Seguici... Facebook Twitter Google+ Feed RSS
18 agosto 2018

Cultura

Chiudi

28.05.2018

Il racconto delle scuole
e dei collegi
Bassa Est

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

All’epoca non si era ancora diff usa la consapevolezza che andare a scuola fosse indispensabile per avere una vita migliore. L’istruzione non era ancora “di massa” e, soprattutto, non essendo ritenuta un “diritto” di ciascuno non era ancora divenuta un “obbligo” per tutti. Io stesso, da bambino, ho conosciuto adulti veramente e totalmente analfabeti: quelli, per intenderci, che, in fondo a documenti o istanze presentate, per i più svariati motivi presso uffi ci pubblici, al posto della fi rma non potevano che apporre una semplice croce, all’epoca comunemente accettata come sostituzione per coloro dei quali era accertata la totale incapacità di leggere e scrivere (nello spazio riservato alla fi rma era persino stampigliato che si potesse mettere una croce). Parlo di gente più anziana di me, naturalmente, che, pure, vista l’eccezionalità di quell’azione, a tracciare quei due segnetti perpendicolari ci metteva un impegno ed una fatica piuttosto vistosi. Capitava inoltre spesso che miei compagni, terminate le scuole elementari venissero avviati ,senza sostare tre anni presso la scuola media, nel mondo del lavoro. Generalmente venivano loro assegnati i compiti più umili ed elementari, e dentro le offi cine dove venivano a ritrovarsi erano poco più che degli osservatori che più che altro dovevano imparare tutto del mondo nel quale così precocemente s’erano trovati catapultati e che, presumibilmente, sarebbe stato il “loro” mondo per il resto della vita. Lavoro manuale, di quello fatto da tanta fatica e che non necessitasse di particolare specializzazione ce n’era a volontà, dalle nostre parti, e quindi, perché perdere tempo sui libri? In fondo gli echi del boom economico (che in realtà stava già andandosene via per sempre) erano ancora piuttosto forti, il benessere sembrava a portata di mano e bastava poco, serietà e buona volontà, per agguantarlo e aggiudicarsi un futuro migliore. La regola non scritta, ma tutto sommato piuttosto inderogabile, prevedeva una sorta di automatismo per cui solo ai rampolli delle classi sociali non “popolari” era data la possibilità di studiare: mentre era scontato che il fi glio di un laureato (o di un ricco) potesse aspirare alla laurea, era nelle cose che il fi glio di un operaio continuasse la tradizione. Ragazzi che dopo il diploma di terza media intraprendessero la strada di una scuola superiore costituivano, perciò una bassissima percentuale. Quando ciò avveniva, la maggior parte di loro fi niva in istituti tecnici o di formazione professionale; nel tempo massimo di cinque anni di sacrifi ci avrebbero potuto aspirare ad una condizione migliore: se non proprio quella di “impiegato”, almeno quella di “tecnico specializzato”. Per le donne, la cui più consolidata aspirazione sociale - suggerita e indotta dalla famiglia e dalla chiesa - era quella di trovarsi un buon marito, “metter su casa”e scodellare tanti bei bambini, proseguire con la scuola dopo “le medie” era fatto piuttosto inconsueto: nel caso, la posizione più ambita era quella di maestra elementare. C’erano anche ragazzi che manifestavano una forte inclinazione allo studio e che avrebbero davvero meritato di proseguire il percorso scolastico: per una strana ed ingiusta (e forse non del tutto inspiegabile alchimia) spesso facevano parte di famiglie che proprio non avrebbero potuto permettersi di addossarsene i costi. Una soluzione allora era costituita dai seminari dove ragazzini che avevano mostrato particolare sensibilità anche verso la religione (anche solo facendo il chierichetto durante le funzioni, per esempio) vi entravano, un po’ per la “chiamata” divina e un po’ per le sollecitazioni dei preti dell’oratorio. Non tutti però alla fi ne diventavano sacerdoti: fra coloro che concludevano gli studi superiori, succedeva spesso vi fossero crisi di coscienza al momento di prendere i voti che li portavano a gettare la tonaca alle ortiche e a ricominciare la vita laica. C’erano poi ragazzi che manifestavano apertamente la loro indisponibilità sia verso lo studio che per il lavoro. Che nemmeno ci pensavano di entrare nella casella loro assegnata dell’ordine sociale così ben costruito. Per loro era stata coniata addirittura una defi nizione dialettale in rima. Erano i “Michelàss”, i “pessimi soggetti” ai quali piaceva “mangìà e beer e ‘ndà a spass”. Si presentavano come “indomabili” e ciò che preoccupava le loro famiglie non era tanto la loro innata repulsione verso lo studio (in fondo, a dirla tutta, a cosa serviva studiare?) quanto la loro evidente inadattabilità al lavoro e ad una vita regolata. E nella vita, ci insegnavano i nostri genitori, chi non lavora prima o poi “si troverà su una gran brutta strada la cui tappa d’arrivo è la galera”. Non si pensi che il nostro mondo sia sempre stato com’è ora: quand’ero ragazzo era piuttosto inusuale vedere persone che ciondolavano dentro a bar o per la strada (i centri commerciali nemmeno esistevano) negli orari in cui avrebbero dovuto essere o a scuola o al lavoro. Per indurli a più miti consigli i genitori dei cattivi soggetti cercavano di piegarne le resistenze minacciandoli di spedirli “in collegio”. Ne esistevano di vario tipo di collegi, ma il più temuto (che nemmeno so se sia mai esistito per davvero o al contrario sia stato solo un’invenzione spaventevole già dal nome “i barabini” – e barabì, forse da Barabba, il criminale competitor di Gesù Cristo davanti a Ponzio Pilato, in dialetto bresciano voleva dire “malvagio”, “cattivo soggetto”) veniva agitato come una minaccia davanti ai ragazzi più riottosi da padri sempre più preoccupati del loro destino. “Se non ti metti a posto ti mando ai Barabini”. Spesso quelle parole, accompagnate da una buona dose di cinghiate, servivano a risolvere situazioni delicate. In eff etti i collegi non è che godessero di particolare forza attrattiva: i ragazzi una volta non volevano né andar via da casa e famiglia , né “mollare” il loro paese, ché i fondo era quello l’unico Mondo” che conoscevano (cosa che oggi, al contrario, sembra ormai aspirazione molto diff usa, fra Erasmus, stage e necessità di verifi care il “Mondo” che sta dentro tv e nuovi media). C’erano però anche collegi circondati dalla fama di istituzioni solide, rette con professionalità, pensati apposta per quelle famiglie che non potevano occuparsi in proprio della crescita culturale dei propri fi gli, ma che, per sensibilità o censo ci tenevano assai si sviluppasse. Uno di questi esiste tutt’ora, in un paese della bassa orientale ed off re, come off riva, molteplici indirizzi di tipo tecnico e agrario. Fu lì che fi nirono a metà degli anni Cinquanta i miei due fratelli maggiori. Il primo ci andò per studiare da geometra: doveva pur proseguire nell’attività di famiglia. Il secondo ci andò per farci le scuole medie che, all’epoca, a Ospitaletto dove abitavamo (così come in molti altri paesi) non c’erano nemmeno. Quella grande scuola era l’unica istituzione signifi cativa che connotava quel paese della bassa bresciana per lo più destinato ad agricoltura ed allevamenti. Forse è anche per questo che a più di sessant’anni di distanza, la cosa che mio fratello ricorda con maggior nitidezza non è il rigore dei preti piamartini che lo gestivano, né, per l’epoca, la qualità degli impianti sportivi, né il clima di cameratismo che contraddistingueva il clima interno. No, parlandomene, a distanza di più di mezzo secolo, il ricordo più intenso è quello della puzza di letame che imbeveva ogni angolo della scuola appena si faceva la bella stagione.

di Roberto Bianchi

Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento richiede l’utilizzo di un “cookie di dominio” secondo quanto indicato in Informazioni sulla Privacy del sito; l’invio del commento costituisce pertanto consenso informato allo scarico del cookie sul terminale utilizzato.

pagine 1 di 1

Sondaggio

Dopo gli attentati dei terroristi islamici a Parigi, quali misure andrebbero adottate dall'Italia?
ok