentino. Abbandonata l’auto, iniziano sentieri e mulattiere. Sono vie di partigiani e soldati, di contrabbando e contrabbandieri, ed in eff etti da queste parti l’amore per i fi nanzieri – che vengono spregiativamente chiamati “fi nanzini” – non ha mai raggiunto l’altezza delle vette alpine che si possono vedere intorno. Il contrabbando per secoli è stata un’attività fi orente e i miei ricordi mi rimandano alla gran quantità di sigarette illegali che girava alla luce del sole. Si vociferava addirittura che proprio sotto l’altare della Chiesa Parrocchiale di Corteno Golgi - sulla via dell’Aprica e raggiungibile per percorsi sotterranei e misteriosi - fosse collocato il deposito di quelle merci. Generalmente le si potevano comprare in pessimi bar e osterie. La migliore, una vecchia cascinotta incastonata fra le altre abitazioni la trovavi all’entrata del paese, dopo il passaggio a livello. Sull’angolo la scritta: “Rondine bar e trattoria”. Lunga, stretta e malamente illuminata era avvolta da una persistente puzza di legna bruciata, stalla, pessimo cibo e alcol mal digerito. Lungo le pareti erano esposte quantità di oggetti curiosi: cimeli bellici ed etnici, orribili quadretti e calendari dall’ erotismo tollerabile. Vicino al bancone un grosso pappagallo puzzolente e multicolore talvolta, ma mai a comando, gridava qualche parolaccia. Da una porta a vetri in fondo al locale si poteva accedere al cortile interno che era anche un parcheggio polveroso dove i più arditi e meno schifi ltosi, nella bella stagione, potevano consumare tradizionali piatti semplici. C’era un piccolo portico e una stalla buia dove era legato l’asino con “l’aff are” più lungo del Mondo intristito dalla reclusione che pur gli aveva salvato la vita, ma che per sempre gli avrebbe impedito di mettere a frutto la sua singolare caratteristica. Ma la vera star era la “scimmia dalle palle blu”, famosa nell’Alta Valle che, incatenata ad un trespolo, molestava gli avventori che le si avvicinavano con il loro ennesimo bicchiere in mano. A quel tempo erano diff use e tollerate bestialità come tingere l’epidermide delle bestie, o il piumaggio dei pulcini, per sorprendere i clienti. E venivano allestiti piccoli zoo surreali: un diversivo da poco per gente alla buona. Alla Rondine ci sono ripassato da adulto per comprare una stecca di Marlboro, poco prima che chiudesse per sempre. Non ho riconosciuto nessuno e nessuno ha riconosciuto me, ma ci ho provato lo stesso. Dopo aver negato di averle il barista sornione mi ha chiesto in dialetto: “El de la fi nansa, lù, sior?”. Uscendo ho sorriso sapendo che non ci sarei più tornato. Mentre risalivo in auto un tizio dall’infl essione camuna si è avvicinato e mi ha chiesto se “magari” mi interessava della “roba buona”.

 

di Roberto Bianchi

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