Seguici... Facebook Twitter Google+ Feed RSS
23 luglio 2018

Cultura

Chiudi

07.05.2018

Il racconto
delle speranze incagliate
Val Trompia – Valle Sabbia

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Sono proprio i giorni come questi che mi provocano la nostalgia immensa di luoghi che nemmeno conosco perché non li ho mai visti, se non in televisione, e che invece mi sembra dovrei conoscere, perché riempiono i racconti di mio padre nelle rare occasioni in cui ha voglia di parlare con qualcuno e ci sono solo io a cena perché a mia madre è toccato di andare a far la notte. In quei momenti gli occhi gli diventano lucidi e se non fossi certo che non beve, ché vorrebbe nemmeno io lo facessi , “perché non è roba per un buon fedele, quella” , mi verrebbe da credere che qualche pirlo col Campari se lo sia fatto anche lui prima di rientrare a casa. Ne avrebbe anche il diritto, ché quando arriva è rivestito di uno sporco e di una fuliggine più nera della nostra pelle, che è già così nera di suo. E oltre alla puzza di sudore, vagamente coperta da quella del metallo ( e il “nostro” sudore, lo sanno tutti, quanto puzzi davvero) ha addosso anche l’odore di una stanchezza ingiusta e spropositata. Quello peggiore da sopportare. Credo che il suo stato d’animo abbia a che fare anche con quella delusione che quando arriva che sei quasi in fondo alla vita e la riguarda in maniera estesa può anche ucciderti dentro, perché ti convince d’aver sbagliato tutto, mentre sai che non avrai altre occasioni; secondo me alla fi ne s’è pentito d’essere venuto qui, ché siamo troppo in alto, fra boschi e capannoni, verde, e asfalto, e cieli grigi, e siamo fuori dal mondo. Per me, se potesse tornare indietro … ma chi può saperlo, in fondo ? Certo, il nostro colore ci pesa addosso come uno scafandro da palombari e basta un nulla perché ti schiacci a terra proprio quando pensavi di avercela fatta. Ma in fondo la cosa è uguale per tutti. Basta una cazzata per dissipare il rispetto e la fi ducia accantonati i anni di inoff ensività, di rispetto delle regole e delle convenzioni. Di umiliazioni, a volte. Per esempio perde qualsiasi importanza che uno abbia lavorato per decenni nelle fusioni, negli altiforni, in tutti i posti di merda che hanno ammalato l’erba e scacciato la pace da queste valli se poi gli succede d’avere un fi glio che non sa bene cos’è, né cosa vuole fare di se stesso. Io. Lui in verità sapeva cosa farne di me. Per questo mi ha spedito a scuola a Gardone. Il fi glio avvocato, avrebbe voluto, come ce l’hanno molti bianchi. Quando persone sconosciute mi guardano , per via del colore della mia pelle s’immaginano che io conosca i segreti della savana e i misteri della giungla, ma io sono nato qui, e probabilmente parlo il dialetto meglio di Balo, e da qui non mi sono mai mosso e l’unica giungla di cui so qualcosa è quella dei libri di Salgari che i profi mi hanno obbligato a leggere alle medie e , in quanto a savane, l’unica che percorro veramente è quella che ho dentro di me, arida e dove i sentimenti sono radi e le emozioni sterili. Cespugli bassi. Secchi. Incasinati. In giornate come queste, quando piove ed una leggera nebbiolina così fuori stagione - siamo a maggio - avvolge le montagne intorno alle valli percepisco la tristezza liquida delle lacrime dei poeti che impregna tutto quanto, lo sporca e lo contamina e lo rende doloroso e io, che già non so bene chi sono, mi ritrovo a pensare a tutto ciò che non sono . E mi accorgo che non lo so bene nemmeno io cosa davvero vorrei essere. Ma so ciò che non voglio essere: uno schiavo. Quando a volte, di sabato pomeriggio, con la corriera scendo in città per andare in Freccia Rossa e ritrovarmi con gli amici, i bianchi che mi osservano mentre salgo e sperano mi sieda in un altro posto sembrano preoccupati come se io fossi un pericolo misterioso e fatale per la loro serenità. Mi siedo sempre in fondo alla corriera e li guardo. Poi arrivo in stazione e mi ritrovo con gli altri. E allora penso che sì, potrei anche esserlo quel pericolo inevitabile che ancora nessuno temeva sul serio quando in queste terre , per lui così lontane e che Dio prima di arricchirle aveva collocato al di là del mare - diffi cile pure quello da raggiungere per lui che prima di arrivarci avrebbe dovuto percorrere un’infi nita distesa di terra arida e pericolosa - ci arrivò mio padre , quand’era poco più del ragazzo che sono io oggi. Ma mi rendo anche conto che non è solo questione di pelle: ci sono altri fratelli, sì, ma anche pallidi ragazzini italiani, incerti paki, un mondo. Il nostro mondo è fatto di stazioni da cui non si parte mai e dove non si arriva da nessuna parte. Forse ha a che fare con un futuro talmente provvisorio da apparire inutile. Sto bene quando insieme agli altri sento di apparire minaccioso. Quando siamo in gruppo la gente si scosta. Molti abbassano lo sguardo per non guardarci negli occhi. Altri non ci riescono a nascondere il proprio disagio. Pochi hanno il coraggio di rivelare disgusto. Quasi nessuno ha l’incoscienza di mostrarci ostilità. Perché facciamo paura con le catene attaccate ai passanti dei nostri jeans oversize sdruciti, i nostri bombers colorati sopra le t-shirt aderenti, i cappellini , le scarpe da basket e tutto quell’oro come ce l’hanno i rapper , che però ci appesantisce i movimenti, e in più il nostro è falso. Anche in paese vado in giro così, e qui è anche più inquietante, perché quelli come me sono pochissimi e i paesani sono impressionabili. Qui tutti pensano solo a far funzionare le fabbriche, a far girare metallo, a produrre a stampare, fondere, pressare, a cavarci quattrini da questo daff are. Pensano solo ai soldi: chi possiede le aziende perché ne vuole sempre di più e chi ci lavora perché ne ha bisogno per mantenere la famiglia. Come fa mio padre. Anch’io penso sempre ai soldi. Me ne dà davvero pochi e così mi devo arrangiare. Devo stare attento a come mi muovo. Ma io dietro alla macchina non ci vado. E le mie dieci dita voglio mi restino tutte attaccate alle mani. E tutte intere. Al mio vecchio mancano due pezzi di quelle centrali della mano destra. Li ha lasciati dentro una cesoia. Quella volta ci andò bene: il padrone gli ha dato dei bei soldi per convincerlo a non parlarne con nessuno. Lavorava in nero, il negro, all’epoca. Dopo è fi nito in una cromatura . Ora sta alla pressofusione della zama. La stessa fabbrica dove avrei dovuto andare io quando mi hanno cannato alla maturità. Lui pensava che un po’ di lavoro mi avrebbe convinto ad impegnarmi di più a scuola, perché era certo che avrei ripetuto la quinta. Ma io dietro alla macchina non ci vado. E neanche dietro alla scrivania, se è per questo. Così, eccomi qua: un Tetris fatto di pezzi troppo diversi fra loro e che scendono troppo svelti e che non si incrociano mai per il verso giusto. Adesso la cosa più urgente è far saltar fuori i soldi per la patente. Per la macchina ho già idea di come fare. Le immagini dell’unica giungla che conosco scorrono alla televisione: un mondo che era stato costruito per gli uomini è ora aff ollato da bestie feroci che si aggirano solitarie fi ngendo ci sia un domani per ciascuno, ma ben consapevoli della provvisorietà di ogni cosa che perciò è da agguantare se appena si può, come si può e per il poco tempo che ci rimane prima che si sciolga in mano. Senza farsi domande, senza un dio a cui dare risposte, senza altri uomini con cui condividerlo.

di Roberto Bianchi

Commenta

Partecipa. Inviaci i tuoi commenti

Attenzione: L'intervento non verrà pubblicato fino a quando il moderatore non lo avrà letto ed approvato. I commenti ritenuti inadatti o offensivi non saranno pubblicati.

Informativa privacy: L’invio di un commento richiede l’utilizzo di un “cookie di dominio” secondo quanto indicato in Informazioni sulla Privacy del sito; l’invio del commento costituisce pertanto consenso informato allo scarico del cookie sul terminale utilizzato.

pagine 1 di 1

Sondaggio

Dopo gli attentati dei terroristi islamici a Parigi, quali misure andrebbero adottate dall'Italia?
ok