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19 novembre 2018

Cultura

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18.06.2018

Il racconto delle leggende
della Valtrompia
Valle Trompia

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Mi è capitato molte volte, da quando ho iniziato la pubblicazione di questa serie di scritti di imbattermi in persone che mi fornissero informazioni e testimonianze dirette sulle vicende che poi avrei raccontato. Non ho mai pensato fossero incontri del tutto casuali. Succede spesso, infatti, che attraverso percorsi misteriosi sia la storia a cercare lo scrittore il quale in molti casi la trova senza sapere come, anche se gli è chiaro il “perché”: raccontarla agli altri. Ho questa convinzione per quanto riguarda gli incontri con le persone e quindi non sarà diffi cile immaginare che, a maggior ragione, l’abbia rispetto agli incontri con gli “oggetti”. In eff etti da qualsiasi parte la si guardi ha un che di misterioso la coincidenza per cui qualche tempo fa mi sono fermato ad una bancarella di vecchi libri da poco, in zona Carmine, dove i libri erano ben disposti su un carretto di quelli di una volta, ma in modo tale, per ragioni di spazio, che non si vedessero le copertine, ma solo i dorsi: diciamo, come se fossero collocati in uno scaff ale che invece di essere appoggiato alla parete lo fosse al pavimento. Il titolo del volume, adocchiato in mezzo ad altri, non diceva poi molto: “Il sasso del cane”. Solo dopo averlo estratto dalla fi la ben ordinata ho visto il sottotitolo: “Leggende Bresciane”. E l’autore: Giacomo Bianchi. Non è mio parente anche se, in questo caso, l’ omonimia, acquista una misura ancora più singolare visto che un fratello che si chiama Giacomo ce l’ho per davvero. Forse quel libro pubblicato a Brescia dalla Editrice Pavoniana nel 1970 era lì che aspettava proprio me, da tempo. E questo perché lo raccontassi a voi. Quanto meno mi piace pensarlo, perché mi piacciono le “magie” nella quotidianità. Un titolo tutto sommato per niente indicativo; una copertina grafi camente orrenda; un volumetto anonimo: eppure, casualmente, l’ho scelto in mezzo a molti altri. Sfogliandolo mi son accorto di come sia costituito da una miniera di fatti misteriosi, leggende e dicerìe riguardanti il territorio bresciano. Il libro, per di più, è diviso in zone geografi che e, anche se probabilmente non è affi dabilissimo - il primo racconto, per esempio, parla di San Prospero come del patrono di Gardone Valtrompia, mentre a me risulterebbe essere Marco - la parte che riguarda la Valle Trompia è una sezione piuttosto nutrita e dalla quale ho ricavato alcuni esempi. In tutti ho trovato, oltre a quelli soliti, costituiti di presenze inquietanti, malvagi che poi vengono sconfi tti, giovani bravi e meno bravi, bestie e luoghi magici un elemento comune : il fatto o il suo artefi ce – che peraltro possiede sempre caratteristiche che lo rendono “diverso” dal resto della comunità - provengono quasi sempre da fuori e sempre, alla fi ne, quando il bene trionfa sul male, fuori - che sia “lontano” o “sotto terra”, poco importa - vengono defi nitivamente ricacciati. Questo fatto ci dice di una comunità “chiusa”, sospettosa verso l’esterno e che individua come priorità proprio quella di garantire la propria impermeabilità. Ci informa inoltre che “l’eccentrico” è sempre destinato ad una gran brutta fi ne . E’ per questo motivo, per esempio ,che “ il signorotto che viveva in un castello poco distante da Marcheno” dopo aver passato un’intera vita a combinarne di tutti i colori contro i villani dei paesi vicini ( ai quali, per colmo di scherno, faceva rapire notte tempo le fi glie più graziose per piegarle ai propri turpi vizi e poi sopprimerle) se ne morì. Il momento della sua sepoltura, tanto atteso dagli abitanti era fi nalmente giunto, e venne così sotterrato dopo essere stato trasportato al cimitero su un carro di quelli usati per il trasporto del letame. Ma già il giorno dopo, parenti in visita ai propri cari al camposanto si accorsero che chissà come la salma dell’uomo malvagio ora giaceva fuori dalla terra. Per quattro o cinque volte venne nuovamente sepolta, ma, ad ogni alba, la salma era misteriosamente riaffi orata alla luce. Il curato, dopo averci meditato assai, asserì che per risolvere il problema si sarebbe dovuto portarla lontano, in un luogo dove “non giungesse il suono delle campane del villaggio”. La seppellirono dalle parti della valle di Navone (cioè fuori da quella vicinìa) e da allora non diede più alcun disturbo. In queste leggende diavoli e santi condividono equamente la ribalta e non sempre le fi gure della religione mostrano quell’indulgenza che sarebbe così lecito aspettarsi da loro , manifestando, al contrario grande rigore nelle punizioni. C’ è una storia, per esempio, che si snoda in Val d’Inzino e che racconta del sentiero “dirupato” che l’attraversa e “serpeggiando sale al monte Guglielmo”. Da quelle parti, su un muretto ci sarebbe la statua senza testa della Madonna. Il perché della mutilazione viene spiegato con la frustrazione di un giovane cacciatore che armato di “un bellissimo fucile Beretta”, si recò da quelle parti in cerca di selvaggina e dopo aver guadato il torrente che precipita dal monte stesso, individuò la statua della Madonna e subito le si rivolse con una preghiera affi nché lo favorisse nella caccia. Passò poi la giornata in cerca di uccelli, sparacchiando qua e là, senza riuscire ad abbatterne nemmeno uno e così alla sera, tristemente irato lungo la strada del ritorno, quando incontrò nuovamente la statua della Madonna non pensò ad altro che a spararle dritto in testa. Ma una scheggia del fucile che nel compiere quell’atto blasfemo gli era scoppiato in mano gli si confi ccò nel cuore facendolo morire dissanguato. Non da meno, in quanto a vendicatività ( ma qui è almeno più coerente al personaggio) sono i demoni se si vuol dar credito alla vicenda che si svolse in una frazioncina sopra Bovegno nel corso della serata danzante della Sagra paesana. Si presentò uno straniero con il quale una delle ragazze più avvenenti e meno vereconde del paese ballò tutta la sera. L’uomo aveva depositato su una sedia il proprio cappotto e anche grazie a questo la ragazza, nel corso del ballo, ne notò i piedi di capra che rivelavano la sua natura demoniaca. Finito il ballo la ragazza avvisò tutti i presenti che se ne andarono uno alla volta. Per ultimo andò via anche lo “straniero” che si dimenticò però il cappotto. Quando poco dopo l’oste nel sistemare lo trovò, aiutandosi con le molle del focolare e con un bastone, lo portò all’aperto e gli diede fuoco. Ma subito riapparve Belzebù che si riprese il suo cappotto, balzò sul tetto dell’osteria e la incendiò: mentre le fi amma divoravano il locale il demonio sghignazzava e beveva il vino che usciva a fi otti dalla botti sfondate. Ce ne sono molte altre che magari racconterò. Leggendole non si può non pensare ai tempi senza televisione, né energia elettrica, né riscaldamento in cui le serate si potevano passare soltanto tutti insieme a raccontarsi vicende che avevano lo scopo di terrorizzare, forse per costringere a star tutti più vicini. Uniti in difesa dalla paura.

di Roberto Bianchi

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