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17 dicembre 2018

Cultura

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17.01.2015

IL VOLTARSI INDIETRO DI CIANO

Voltarsi: Ciano sulla sedia al centro, prima di essere fucilato, e nello stesso gesto dieci anni prima, in Cina
Voltarsi: Ciano sulla sedia al centro, prima di essere fucilato, e nello stesso gesto dieci anni prima, in Cina

Lettere, memoriali e diari sono documenti che danno l'esaltante sensazione di calarci nell'essenza più intima e vera della storia mettendo in diretta connessione con protagonisti e vicende del nostro passato. Superato un primo momento di ebbrezza, la questione che si deve affrontare è però quella inerente il tasso di veridicità racchiuso in quelle fonti, non tanto per quanto concerne l'effettiva originalità del materiale, quanto piuttosto in relazione al dubbio se l'estensore stia effettivamente dicendo il vero o non stia piuttosto costruendo, tra omissioni, giustificazioni e autorappresentazioni, un ritratto di sé ad uso dei posteri o anche, più semplicemente, della propria coscienza. In altri termini, nel ricostruire la biografia di un personaggio ci si rende molto spesso conto di come, quanto più un documento sembra in apparenza rispecchiare il suo pensiero, tanto più la storia si trova a dover rinunciare alla certezza dei riscontri oggettivi e a valicare il labile confine che la separa dalla psicanalisi per avventurarsi a indagare le misteriose circonvoluzioni dell'animo umano.
Tra gli archetipi del documento «perfetto» da maneggiare però con estrema cura c'è sicuramente il diario di Galeazzo Ciano che Castelvecchi ripropone ora in una nuova edizione con un interessante saggio introduttivo firmato da Giuseppe Casarrubea e Mario Josè Cereghino (Diario 1937-1943, 793 pagine, 44 euro).
Modello di nepotismo italico, con tanto di iscrizione al Fascio retrodatata ad arte per apparire squadrista della prima ora, Galeazzo Ciano doveva la sua folgorante carriera all'essere figlio di Costanzo, medaglia d'oro della Grande guerra, ras del fascismo livornese, ministro delle Poste e telecomunicazioni, presidente della Camera ma anche abile affarista che alla morte, nel 1939, lascerà un colossale patrimonio (al cambio odierno circa 700 milioni di euro) accumulato in modo non propriamente limpido durante il Ventennio. Il matrimonio con Edda, la figlia di Mussolini, proietterà Galeazzo ai vertici del regime facendone il tronfio ambasciatore del fascismo con il prestigiosissimo incarico di ministro degli Esteri, un ministro «Sui Generis» come ironizzavano a mezza voce gli italiani, irreggimentati in nere coorti ma senza riuscire ad estirparne il dissacrante senso dell'umorismo. A partire dal 22 agosto 1937 e fino all'8 febbraio 1943, Ciano registra scrupolosamente la sua attività in un diario che si affianca ai diciotto volumi di Colloqui nei quali raccoglie i verbali segreti delle conversazioni con ministri e ambasciatori. «Ecco il più bel lavoro della mia vita! Qui c'è in sintesi la storia d'Italia dell'ultimo periodo, parte di quella d'Europa ed un poco di quella del mondo» affermava soddisfatto, prima della catastrofe, considerando la possibilità di vendere all'estero i diritti per la pubblicazione di quel diario. Un diario che, se traccia il ritratto di un'epoca e di una mentalità restituendoci da un osservatorio privilegiato le dinamiche interne al regime, è allo stesso tempo lo specchio di fronte a cui l'autore, col passare del tempo, si sente libero di dire verità sempre più inconfessabili avviando un progressivo processo di scollamento dalla politica mussoliniana, a cominciare dalla scelta del mortifero abbraccio con Hitler. Il diario che doveva fare da canovaccio per la futura autobiografia di quello che aveva voluto credersi un grande statista diviene così un esame di coscienza sempre più severo, anche se non privo di intenti autoassolutori. Se infatti è evidente il proposito di difendersi preventivamente in vista dell'uragano che avrebbe travolto il fascismo e della punizione che i vincitori avrebbero imposto, altrettanto evidente in quelle pagine è l'evoluzione interiore e politica di un uomo tutt'altro che stupido e superficiale, come la sua immagine indurrebbe a far credere, che guarda con occhio impietoso il suo capo e la voragine di lutti e distruzioni in cui stava precipitando un'Italia subdolamente stretta dal giogo del prepotente «alleato» nazista. Tra le parti più studiatamente pensate del diario se ne intravedono così molte nelle quali, più o meno volontariamente, Ciano apre il suo animo con una sincerità assoluta, come nelle pagine sul suocero prodotte, per usare le parole del diplomatico americano Sumner Welles, da un'«analisi parzialmente inconscia di Mussolini» che «difficilmente potrebbe risultare più demolitrice».
DOPO LA CADUTA del regime, la carica dirompente di quei diari e la forza con cui avrebbero potuto dimostrare il comportamento criminale dei nazisti ne fecero l'oggetto di una lotta senza quartiere che vide impegnati i servizi segreti tedeschi contro quelli degli Alleati. In questo scenario si inserisce l'ultima disperata battaglia combattuta da Edda per salvare il marito dalla vendetta di Hitler e dei repubblichini. Tra i firmatari dell'ordine del giorno Grandi e processato a Verona con l'accusa di «tradimento dell'Idea», Ciano aveva infatti nei diari l'unica merce di scambio per salvarsi la vita. L'operazione, con il progetto di un rapimento simulato per metterlo in salvo, non andò tuttavia in porto; il suo destino era ormai segnato. I tedeschi riuscirono a mettere le mani solo sui Colloqui, mentre i diari, dopo rocambolesche avventure, finirono nelle mani degli americani, per essere pubblicati dopo la guerra, per la prima volta dal quotidiano romano Il Tempo.
«Il crimine che presto espierò consiste nell'essere stato il testimone della fredda, crudele, cinica preparazione della guerra in atto da parte di Hitler e dei tedeschi, e di esserne rimasto disgustato.ono stato l'unico straniero ad aver osservato da vicino questi schifosi banditi mentre pianificavano di gettare il mondo in questo sanguinoso conflitto. Ora, da gangster quali sono, stanno progettando di sopprimere un pericoloso testimone. Ma hanno fatto male i loro calcoli. Molto tempo fa ho messo al sicuro un mio diario, assieme a vari altri documenti. Sono carte che proveranno, assai più di quanto possa fare io, i crimini commessi da questa gente. In preda alla sua vanità e infischiandosene di ogni valore morale, Mussolini — un fantoccio tragico e vile — si è poi unito a loro». Così scriveva Ciano in una lettera indirizzata a Churchill dal carcere veronese degli Scalzi il 23 dicembre 1943 e affidata a Frau Felicitas Beetz, al secolo Hildegard Burkhardt, maggiore del Sichereitdienst che lo spiò, lo amò e ne divenne la confidente per carpirgli i ricercatissimi taccuini. In questa pagina che potrebbe idealmente chiudere il diario c'è sicuramente un estremo tentativo di riabilitarsi ma c'è anche e soprattutto, in articulo mortis, l'estremo atto di omaggio a quella verità che Ciano, nei suoi soliloqui, non aveva potuto nascondere a sé stesso. La stessa verità che dovette tragicamente apparirgli in tutta la sua potenza l'11 gennaio 1944, alle nove di un gelido mattino, quando affrontando con dignità il plotone d'esecuzione si voltò indietro un'ultima volta nella vana attesa di una grazia mai arrivata.

Stefano Biguzzi
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