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21 maggio 2018

Cultura

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22.01.2018

Il racconto della
montagna e dei ricordi
Valle Trompia

Adesso là sopra ci fanno pure le feste di compleanno per i diciotto anni. Accorrono in gran numero ragazzi e ragazze , che, in una specie di Ostello (che mi hanno detto sia gestito dall’Associazione Alpini, ma non ne sono certo perché sono un po’ imprecisi,’sti giovani) ci vanno anche per poter essere coerentemente rumorosi senza creare problemi di sorta né incorrere nell’attenzione di tutori dell’ordine, richiamati da vicini esasperati. Si divertono, sembra addirittura senza devastarsi più di tanto quei ragazzi , per una notte fuori dal mondo e lontani da ogni autorità – ed in eff etti lo sono - e che si ritrovano dopo l’imbrunire, per salutarsi all’alba dopo i loro Sabba, qui, nel cascinale appartato lungo la strada che ormai si fa già pianeggiante quando conduce più spedita verso Caregno. Sono ragazzi che hanno all’incirca l’età che avevo io quando ci sono venuto la prima volta da queste parti: intorno ai vent’anni. Solo che per me è stato quarant’anni fa. Ci pensavo una sera nera di qualche settimana fa, mentre silenziosamente e per niente entusiasta, guidavo l’auto per portarci mia fi glia. Quando ci venni io c’era un’unica strada tortuosa che, superato l’abitato di Gardone V.T, a sinistra, inerpicava su fi no a Magno e oltre, ma ora non esiste più. Si deve prendere, invece, una specie di tangenziale che, superato l’Ospedale - ma ben prima della parte storica, sulla quale vigila dall’alto la Piazza principale, davanti al piazzale delle corriere (che nemmeno so se esista più) - si apre a destra in maniera così prepotente che sembrerebbe ti possa condurre nei posti più lontani in poche ore. Ad un tratto però l’ho riconosciuta la stessa strada che facevo io, forse perché scarsamente illuminata come allora, oppure, perché ancora diluita in tornanti che generano inquietudine, ché sembra c minacciose di incombenti quanto sgradite sorprese. Passandoci mi sono così ricordato di Padile, allora un pugno di costruzioni collocato sopra Gardone e sotto Magno, un perfetto quartiere dormitorio in altrettanto perfetto stile anni Settanta dove non c’era proprio nulla se non alcune palazzine, poche case, pochi residenti e noi, tre giovani intrepidi obbiettori di coscienza spediti lì proprio per ravvivare un po’ la vita sociale di bambini e giovani che , tornati da scuola i primi o, un po’ più tardi, dal lavoro tutti gli altri, del poco tempo libero a disposizione non avrebbero proprio saputo cosa farci. Ma non era solo quello il motivo. L’Assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Gardone aveva preso in carico due matti dimessi dalla benedetta Legge 180 (la legge Basaglia che chiudeva i manicomi) che era stata però prontamente compromessa dalla miope latitanza di uno Stato che non aveva saputo creare strutture alternative a quei luoghi di dolore e violenza , in molti casi veri e propri lager, che più che curare e risolvere le insanie mentali servivano a recluderne i possibili eff etti negativi. Di quei due ex-folli, solo uno era in grado di gestirsi autonomamente: solo a lui quindi era stato riservato un alloggio dove operatori comunali si recavano per consegnare il pranzo uno volta al giorno o per il cambio settimanale delle lenzuola. E lui se ne girava tutto il giorno a testa bassa e con le mani dietro la schiena che sembrava Kant nella quotidiana passeggiata, così puntuale ,si dice ancora duecentocinquanta anni dopo, che gli abitanti di Konigsberg la usassero per controllare la precisione dei propri orologi. Il Mario era davvero sovrappeso, di un sovrappeso “malato” fatto dal gonfi ore di eccessivi farmaci più che dall’abbondanza degli alimenti. Era incazzato col Mondo ( e come non capirlo dopo decenni di manicomio?), ma salvo i momenti in cui probabilmente si faceva travolgere dalla memoria e attaccava a lanciare urla e parolacce in mezzo alla strada , si limitava a manifestare la sua rabbia semplicemente non parlando con nessuno e tirando via dritto e pensieroso lungo i tortuosi viottoli del centro del paese, rimirandone la pavimentazione. Aveva una fama inquietante, tuttavia, il Mario, del quale si diceva fosse stato dotato, in gioventù, di una particolarità fi sica (debellata dal tempo e dai farmaci) che gli aveva reso possibile la prodezza di tenere appeso per il manico , esclusivamente mediante l’irriducibile resistenza della più sorprendente- per forza e dimensioni- appendice del suo corpaccione, un secchio con dentro l’acqua. Niente mani, eh? e spero di essere stato compreso. Un tipo strano il Mario,sì. Poi c’era Enrico che invece autosuffi ciente non lo era proprio più. La sua vita da “matto” l’aveva iniziata più di trent’anni prima. Era stato rinchiuso dopo una storiaccia da cronaca nera e violenza con vittima una prostituta del Carmine, alla fi ne dei “ tre giorni” che i giovani di allora aff rontavano in vista del servizio militare e che segnavano uffi cialmente la loro entrata nel mondo della maturità e degli adulti. E invece lui, dopo averla menata pesantemente e senza un motivo era entrato nel manicomio criminale di Castiglione delle Stiviere. Dopo solo pochi giorni alcuni sventurati compagni di follia l’avevano privato di molti denti a forza di botte. Gli altri sarebbero caduti nel tempo. Era stato curato a farmaci tutta la vita, anche quando successivamente l’avevano trasferito ai “Pilastroni” ed ora si trovava libero e inconsapevole, affl itto da un continuo tremore che gli impediva persino di tagliarsi una bistecca, senza i denti necessari per consumarla e dipendente da quelle sostanze che quotidianamente doveva ingerire per “starci dentro”. Soprattutto, senza nessun famigliare ad occuparsi di lui. E così se l’era preso in carico il Comune. Il Ministero della Difesa, i giovani che si rifi utavano di indossare la divisa, li destinava anche lì per svolgervi il Servizio Civile alternativo alla Naja, perché un po’ di mesi, allo Stato di allora, comunque i giovani erano tenuti a regalarlo. Fu per questo che ci approdai in quelle zone, e fu sconcertante, perché con i mezzi, le strade e le abitudini di allora rispetto alla Franciacorta - dove abitavo - la Valle Trompia era un bel pezzo lontana e nemmeno si prendeva in considerazione l’idea di fughe frequenti verso Ospitaletto dove avrei potuto rivedere i miei amici e la mia ragazza: peraltro sarebbe costato davvero troppo in quanto a benzina da mettere nella mia usatissima e verdina 128 Fiat che sembrava composta da una scatola più piccola appoggiata su una più larga e con le ruote sotto. E quindi a Padile, dove gli avevano assegnato un appartamento comunale, ci vivemmo comunitariamente e per un buon periodo noi obiettori che assistevamo proprio il “matto Enrico”. Lo ricordo come una persona dolcissima, inoff ensivo e ingenuo come il bambino che la sua bocca nera e vuota immediatamente evocava. Ma pensavo di ricordarmi bene anche i luoghi mentre ci transitavo con mia fi glia. Tant’è che, dopo averla lasciata alla sua festa, mentre tornavo a casa mi sono fermato prima a Magno, senza riconoscerlo, e poi a Padile per ritrovare la “mia” vecchia casa. Che invece non ho più trovato ( “eppure avrebbe dovuto essere proprio qui,anzi qui … “ mi dicevo fra me e me per confortarmi) perché nel tempo trascorso la piccola comunità di allora è stata sfi gurata e le case sono cresciute come funghi. E ci sono, mi è sembrato nel buio della notte , anche i negozi, i bar e le attività. E così mi è venuto un groppo in gola a pensare alla feroce quanto ineluttabile azione del tempo che travolge gli uomini e le cose. Il giorno dopo però, con la luce del sole,ci è andata mia moglie a prendere nostra fi glia. Mica me la sentivo, io, di rivedere nitidamente la mia giovinezza scomparsa ed i miei luoghi così ammodernati dal tempo. Mi sono rifi utato. Non credo ci tornerò più. Non voglio vedere le rughe sul volto di vecchie amanti.

 

di Roberto Bianchi

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