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24 settembre 2018

Cultura

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20.11.2017

Il racconto delle
belve scatenate
Bovegno, Val Trompia

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Giovanni è sufficientemente lontano. Nascosto dietro un riparo osserva il corteo che è fatto solo di donne e bambini. E’ un rischio per gli uomini farsi vedere in mezzo a quelle belve disperate che l’hanno ormai capito che la loro fi ne è vicina, ma hanno l’ordine di non crederci. Di comportarsi come se, invece, quella davvero vicina fosse la vittoria - del resto ci hanno costruito la propaganda sulla “vittoria ineluttabile” - e devono continuare a macellare gente, come se non lo sapessero che quella gente non fi nirà mai, anzi, male che vada, ce ne sarà sempre almeno un altro a prendere il posto di quello caduto prima, e un altro, e un altro… È un rischio enorme, soprattutto per lui, un ribelle o un “bandito”, come dicono loro, essere lì, al funerale, anche da lontano. Giovanni non poteva proprio mancare: ci sono anche amici suoi in quelle casse trascinate in un caldo che si fa sentire. E conosceva anche tutti gli altri, anche quelli che della lotta ai fascisti non sapevano molto e che adesso sono morti anche loro e quindi sono diventati comunque amici, ribelli, ormai. Del resto, pensa, è facile conoscersi tutti in un paese come questo, piccolo, isolato. Non ci abita moltissima gente, qui sopra. E di questi tempi, poi. Che poi, a pensarci bene, non è vero che ci si conosce proprio tutti, ed è vero, invece, che alla gente gli vedi bene la faccia, ma non il resto: per forza ci deve essere qualcuno che ha tradito, un informatore che ha parlato con i camerieri dei nazisti, truci e ridicoli con la loro camicia nera, nera come la loro anima bastarda. No, non è possibile sia successo tutto per una coincidenza e i tedeschi qualcuno li deve aver per forza avvisati. Magari in cambio avrà preso dei soldi. O roba da mangiare. O una garanzia per il futuro Ah, conoscerlo quel cane: basterebbe un amen per toglierlo dalle spese. Il momento arriverà, bisogna solo aver pazienza e aspettare. Si passa tanto tempo ad aspettare,qui in montagna. Si aspetta che arrivino le armi e i viveri. Si aspetta che arrivino le staff ette. Si aspetta che passino le colonne dei blindati dei nazisti che era un po’ che non se ne vedevano, perché non avevano mica più tanto di coraggio per venirci quassù, fi no a qualche giorno fa. Ma si aspetta volentieri, perché è un modo di andare incontro alla libertà. E i mezzi dei tedeschi li aspetti anche più volentieri, perché poi gli scarichi addosso l’artiglieria. Dobbiamo ripulirla questa nostra terra, pensa Giovanni, anche se il prezzo da pagare è alto. E vede scorrere davanti ai suoi occhi quella quindicina di vittime incolpevoli che compone il nuovo acconto, versato nei viottoli sconnessi di Bovegno la notte del 16 agosto. Dopo essere scappati da Canton Mombello durante un bombardamento degli americani a metà luglio, avevano cercato subito di rimettere in moto il meccanismo della Resistenza: del resto Speziale, Gheda e Guitti erano elementi preziosissimi. E Speziale era arrivato subito in zona anche perché era necessario che i comunisti ristabilissero, per tempo, un maggior controllo sul movimento partigiano nella media Valtrompia. Giovanni si ricorda improvvisamente, gliel’ha detto qualcuno, che se fosse stato necessario avrebbero persino fatto fuori quel socialista di Tedoldi che con le sue Brigate Matteotti pensava di potersi mettere di traverso all’egemonia della Garibaldi. Qualche azione pesante siamo riusciti a metterla insieme, rifl ette Giovanni - che ha una voglia matta di fumare, ma non può perché è troppo pericoloso - e i padroni dell’Alta Valle eravamo rimasti noi. Prima il gruppo di Nikolaj ha attaccato la caserma della Guardia Nazionale Repubblicana a Brozzo. Poi il gruppo di quei due matti dei fratelli Vivenzi ha attaccato la caserma di Bovegno. E poi la squadra del Gerola, la caserma di Collio. A Brozzo hanno fatto fuori il comandante e prelevato sette militi. Hanno portato via armi e munizioni che ci servono come l’oro. E così, sopra Gardone, non c’era più possibilità di movimento per i neri, che hanno ritirato tutti i loro presìdi. E i tedeschi l’ultimo posto di blocco da gestire con tanto di sbarra da alzare e abbassare l’hanno installato all’altezza della Beretta e della caserma della GNR. Ma più che un posto di blocco sulla strada provinciale sembrava un confi ne. E infatti, a nord di quella sbarra, abbiamo preso quasi tutto in mano noi... Giovanni ripensa ai primi giorni di agosto, alla riunione,su al Bonardi in Maniva, per stabilire rapporti organizzativi fra quelli della Tito Speri e quelli della Perlasca di Valsabbia. E c’era il Fiore, come si faceva chiamare il generale Masini, il comandante delle Fiamme Verdi che generale lo era per davvero. E sì, avevano convenuto tutti quanti che bisognava comunque starci attenti ad andare in giro per i paesi con i mitragliatori in vista, perché talvolta i tedeschi risalivano ancora e c’erano rappresaglie, incendi, lutti. Proprio tre o quattro giorni prima, ricorda Giovanni, sono saliti a Magno l’hanno saccheggiato ben bene e hanno incendiato alcune cascine e case. E può anche accadere di tutto, “ma non che a pagarne le spese sia la popolazione civile, quella che volete liberare“ ha detto chiaramente don Francesco Bertoli in una delle riunioni all’Albergo Brentana. Bisognava starci attenti a girare armati, sì, ma se la sera del 15, vicino all’osteria della cooperativa, ad aspettare Fiore che doveva incontrare il Leonida Tedoldi i nostri fossero stati disarmati e non avessero avuto le bombe a mano e le pistole.. Quando sono arrivate le due Balilla, con i fari spenti fra l’altro… Uno dei nostri se n’è accorto subito che erano fascisti, e ha sparato all’autista. Poi sono partiti altri colpi di pistola, le prime bombe. Gliel’ha detto qualcuno, per forza. Come facevano a saperlo,e ad avere messo poco distante e pronta a intervenire una colonna di blindati e di camion carichi di soldati. Che, dopo che uno dei loro è riuscito a sparare in cielo il razzo segnalatore bianco, sono piombati e hanno ammazzato diverse persone, portate via altre, saccheggiato, depredato. Canaglie. Se ne sono andati che era quasi l’alba, ci è stato detto. E il 16 mattina don Bertoli era sceso dal vescovo e insieme erano andati dal prefetto Dugnani. Era indignato Dugnani, “ma impotente” aveva risposto. E il pomeriggio del 16 sono saliti di nuovo: otto auto, un paio di autoblindo, numerosi soldati. E hanno bruciato di nuovo. Ammazzato gente. Incendiato. Saccheggiato. Quindici morti ammazzati. Giovanni guarda lo svolgimento delle esequie. Si accorge che oltre alle donne e ad alcuni bambini ci sono quattro brutti ceffi . Sono in borghese, ma puzzano da lontano di nazifascismo, sono ben vestiti. Controllano. Hanno paura. Non sono di qua. Giovanni lo sa che invece è qualcuno di qua, che ora qui non c’è, ad aver parlato. Ne è sicuro. Ciò che non sa e non saprà mai è che gli capiterà di incontrarlo casualmente in città, dopo la fi ne della guerra, dalle parti della stazione. E lo saluterà con un cenno, come si fa quando si incontra il volto di una persona che si conosce anche solo vagamente, ma che appare famigliare in un posto che non è il tuo.

 

di Roberto Bianchi

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