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29 aprile 2017

Cultura

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27.03.2017

Il racconto delle X Giornate
e quello delle altre dieci
Brescia, le Piazze

Fotografia di www.ilariapoli.com
Fotografia di www.ilariapoli.com

Èil mese di marzo del 1849. I patrioti bresciani, stanchi di subire iniziano proprio dalla salita che costeggia “Il Frate” l’attacco alla guarnigione austriaca arroccata in Castello. Sono guidati da uomini che fi niranno sui libri di storia: Tito Speri, ma anche Sangervasio, Fiorentini, Gualla e molti altri. Nel corso dei dieci giorni di combattimenti saranno numerose le vittime che nei libri non ci fi niranno mai, ma avranno fornito quella prova di eroismo che varrà per Brescia la denominazione di Leonessa d’Italia. È il mese di settembre del 1978. Alcuni giovani trasportano e maneggiano attrezzature per concerti e spettacoli. Sono in piazza Duomo, ora, e stanno montando un palco mentre pensano che dopo domani sarà la volta di Piazza Vittoria. Non sono la maggioranza dei giovani bresciani. Ma agiscono come se lo fossero. Vogliono portare un po’ di novità in una città piuttosto spenta come Brescia, la città “bianca” per antonomasia. Sono stanchi e soddisfatti perché nonostante le critiche degli ambienti più reazionari della città gli eventi fi n qui proposti hanno avuto un buon successo di pubblico. È la prima manifestazione del genere che si svolge a Brescia e l’ha organizzata il Partito Radicale insieme a varie associazioni, in primis quella degli omosessuali. La kermesse durerà dieci giorni e, in memoria di quelle eroiche di un secolo prima, si chiama proprio “Le Dieci Giornate di Brescia”. *** Coloro che sono nati in ritardo per viverci penseranno siano difettose le lenti con cui osservo quel periodo. Del resto è una caratteristica diff usa quella di cedere alla nostalgia, ed è tollerabile in coloro che sanno di avere davanti meno anni di quelli che ormai si sono lasciati alle spalle. Succede,così, che il ricordo della propria giovinezza prenda alla gola e la consapevolezza di ciò che un po’ alla volta si è diventati trasformi quel passato in paradiso perduto. Quando ci si mette , la nostalgia travolge tutto e con l’abilità di un baro professionista riesce a cambiare le carte in tavola e a convincere gli incauti giocatori destinati a perdere sempre, che il passato sia stato esente da dolori, traumi, diffi coltà. Li spolpa prima di abbandonarli ad un presente che fa paura, non è dato di comprendere a fondo e si rivela sempre piuttosto deludente .Invece, quando penso agli anni Settanta, non ignoro i virus che li hanno contaminati e anzi, li osservo con attenzione per cercare di capire se non siano stati proprio quelli ad uccidere le possibilità di allora, a spianare la strada dapprima ad una normalizzazione e poi alla riprogettazione delle persone, modellandole in funzione del nuovo mondo che si annunciava. Penso agli errori tragici di quegli anni, alle vite umane buttate via per inseguire chimere originate dal colpevole sonno della ragione che affl igge talvolta gli Uomini. O alle vite sprecate nella ricerca di inesistenti dimensioni alternative. A quelle irrimediabilmente compromesse. Da quegli anni sono molti a non esserne usciti vivi. E molti vi hanno smarrito l’umanità. Ma è proprio questa consapevolezza che mi rassicura perché vi ritrovo la conferma che non è la nostalgia acritica ad avermi catturato, ma piuttosto è la memoria che sta facendo il suo dovere, selezionando il passato e distinguendone i vari aspetti. La mia memoria mi dice che gli anni Settanta sono stati meravigliosi e indimenticabili non perché avevo vent’anni, ma perché molti giovani di allora rivendicarono per sé un ruolo attivo nel cambiamento di ciò che avevano trovato. Sicuramente abbiamo sbagliato in molte occasioni. Dalla nostra parte, almeno la buona fede. Le ottime intenzioni. Che non bastano, è vero. Ma spiegano quel mondo. Gli strumenti per quella stagione di idee in movimento si chiamavano impegno politico, ma anche fantasia, creatività, musica. “Partecipazione” era la parola chiave: partecipare, esserci, sentirsi parte di una fra le tante comunità. *** Nel corso delle “seconde” “Dieci giornate radicali” arrivarono a Brescia, fra gli altri, Livia Cerini con il suo cabaret, Gianco e Manfredi, cantautori e, il secondo, successivamente, scrittore. Gianna Nannini. I fi lm di Nanni Moretti. Nel corso di una improbabile sfi lata di moda in piazza Duomo, uno del Kollettivo Trousses Merletti Cappuccini e Cappelliere sfi lò nudo destando polemiche sull’”altro quotidiano della città”. E poi, lo spettacolo di Alfredo Cohen, cantante, attore e attivista del “Fuori”. Ricordo in piazza Vittoria una sera fredda e un indimenticabile concerto degli Area, il pubblico seduto sulle scale della Posta e Demetrio Stratos con il maglione bianco ed il “riporto” che aleggiava nel buio a causa del vento. Con la sua voce scolpiva emozioni indimenticate. In quegli anni in cui nessuna Giunta comunale si sarebbe mai sognata di regalare “eventi” ai cittadini, i Radicali l’evento se lo inventarono da loro e per dieci giorni occuparono le piazze centrali della Città con spettacoli, dibattiti, mostre, happening. La società era molto diversa: gli omosessuali erano “malati” “invertiti”, buoni da sbeff eggiare, per i “maschi veri”, da insultare e picchiare, e solo nel 1990 l’OMS cancellò l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali. Il diritto al divorzio era stato conquistato da pochi anni. L’aborto legale era ancora lontano da venire. In compenso esistevano ancora il “delitto d’onore” e il “matrimonio riparatore”. Erano anni così, in cui perciò il divario ideale era ben disegnato e solcava la società. Ci si dava da fare tutti, ognuno per la propria causa. Se i conservatori organizzavano comitati e Madonne pellegrine che avevano il compito di mostrare alla società la soff erenza dei cieli per i peccaminosi percorsi degli uomini - il clero, che pesava più di oggi, era schierato in maniera militante a difesa dello status quo – c’era tutto un mondo laico che non s’arrendeva. Avevamo i nostri social anche noi. Il più frequentato era Piazza Duomo. Per “postare” un’opinione dovevamo incontrare personalmente i destinatari. Per manifestare un’adesione non bastava digitare un “mi piace” sul pc, ma bisognava muoversi. Da quell’humus sono arrivati i cambiamenti della Società. E mentre osservo la gente dell’oggi che mi sembra animata da un “nuovismo” vecchio e pericoloso come l’autoritarismo e inutile come il “disimpegno degli indignati” ripenso a quelle persone dei Settanta che, come i loro avi di centotrent’anni prima, almeno ci provarono ad assaltare non una torre, ma il cielo intero. Nel tentativo audace di portare l’immaginazione al potere.

 

di Roberto Bianchi

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