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18 settembre 2018

Cultura

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12.03.2018

ll racconto degli
sfrattati dal Bigio
Brescia

Particolare del plastico del Quartiere Sbandi
Particolare del plastico del Quartiere Sbandi

Per l’intera giornata, ripensando a risultati elettorali meno sorprendenti di quanto ci si voglia far credere, mi ha accompagnato una frase: ”In Italia la situazione politica è grave, ma non seria”. Il suo prodigo autore, il sagace e adorato Ennio Flaiano, mi fornisce altre parole per defi nire il mio pensiero mentre, ai tavolini di un bar, Rossana, Rosa e Ivana mi raccontano della loro infanzia. Orgogliose, non tentennano e il groppo in gola viene a me che le ascolto. Tutte e tre sono nate nel “quartiere degli Sbandi”, a Brescia, cioè nelle “abitazioni” che vennero costruite per fornire alloggio alternativo alle migliaia di persone che vennero sloggiate dai Quartieri delle Pescherie e del Granarolo quando furono abbattuti per far posto a Piazza Vittoria, l’agorà fascista dell’architetto Piacentini. Nel 1929 in fretta e furia si iniziò a tirar su la nuova sistemazione abitativa per quegli ingombranti “sfrattati”, fra i quali si annidavano- visto la loro estrazione sociale - anche numerosi antipatizzanti del regime. Una roba provvisoria, vicina al fi ume Mella dalle parti di Ponte Crotte, tanto per sanare l’emergenza. L’area venne così occupata da capannoni all’interno dei quali, ad ogni famiglia, spettava un modulo di circa venti metri quadrati (5,00 x 4,50). Il pavimento era una massicciata di cemento. Le pareti fatte di mattoni, i tetti di legno: all’interno, una tenda divideva in due le singole unità: la cucina, dalla camera da letto comune per tutta la famiglia. Alle famiglie più numerose, composte da almeno sette persone, venivano assegnati due moduli: quarantacinque metri quadrati in tutto. I servizi igienici erano comuni e collocati in un’apposita zona dell’intera area. Non stupirà nessuno, a proposito di latrine ed esigenze corporali, immaginarsi il gran traffi co di “bocài” (i pitali con dentro i bisogni notturni) ogni mattina, quando venivano svuotati dove capitava. In totale, quindi, l’area era occupata da una quindicina di capannoni bassi e lunghi che contenevano le unità abitative - senza acqua corrente, né riscaldamento, né gas - dodici lavatoi comuni e sei strutture con quattro latrine ciascuna. Il tutto era recintato. Le mie amiche mi mostrano qualche foto dell’epoca: mancano il fi lo spinato elettrifi cato, i feroci cani lupo a malapena trattenuti da implacabili teutonici armati, ma per il resto queste vecchie immagini in bianco e nero, spiegazzate e fruste, evocano i campi di concentramento. Rosa, Rossana e Ivana ci sono nate qui dentro, perché , ecco le parole di Flaiano in soccorso: “ In Italia niente è più defi nitivo del provvisorio”. Gli ultimi ad andarsene da quelle baracche, infatti, l’avrebbero fatto solo nella seconda metà degli anni Sessanta; i primi nel 1956. Le ascolto, ma riesco persino “guardarli” i loro ricordi: ce li hanno disegnati in faccia, e mi raccontano di una dignità che viene da lontano, violentata per decenni, ma mai assassinata del tutto. Una dignità sopravvissuta integralmente e da difendere, addirittura da esibire con orgoglio ora che le sue ferite si sono rimarginate. Le ascolto attentamente, “la” Rosa, “la” Ivana e “la” Rossana, e ancora una volta penso che la realtà spesso non ha alcun bisogno della fantasia per presentarsi inverosimile. Penso a come certa povertà possa arricchire, in quanto a formazione, e verifi co che se sei cresciuto in una specie di Corte dei Miracoli ai margini della città poi non avrai più paura di niente. Gli sfrattati in quel quartiere ci arrivarono con i loro pochi beni materiali. In un luogo dove per forza doveva trionfare l’arte di arrangiarsi, chi aveva un lavoro all’esterno doveva tenerselo stretto, mentre chi nei quartieri abbattuti avevano avuto una bottega commerciale o artigianale era obbligato a proseguirla “di nascosto”. C’erano commerci di vario tipo, lì dentro, e semi clandestinamente, anche attività ormai scomparse (una per tutte: il “pàrolot” lo stagnino che riparava le padelle). Il riciclo, che oggi va tanto di moda a fi ni ecologici, una volta era necessario per poter mettere insieme il pranzo con la cena: quindi commerci , per esempio, di pelli di coniglio, di sigarette sfuse e mozziconi e tabacco trinciato forte, di rottame, di “benne” ( gli scarti di materiale ferroso che venivano ceduti al “carbunì” in cambio di mattonelle di combustibile), di tutto il possibile. O meglio, più che di commercio, all’interno del campo, è più appropriato parlare di “baratto”: i soldi in giro erano talmente pochi che potevano anche essere “aboliti” senza diffi coltà. Nell’anno del Concordato fra lo Stato Fascista e la Chiesa cattolica non sorprende registrare che ci avessero costruito pure una chiesetta nel Quartiere Sbandi, mentre non esisteva un edifi cio che fungesse da scuola. E così i bambini dell’accampamento dovevano uscirne per poter frequentare le stesse scuole degli altri, che li guardavano male, perché venivano dal quartiere malfamato, perché erano poveri, probabilmente meno puliti, sicuramente più “sgamati”, si direbbe oggi, perché vivevano in un luogo “diverso”, con abitudini “diverse” e quindi erano essi stessi dei “diversi: lo si vede anche oggi con gli immigrati quanto ci faccia paura la povertà degli altri, terribile rappresentazione di quella che potrebbe colpire anche noi. A Rosanna, che non vuol darlo a vedere, si inumidiscono gli occhi quando ricorda che nei primi Anni Cinquanta venne allontanata dalla Scuola Media pubblica, perché non gradita in quanto proveniente da quel posto miserabile. I bambini di quel singolare quartiere avevano il fi ume Mella, però, ed una “spiaggia” tutta per loro, naturalmente chiamata “spiaggia d’oro”: alcuni sono stati salvati all’ultimo momento, mentre ci fu almeno un caso di annegamento. Disponevano di una forzata “libertà”, quei bambini, spesso abbandonati a se stessi e costretti a crescere in fretta, perché i genitori dovevano lavorare. Crebbero in una dimensione comunitaria, fatta di porte senza serrature e della solidarietà indispensabile per debellare la disperazione. La gente di “fuori” si addentrava malvolentieri in quella casbah che condivideva la stessa sinistra fama del Carmine - fra di loro un rivenditore di ghiaccio che si chiamava Amore - anche se Rosanna ricorda che i residenti più vecchi raccontavano di pericolose incursioni da parte di militi fascisti che, provenienti dalla vicina caserma e dalla polveriera, venivano a scegliersi con arroganza le giovani più avvenenti. Ho imparato qualcosa da queste tre donne . Mentre vado via scopro di aver anche trovato la perfetta collocazione per il Bigio: la statua che negli anni del regime ha troneggiato in Piazza Vittoria e ora giace nei magazzini comunali dovrebbe essere portata dove sorse il “Quartiere degli Sbandi”, per ricordare le migliaia di persone che vennero cacciate dalle loro case per cedergli il posto e signifi care una verità che racconti per sempre della protervia e della violenta brutalità fascista. La stessa che costrinse uomini e donne incolpevoli a vivere in condizioni disumane per decenni.

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