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21 luglio 2018

Cultura

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27.11.2017

Il racconto delle
bestie al mercato e
dentro i piatti: Rovato

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Se adeguassimo il famoso indovinello su chi sia nato prima - se l’uovo o la gallina - a proposito del Mercato delle Carni e della Ricetta del Manzo all’olio, che sono due fra le cose più tipiche e decisamente collegate fra loro che caratterizzano Rovato, non dovremmo avere alcun dubbio nel rispondere. Mentre la prima ricetta codifi cata del manzo all’olio risale alle indicazioni scritte da Donna Veronica una nobildonna rovatese, vissuta tra il 1554 e il 1593, appartenente alla ricca famiglia dei Porcellaga e che, originaria dell’Iseo, si occupava del commercio del bestiame, le prime tracce di un’esposizione periodica di animali, che si svolgeva nel piazzale antistante alla chiesa di S. Michele, sul Montorfano, risalgono all’età longobarda (tra la fi ne del V e l’inizio del IX secolo dopo Cristo). Per tutto il Medioevo mandriani, nomadi e pastori provenienti dalla Valtellina e dalla Val Camonica continuarono a condurre il bestiame a Rovato e proprio in quel modo sono state create le basi per quel mercato stabile giunto fi no ai giorni nostri. Nel 1477 si verifi cò un’invasione di cavallette che distrusse la maggior parte della produzione agricola rovatese.L’anno dopo a Rovato riapparve anche la peste; l’epidemia oltre che provocare numerose vittime paralizzò il fl usso delle merci andando a gravare con eff etti drammatici sull’economia locale. Ma nel 1480 il paese riprese la vita normale e, mentre veniva restaurato il Castello munito di cinque torrioni, venne inaugurato anche il mercato del lunedì. Il Doge ,con un documento del 5 luglio del 1517, confermò a Rovato il diritto di tenere il mercato settimanale di bestiame. L’Amministrazione comunale introdusse le prime norme atte a regolare il traf- fi co di merci nel 1868. Nei documenti veniva citata anche l’istituzione della prima edizione della “Fiera di bestiame, formaggio e merci di qualsiasi altro genere” del 6-7-8-9 luglio 1868”. A proposito della quale, uno storico dell’epoca, scrisse “a mattina ed a sera della piazza trovi nuovi mercati, venditori di burro, di stracchini, di formaggio, cappellai, fruttivendoli, bottiglierie, osterie, vendite di liquori, trattorie donde esce l’odore delle pietanze ammanite”. Quelle “trattorie donde esce l’odore delle pietanze ammanite” me le ricordo bene anch’io, che le ho frequentate più di un secolo dopo, ed è uno dei pochi aspetti positivi dell’aver frequentato il Liceo Scientifi co a Rovato all’inizio degli anni Settanta. Infatti, sulla strada che dal vecchio Oratorio Maschile - che per sei giorni alla settimana e otto ore al giorno veniva adattato a sede di Scuola Superiore e che stava in prossimità degli Spalti ( e del Mercato stesso, oltre che, ahimè, della caserma dei carabinieri fatto che, per degli studenti esuberanti, costituiva una preoccupazione non da poco) - porta al Crocevia dove salivamo sulla corriera che ci avrebbe riportato a casa, di trattorie alla buona se ne aprivano assai ed in alcune, talvolta, ci abbiamo pure fatto sosta per un buon bianchino al banco e bevuto di fretta. Ai tempi non c’era nessun divieto alla somministrazione di alcolici ai minori: al massimo ci poteva frenare l’occhiataccia dell’oste che non sempre gradiva perdere tempo per un bianchino mentre aveva la sala da pranzo piena di clienti vocianti che reclamavano a gran voce di poter mangiare. Ma tant’è, ci si comprendeva tutti quanti e un po’ di più e altre volte poteva addirittura capitare, se era un lunedì fortunato, che al bancone vicino a noi ci stesse magari l’allevatore che aveva comprato o venduto bene, o che, più semplicemente, aveva qualche altro motivo di soddisfazione da voler condividere con giovani sconosciuti, e allora i bianchini, off erti da lui , potevano diventare due o anche tre. Ritornando agli odori del cibo, sì, erano potenti e ammalianti e ti facevano svalutare preventivamente lo scarno pranzo che ti saresti trovato,una volta giunto a casa, abbandonato sul tavolo della cucina, perché i tuoi, quando tu tornavi, erano già andati a lavorare. E gli allevatori e i compratori, che lo vedevi dai pomelli rossi che guarnivano le loro guance non la disdegnavano proprio per niente l’esagerazione nel mangiare e bere, erano sempre allegri e giravano con rotoli di banconote tenute insieme con l’elastico dentro alle tasche di giacche fruste che malamente cadevano su pantaloni spesso di fustagno. La maggior parte di loro portava grossi gli scarponi e quasi tutti avevano addosso un odore inconfondibile di stalla. Spesso avevano pure un bastone che usavano come un inutile sostegno: erano uomini in salute e mica dovevano per forza essere sorretti da un bastone, ma l’impressione era che fossero convinti che quel bastone grossolano raff orzasse il loro aspetto di mercanti di bestie. Alla trattoria “Cervo” giravano costate da fare paura, carne fantastica cucinata da Dio. Ce n’era un ‘altro di posto, dentro ai vicoletti che dalla piazza portano alla chiesa, dove invece facevano la trippa in vari modi e anche lì non si scherzava proprio. Ma, ovviamente, il piatto forte era il “Manzo all’olio” che si trovava in ogni trattoria ed erano tutti egualmente buonissimi anche grazie alla qualità sopraffi na della carne utilizzata. Vino rosso della Franciacorta, mostarda e salse varie, fra cui una salsa verde i cui eff etti euforizzanti su di me erano tali che ancora oggi la ricordo come la cosa legale più vicina agli stupefacenti. Evabbè… andata pure quella vita… Avvenne un anno, poteva essere il ‘73 o il ’74, che alcuni espositori del mercato, alla domenica sera, avessero avuto dei contrasti con le forze dell’ordine. La ragione ( se anche se mai l’ho conosciuta) non me la ricordo, anche se sono certo che un ruolo non indiff erente nella degenerazione dell’alterco in scontro fi sico l’aveva avuto la quantità non indiff erente di Franciacorta che quei tizi avevano pensato bene di ingurgitare tanto per far festa: resta il fatto che alla fi ne della serata brava vennero arrestati. Fu così che quando il lunedì mattina mogi,mogi stavamo entrando a scuola ci arrivò la notizia che al mercato delle carni c’era movimento e c’erano persino voci a proposito di un’ imminente manifestazione degli allevatori che pretendevano la liberazione immediata degli arrestati. Non ci parve nemmeno vero di poter correre a manifestare la nostra solidarietà a quei “lavoratori in lotta” e quelli di noi che non deviarono verso i bar e la latteria dove c’era il juke box sempre acceso, o non si imboscarono sugli spalti con la ragazza, parteciparono al corteo di protesta che, dopo aver sfi lato per il centrale corso Bonomelli, occupò con un sit in il crocevia, bloccando il traffi co sulla Statale. Quando arrivò la polizia in assetto antimossa noi studentelli cominciammo a pregustare scene di guerriglia urbana con lacrimogeni, manganellate et similia: per bulleggiare ci raccontavamo di come si deve fare a rispedire un lacrimogeno senza scottarsi, o degli eff etti del limone contro la lacrimazione degli occhi. Le sciarpette di ordinanza per coprirci la metà inferiore del viso, tanto, le indossavamo sempre mentre, non avendolo saputo per tempo, non avevamo con noi le bandiere con le relative aste (costituite da manici di piccone) che un po’ ci mancavano. Qualcuno fra i peggiori tentava di far passare per brillante l’idea di andare a confezionare qualche molotov che, sotto il profi lo penale non erano ancora considerate armi incendiarie. Ma non successe nulla, salvo qualche spintone di alleggerimento e quando, intorno all’ora di pranzo, arrivò la notizia dell’avvenuta liberazione degli arrestati (forse in virtù di un processo per direttissima), dovemmo compensare la delusione accedendo alle riserve di vino che intanto, come per magia, erano comparse in strada.

 

di Roberto Bianchi

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