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17 dicembre 2017

Cultura

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17.07.2017

Il Racconto delle
indemoniate di paese
Varie zone della Provincia

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Se per chi è sopraggiunto dopo quegli anni appare piuttosto difficile immaginarsi persino quelle più vistose, fra le coordinate che regolavano la quotidianità della società bresciana che, soprattutto in provincia, era spesso preindustriale (almeno sotto alcuni aspetti) e pre - televisiva (sotto quasi tutti, come il resto del Paese) sembrerà quasi impossibile o almeno poco attendibile la rappresentazione di una società ingenua, credulona, aperta alle incursioni di e in misteri a portata di mano, sensibile ad una religiosità popolana più che popolare, in cui sacro e profano talvolta si mescolavano. Eppure era così e la causa stava proprio in quella Cultura ancora prevalentemente agricola che contraddistingueva molta parte della nostra Provincia. Non potrò essere dettagliato , perché non è escluso che qualcuno dei protagonisti di questa storia sia ancora in vita così com’è del tutto certo ci siano congiunti sopravvissuti che non gradirebbero una “pubblicità” che risvegliasse le antiche dicerie, ma un ricordo di quegli anni mi piace condividerlo. Erano molti i paesi della provincia che potevano vantare fra i residenti persone “possedute” dal demonio. Quasi sempre erano femmine, spesso ben oltre la mezza età e quelle donne che “avevano addosso il diavolo” godevano di una qual certa sospettosa e malcelata attenzione. Non che venissero escluse, anzi, talvolta poteva capitare che qualcuno si rivolgesse a loro, in virtù della speciale fama – e dei supposti “poteri” che in verità condividevano anche con i nati prematuri e “settimini”- alla ricerca di lenimento ad un male fi sico o d’amore. Diciamo che spesso erano isolate come dei virus e, come dei virus potenzialmente malefi ci, tenute sotto un discreto controllo sociale. I sacerdoti non si pronunciavano mai, uffi cialmente, su quelle questioni anche se una certa prudenza nelle frequentazioni, protetti dal confessionale molto spesso si sentivano di suggerirla. Generalmente le indemoniate non avevano un marito e non esistendo ancora una legge che, per evitare fastidiose discriminazioni, imponesse di defi nire come signore tutte le femmine che avessero raggiunto la maggiore età, quelle zitelle erano, per tutti in paese, “signorine”. Il termine, non privo di una certa leziosità avrebbe potuto suggerire dolcezza e garbo speciali , ma al contempo denunciava una condizione di eccentricità piuttosto inspiegabile: donne senza marito sottrattesi al proprio destino “naturale”! A ben guardare, non mancavano donne “felicemente” sposate che probabilmente ci avrebbero guadagnato ad essere possedute dal diavolo piuttosto che da mariti rozzi, ubriaconi e maneschi, ma questa è un’altra storia. Anch’io conobbi un’indemoniata, da cui mi portò mia madre in seguito ad una “storta” alla caviglia ottenuta giocando a calcio. La signorina x era specializzata nella cura di slogature, distorsioni e acciacchi simili: generalmente operava manualmente con una sorprendente sapienza, acquisita chissà come e dove, mentre a volte si aiutava con intrugli, per esempio, costituiti dalla stoppa usata dagli idraulici imbevuta di albume d’uovo che, una volta depositata sulla parte colpita, seccando diventava una specie di “gesso leggero”, una blanda steccatura. Però funzionava. O forse funzionava la suggestione distribuita a piene mani dai pochi eletti, singolari quanto improbabili “testimoni oculari che, credendoci loro per primi, sussurravano con occhiate di complicità di aver assistito personalmente a fenomeni di ben altra natura, paranormali, determinati da ingerenze demoniache. Forse fu per questo che quando tempo dopo averne ricevuto le cure per strada incontrai la signorina x, riuscii a scorgere distintamente, nella sua ombra proiettata sul muro, un bel paio di cornetti emergenti dai capelli, secondo la miglior tradizione iconografi ca per i ragazzi del tempo. Ho già raccontato in altra occasione che la sera in cui la signorina x se ne andò da questo mondo, persino il medico che le prestò le ultime cure dovette piegarsi alle richieste dei parenti che pretesero si facesse il segno della croce per riuscire a praticarle quell’ endovenosa che, inutilmente, aveva già tentato di iniettare più volte. Aggiungerò che nel cortile dove abitava la signorina x, risiedeva un ‘altra signora anziana come lei , ma vedova. Poco distante abitava la fi glia di quest’ultima che d’improvviso cessò di andare a visitare ed accudire l’anziana madre - autosuffi ciente, sì, ma pur sempre malandata - preferendo dirottarsi verso la cucina della posseduta. Suscitò interrogativi e maldicenze in tutto il circondario la nuova abitudine della fi glia ingrata, e provocò gelosie e dolore nella madre che, tuttavia, ben si guardò, per paura del malocchio, dall’ affrontare la questione esplicitamente. Certo è che visse male la situazione: gratifi cante vendetta la ottenne soltanto dopo la morte della sua antagonista, quando la fi glia, fi nalmente tornata all’ovile, le confessò d’essere stata a lungo preda di incubi in cui la diabolica defunta, evidentemente insoddisfatta degli incontri diurni, le gironzolava intorno al letto pure di notte , avviluppandola sempre più nella propria inquietante trama: il malocchio, quindi, spiegava tutto. Il malocchio spiegava anche molte altre cose, ed in effetti non era insolito che dopo aver rovistato nell’interno dei materassi di sventurate persone che, genericamente, “non stavano bene”, vi si trovassero crocifi ssi di lana o crine raggrumate e, nei casi più eclatanti, fi gurine stilizzate in fi l di ferro, su modello delle bamboline vodoo, ma tutte magicamente autoprodottesi. Inutile dire che i ritrovamenti venivano confermati dai materassai che, all’epoca, giravano per i cortili a “rinnovare” i talami usurati. Nei casi in cui una malattia diagnosticata tardivamente spedisse al creatore alcune fra le vittime del malocchio, la fantasia popolare non si arrendeva e unanimemente imputava alla maledizione pure l’insorgere della malattia. Ho nostalgia quel tempo, in cui non c’erano psichiatri televisivi ad informare il popolino sulle capacità della mente e delle sue patologie di condizionare le esistenze: rassicurante poter pensare che la “malvagità” fosse un elemento “esterno”, inserito da un demone “estraneo” alla comunità e che perciò si poteva estirpare, e non invece uno dei suoi tanti ed eterogenei elementi costitutivi. Rassicurava poter pensare che con una bella benedizione la cattiveria potesse essere allontanata, se non proprio debellata. Era divertente, anche se decisamente poco scientifi co, che il mistero e la magia fossero così consueti, parte del panorama intimo delle nostre esistenze ingenue alimentate anche di suggestioni che, come le fi abe classiche, ci impaurivano e ci divertivano al contempo.

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