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sabato, 18 novembre 2017

Il racconto di due colli
gentili e di un monte
impervio: Brescia

Fotografia di www.ilariapoli.com

I l Cidneo vien su dal Centro storico come un fungo. Di fatto, ne è parte integrante. Ci si può arrivare in auto da San Faustino o da Piazzale Arnaldo . E a piedi, da piazzetta Tito Speri, lungo una salita non sempre dolce, oppure, appena un po’ prima del Frate, mediante una scalinata misteriosa e suggestiva. O, ancora, da un’altra scalinata vicina al semaforo fra Via Musei e via Mazzini, prima della Galleria “Tito Speri” che proprio sotto al Colle ci passa. Questi percorsi poi si intersecano fra di loro man mano si sale verso la sommità. Ci sono molti alberi, siepi, aiuole curate e vegetazione che hanno costituito (e, forse, ancora lo sono), ripari ideali per pratiche sessuali estemporanee e notturne, improntate alla rapidità. Da sempre, passata la stagione più fredda, è la meta degli studenti che marinano la scuola. In cima al Cidneo c’è il monumentale Castello. Testimonianza storica importante. Bellezza architettonica. Sede di un Museo delle Armi di rilevante importanza (e non potrebbe essere altrimenti in una provincia che alla produzione delle armi, da secoli, deve fama e ricchezza). Sede della guarnigione austriaca attaccata dai bresciani nel corso di quelle X giornate che hanno procurato alla nostra città il titolo di “Leonessa d’Italia”. Delle colonie elioterapiche in epoca fascista. Del plastico ferroviario che stupiva noi bambini di mezzo secolo fa. Meta di passeggiate non molto impegnative, visto che ci si può arrivare anche in auto. Tanti anni fa, nell’altro secolo, c’era pure uno zoo piuttosto casereccio, messo insieme alla bell’e meglio. Mi ricordo un orso bruno che tristemente dondolava la testa per tutto il giorno, in una gabbia angusta, disperato. La giraff a che sporgeva il collo dalla recinzione per catturare il cibo che portavamo. Le foche. Una zebra che Quilleri, il Re dei Cinema di Brescia, da sfegatato tifoso juventino, per sfottere il sindaco Boni, sfegatato tifoso del Brescia, regalò alla Città. E ancora oggi risento l’urlo terrifi cante dei grossi felini. Lo zoo era una Mauthausen per animali ed è stato un bene l’abbiano chiuso. Adesso di leoni ci sono rimasti soltanto quelli in pietra di Domenico Ghidoni, uno scultore originario di Ospitaletto. Fanno bella mostra di sé, appena svoltato a destra dopo il vòlto dell’entrata e impressionano, tumefatti dal tempo e dalle intemperie. Il Monte Maddalena è la montagna dei bresciani. E’ servito pure dagli autobus e ci sono state costruite molte case dei ricchi. Ad un certo punto c’è persino una monumentale “Tomba del cane”, una tomba senza salme dentro che la leggenda vuole ospiti soltanto le spoglie di un cane, appunto. Una volta la Maddalena era collegato con la Città anche da una funivia che arrivava in Viale Bornata. Ora la sommità è infestata(o impestata?) da ripetitori di radio e televisioni. Una volta c’erano diverse trattorie molto popolari: tutti quelli che hanno più di quarant’anni si ricorderanno di “Citrìa”, o del “Marinaio” (piuttosto incongruo, come nome, per un posto in cima alla collina di una città che dal mare più vicino dista almeno duecento chilometri) dove la pulizia non era che un optional, le tovaglie erano brutalmente strappate al momento, da un rotolo di carta e le sedie zoppe. In compenso il formaggio fuso procurava un orgasmo del palato e il vino bianco era sempre fresco al punto giusto. Oppure di “Briscola”, che esiste tuttora ed è un fi or di ristorante anche se il fascino di quei tempi purtroppo è andato perduto. In prossimità di quei locali ci si poteva arrivare in auto, ma l’ultimo pezzo di strada lo si doveva fare a piedi. Nella bella stagione, alla sera, era bello andarci e ancora di più venirne via saturi di cibo e vino, rallegrati: in quei posti ci andava prevalentemente in compagnie abbastanza numerose... Lungo i tornanti, o negli spazi contigui allo stradone che sale fi n sulla sommità, le coppie automunite potevano trovare un po’ di intimità. I guardoni più pazienti ne ricavavano grandi soddisfazioni. In Maddalena ci si arriva partendo da Piazzale Arnaldo. Si può scenderne anche da Nave. Il Cidneo e la Maddalena sono i due colli caratterizzano Brescia. Nella nostra città, come in tutte le altre della penisola, del resto, c’è però anche un monte più impervio. Il nostro è in pieno centro, sotto il portico che da Piazza Loggia conduce in Piazza Vittoria. E’ il Monte di Pietà . Accedervi è semplice. Venirne via può essere piuttosto complicato. In ogni caso è umiliante. E’ un’istituzione tardo medioevale (seconda metà del XV secolo) sorta su iniziativa di alcuni frati che, senza scopo di lucro, erogavano prestiti a persone in diffi coltà in cambio di un pegno. Se il prestito non veniva restituito nei tempi previsti il pegno andava all’asta. Più o meno funziona ancora così, solo che, ora, un lucro per la banca che lo gestisce è assicurato. Il prestito è rinnovabile ogni sei mesi. Il Monte è costituito da una stanza di medie dimensioni con due sportelli: quello dei rinnovi, appunto, e quello dei riscatti. Vi sono alcune sedie addossate alle pareti, ma sono molti coloro che, dopo aver strappato il proprio numeretto dell’erogatore, indispensabile per regolamentare la fi la, se ne stanno in piedi nervosamente, in attesa del proprio turno. C’è gente che aspetta fuori ,fumando e sbirciando di tanto in tanto all’interno, per non perdere il proprio turno. I due impiegati da dietro il loro vetro non sempre si ricordano di aggiornare la numerazione sui rispettivi display appesi al soffi tto e a volte nascono discussioni; altre, conversazioni. Capita ci sia chi sostiene di portare i propri beni al Monte per difendersi dai topi di appartamento senza dover ricorrere ad una costosa cassetta di sicurezza in banca. Ogni volta, chi se lo sente dire, fi nge di crederci e approva la furbizia. Ci sono molti stranieri. Molte le persone anziane. Giovani madri ci arrivano insieme ai fi gli dentro al passeggino. La sensazione, guardando questa gente, è che sia oppressa dall’ imbarazzo di chi è aggredito da avversità “ improvvise” che tuttavia si presentano con sorprendente puntualità. La vergogna segna i volti, e il timore d’essere visti corrompe di soff erenza gli sguardi abbassati di taluni. Del resto qui bisogna venirci con qualcosa di valore da lasciare in pegno: generalmente sono i gioielli di famiglia, cose che qualcuno ha lasciato in eredità a quelle persone che ora, sconfi tte dalla vita, li affi deranno ad altri per ricavarne in cambio denaro spendibile immediatamente. Con il rischio, se inadempienti, di vederselo sfi lare via. Il Mont è riservato a chi non può chiedere un prestito in banca. Il gradino successivo sono gli usurai. Oppure i “Comprooro”. Se ne viene via pervasi da una malinconia che ha a che fare con la crudeltà di certi destini.

 

di Roberto Bianchi