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23 marzo 2017

Cultura

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17.01.2017

Il racconto della
terra e del vino:
la Franciacorta

Fotografia di Ilaria Poli
Fotografia di Ilaria Poli

In un suo bel libro, G. Manganelli ci dice che ogni viaggio è il più bel viaggio del mondo quando è: «uno spazio longilineo, dentro il quale, come in una fessura del pianeta, cadono immagini, profi li, parole, suoni, monumenti e fi li d’erba. Si possono fare diecimila miglia senza per questo aver viaggiato; si può fare una passeggiata, e la passeggiata può diventare quella fessura, essere viaggio». Viaggiare è lasciarsi cadere nel fondo di quella magica fessura che ci porta da un luogo all’altro, da un tempo all’altro. È un brano a cui penso spesso quando osservo panorami consueti e, sempre, ogni volta in cui percorro le strade che tagliano per i comuni della Franciacorta, dove si fa quel vino che da qualche decennio viene apprezzato in tutto il mondo e che, gradualmente e senza chiasso inutile, com’è nel costume dei bresciani soprattutto di una volta, ha messo in discussione lo strapotere di vini più blasonati di altre altezzose terre. Che si guardi alle colline che, con la parte più vecchia dei centri abitati arroccata sulle pendici, evocano i pittoreschi paesaggi del centro Italia, oppure al Colle Barbisone di Gussago con il suo convento domenicano dismesso - per anni luogo di esorcismi e su cui torneremo in altra occasione - o, ancora, persino al nastro d’asfalto che si srotola davanti agli occhi ed è traffi cato di mezzi di ogni tipo e pericolosità sono evocative le rifl essioni che possono sorprendere il viaggiatore meno superfi ciale. La prima ci porta ad ammirare con sgomento la misteriosa ed infi nita misericordia della terra che può pure essere ferita e violentata dalla ”civiltà” e dalle sue esigenze, ma che non rifi uta mai di donare i suoi frutti e donarsi, e perdonarci tutti, basta dargliene il tempo, curarla solo un po’, rispettarla almeno in zone circoscritte e difese. E ancora: quando ci si soff ermi a guardare qualche allevamento, qualche cascina superstite, immediatamente vien da pensare all’immensa fatica che, nei secoli, questa terra l’ha intrisa e concimata; agli uomini che ci si sono consumati sopra con la schiena piegata; all’infi nito amore che li muoveva nell’aff rontare ogni avversità ed alla loro tenacia, alla fi ducia nel futuro e nelle proprie forze. Adesso ci siamo abituati a vedere mezzi meccanici scintillanti, moderne cantine e le tecnologie più all’avanguardia applicate con competenza. Le visite alle Cantine richiamano curiosi, epicurei e turisti anche dall’estero e le Cantine stesse, per dimensioni e architetture, sono belle quanto monumenti: sorge così una percezione di benessere e ricchezza. Ma non sempre è stato tutto così comodo. In Franciacorta la vite è stata impiantata fi n dalle epoche più remote tanto che vi sono stati rinvenuti vinaccioli di epoca addirittura preistorica, oltre, naturalmente, ad una signifi cativa quantità di materiale archeologico del quale l’esemplare forse più poderoso è rappresentato da un architrave rinvenuto in territorio di Erbusco ed ora installato nella facciata del palazzo del Monte di Pietà, a fi anco della Loggia in città. Terra di lavoro la Franciacorta, che deve questo suo nome, sembra, a Carlo Magno che nel 774 si trovò accampato nella zona di Rodengo Saiano proprio nel periodo destinato alla celebrazione della festa di San Dionigi - che doveva essere festeggiata in Francia - e denominò quindi la zona “piccola Francia”, da cui Franciacorta, perché questa gli ricordava tanto l’aspetto di quella. Fu nel 1429, con lo statuto del Doge Francesco Foscari, che vennero indicati con precisione i confi ni della Franciacorta che era più piccola di come la conosciamo noi. Al territorio appartenevano infatti la Quadra di Rovato e quella di Gussago con i relativi comuni, mentre ne erano esclusi quelli della Quadra di Palazzolo che invece ora ne sono considerati parte. Nello stesso periodo vi si sviluppò una forte concentrazione della viticultura. In terra bresciana l’amore per il vino si è ben radicato nel tempo ed ora è ampiamente condiviso. Per questo motivo già prima che lo spumante Franciacorta conquistasse il mondo, i bianchi fermi e i rossi pastosi di quella terra, anche quelli senza etichetta, avevano conquistato il cuore ed il palato di molti di noi. Fra l’altro nelle campagne della zona non erano pochi gli esercizi, ora del tutto scomparsi, che venivano chiamati “licinsì” per via di una modesta caratteristica sulla quale tutti, ed in particolare “l’Autorità”, sorvolavano, e cioè d’essere sprovvisti di qualsiasi licenza commerciale. Un “licinsì” sostanzialmente era il cortile, il portico, un pezzo della cascina che il contadino attrezzava e arredava con sedie e tavoli per accogliere viandanti, amici, clienti che, soprattutto nella bella stagione, ci potevano andare a mangiare e bere in libertà, spendendo pochissimo. Ci si incontravano un sacco di anziani, arrivati in bicicletta lungo viottoli accidentati, che in quei luoghi passavano pomeriggi interi a fumare, chiacchierare, bere e, a volte, a “tagliar su” un salame. Noi ci andavamo abitualmente verso sera facendo soff rire non poco le sospensioni delle nostre auto. Era emozionante ingozzarsi di roba buona e genuina, ben innaffi ata, e alla fi ne spendere cifre irrisorie. Certo, non bisognava prestare troppa attenzione all’igiene dell’ambiente, né alla qualità del servizio. Non credo fosse solo perché ancora non esistevano, che le donne che, con modi sbrigativi, ci venivano incontro per prendere “la comanda” - generalmente robuste e attempate mogli di contadini che stavano a faticare nei campi fi n che c’era luce - sembravano del tutto insensibili alle ragioni di Usl, Asl e via dicendo. Erano proprio linguaggi, costumi, convenzioni e culture diverse fra loro a confrontarsi: noi, ormai, prodotto di una società fortemente industrializzata, loro tenaci e resistenti superstiti di un mondo contadino destinato all’estinzione. Per noi era curioso osservare la donna che con gesti rapidi e sicuri coglieva dall’orto quell’insalata che dopo un lavaggio sommario avremmo consumato insieme a uova sode e salame. O dopo un piatto di spaghetti messi su alla bell’e meglio con un sugo povero e indimenticato. In talune circostanze ci veniva addirittura off erta la possibilità di “scegliere” il pollo o la gallina (che, come se lo sapessero che era il loro destino, in gioco, ostentavano indiff erenza mentre ci giravano fra i piedi, becchettando) che avremmo potuto mangiare successivamente mettendoci d’accordo prima su giorno, ora e prezzo. Ciò che non mancava mai era il vino, quel vino del quale sento ancora il sapore guardando le colline. E nemmeno l’allegria, mancava mai. Che coincidenza, eh?

di Roberto Bianchi

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