19 marzo 2019

Cultura

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12.01.2019

Il Carnevale poetico di «Bresciamella»

La copertina del volumeIl Carnevale di Bagolino
La copertina del volumeIl Carnevale di Bagolino

Sollecita nascostamente la differenza. La consonante a gamba tesa-e-petto in fuori, la erre di «Bresciamella» (Temperino Rosso Edizioni), da capirsi alla fine, in fondo in fondo. Il genovese Flavio Tamiro, stregato dai bagossi e dal loro Carnevale, compone una silloge poetica – tutta in rima baciata, tutta in rima alternata. Vestìti i panni da draghetto cantore, in prestito agli affreschi della pieve di Bagolino, ecco il mito, la super-realtà, la tradizione – tutt’altro che casearia. CLASSE 1960, festeggiato da poco il compleanno, l’insegnante in pensione è contento del suo tempo sgombro lombardo, anche di star solo («Ho incendiato troppe lenzuola nel corso degli anni»). Con bocca multilingue, con la levità propria ai pappini dei pioppi, scrive. Queste 26 lirichette ispirate alle metamorfosi del carnem-levare tolgono sillabarmente la carne ai topos, scelti di giocosa prepotenza tra geografia idrografia filosofia. «Poiché mi piace l’Oglio/ sai quanto io ti voglio/ e come in sogno palpi/ le nobili Prealpi?»: il lago d’Iseo. «Sì morbida nel clima, gioiosa nel trastullo,/ intrappolasti l’alma d’un tenero Catullo»: Sirmione. Da Collebeato a Lonato, sul cucuzzolo del Monte Netto o entro il letto del Chiese, Tamiro rimira le processioni del tempo, fra gendarmi, rupi, nani e stendardi. Un codice miniato d’ilarità. LA CITTÀ fa da neo tuttavia, sulla mappa poco urbana. Il Capitolium è sineddoche per Brescia, sito nobile «in cui musei/ diventin strada:/ chi passi badi/ e bada». Interviene poi la quietante Natura, di castagneti artistici («Pissarro ti dipinse di pennello/ Cézanne ti colse spoglio di cappello») oppure fringuelli letterari («Sei come un impiegato:/ un abitudinario,/ Leopardi ti descrisse/ un tipo solitario») o corolle muliebri («Pur glabra… ma violetta,/ naturalmente dopo… la ceretta»). Divertirsi: l’imperativo, forse. Prove empiriche ne dà, il poeta. Allarga le ganasce alla pari d’un mediconzolo che cura fegato testa reni e nervi con gramigne e preci – «Se mal perdura a queste prime prove/ ripetere la storia volte nove». E si legge e si rilegge, difatti, la ricetta, contentandosi dell’impiastro ambiguo, sapor burrasca. Ma è già l’ora degli addii: «Il latte era camuno/ il burro di nessuno:/ versate sulla pasta/ e… vi saluto e basta!», tuona il drago Bresciamella. Non prima d’aver ricordato a Severino la trama del suo stesso studiare (l’eterno), ché «il divenire è niente, parente d’apparente». •

Alessandra Tonizzo
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