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23 settembre 2018

Cultura

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13.04.2018

L’ORIZZONTE DEL CIELO

Valerio Capasa con Ilenia Vasta che ha introdotto l’incontro. Oltre 700 le persone all’auditorium Balestrieri
Valerio Capasa con Ilenia Vasta che ha introdotto l’incontro. Oltre 700 le persone all’auditorium Balestrieri

La letteratura come specchio nel quale vedersi e riconoscersi. Come lo scudo e la spada per Rinaldo nella «Gerusalemme liberata», che portano il soldato cristiano a riprendere coscienza della propria missione dopo il folle innamoramento per Armida, così vale per ogni uomo sulla Terra. Ognuno, secondo Torquato Tasso e secondo Valerio Capasa, è alle prese con una missione: nel dualismo tra i grandi valori spirituali e il seguire il desiderio, «è importante non perdere l’orizzonte del cielo. Se non si ha questo sguardo, si perde tutto». Tasso, «che era un poeta, ma è stato anche preso per pazzo», è stato il protagonista della seconda serata del Mese letterario, appuntamento organizzato dalla Fondazione San Benedetto all’auditorium di via Balestrieri, con oltre 700 partecipanti. A parlarne è stato Valerio Capasa, docente e collaboratore del Dipartimento di Italianistica dell’università di Bari. «Di solito, su Tasso si dice che ha scritto la Gerusalemme liberata, è il gemello di Ariosto, subisce la cappa della Controriforma e si dice che fosse pazzo, perché fu richiuso sette anni in un monastero – ha esordito Capasa -. In realtà, non era pazzo, ma malinconico: ma la malinconia sembrava una malattia e questo accade anche oggi. Leggendo la Gerusalemme liberata, si mettono in moto non solo le nostre malinconie, ma anche i nostri eroismi». Nonostante l’opera di Tasso parli della prima crociata in una lingua di cinquecento anni fa, «attraverso di lui si scopre qualcosa di più di noi stessi, come solo i geni sanno fare: la grandezza dei libri veri è che li leggi e ti senti letto». Il racconto di Capasa è partito dal secondo canto della Gerusalemme liberata, narrando la storia di Sofronia e Olindo. Per salvare i cristiani dal massacro del re pagano, la donna si autoaccusa del furto di un’immagine della Madonna da una moschea: davanti al re, dice di conoscere il colpevole e accusa se stessa, con una «magnanima menzogna». «Esiste una verità più vera di questa grandiosa bugia? - si è chiesto il docente, interpretando Tasso -. Cinquecento anni dopo, il problema è lo stesso: come ha scritto il dissidente russo Vladimir Bukovskij, nella folla, in una situazione estrema, vince lo spirito di autoconservazione ed è proprio questo a far perdere la salvezza. Ma stretto contro il muro c’è un uomo che dice “io sono il popolo, io sono la nazione” e preferisce la morte fisica a quella spirituale». TASSO, uomo malinconico e buono, attinge da Dante, Petrarca e Boccaccio e parla della prima crociata, ma lo fa «in molli versi»: «Anche grazie a lui, ho capito il vero senso delle crociate – ha spiegato Capasa -. Avevo letto che i crociati erano partiti perché a Gerusalemme c’erano i turchi: quindi, il tentativo di distruggere il Santo sepolcro, gli stupri delle suore, gli incendi c’erano già stati. E se si cancellano i posti, si cancella la fede: Goffredo di Buglione, rivolto ai soldati, dice che non hanno lasciato le loro case per avere la gloria e conquistare la terra, ma per “sottrarre i cristiani al giogo indegno di schiavitù”. Versare lacrime per un uomo, Cristo, che aveva versato sangue: questo spinse molti a partecipare e ad andare incontro a morte quasi certa». Ma Tasso ne parla anche attraverso vicende amorose, dolorose ma rivelatrici: durante il rogo a cui Sofronia e Olindo vengono condannati (per un crimine che non hanno commesso: lui si autoaccusa per salvare l’amata), lei dice «Mira ’l ciel com’è bello, e mira il sole ch’a sé par che n’inviti e ne console – ha raccontato Capasa -. Ognuno pensa che può vivere per un’altra persona: ma l’orizzonte è molto più grande». Nella vicenda di Rinaldo e Armida (lui cristiano, lei pagana), si parla degli uomini che «abbandonano le armi» per l’amata, rinunciando a tutto il resto: «Per farti vincere lo spontaneismo, c’è bisogno degli amici: non sono i loro discorsi a convincere, ma quando questi ti danno uno specchio in cui ci si può vedere veramente – ha sostenuto Capasa -. Ognuno sa qual è lo specchio davanti al quale può riconoscersi». •

Manuel Venturi
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