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mercoledì, 18 ottobre 2017

La modernità di Luigi Pirandello
Di quel Mattia Pascal che ride di sé

Maria BelponerLuigi Pirandello: fra i maggiori scrittori italiani di tutti i tempi (BATCH)

Convinto com'era di essere attore, e quindi padrone, della sua «tragedia buffa», Mattia Pascal avrebbe riso senza criterio. Sui 150 anni di nascita, la vecchiaia e il tempo che scorre inesorabile: sciagure strane dell'esistenza. La mente del suo creatore, però, resta moderna, oggi più che mai: buon compleanno Pirandello! Ricorrenza, quella del 28 giugno, che merita celebrazioni con i sacri crismi. L'Ateneo di Brescia (Accademia di Scienze, Lettere ed Arti) ha voluto farlo con un incontro cucito su misura: «Modernità di Pirandello».

TRIS DI OSPITI introdotti dall'accademico Pietro Gibellini: Maria Belponer, del liceo ginnasio Arnaldo, Veronica Tabaglio ed Elena Sbrojavacca, entrambe dell'Università Ca' Foscari di Venezia. Tra letture, approfondimenti e nuove riflessioni. I meccanismi pirandelliani rimandano a un mondo che ha perso certezze antiche: «Serve una precisazione: si tende a identificare “Il fu Mattia Pascal” come il romanzo in cui vengono applicati i principi del saggio sull'umorismo. In realtà non è così - precisa Belponer -: il primo è del 1904, il secondo del 1908. Semmai è il contrario, prima viene il romanzo e dopo la riflessione sullo stesso».

Romanzo come corpo di immagini, ma anche quale forma di autobiografia fittizia: «In Pirandello il protagonista è narratore, racconta la sua falsa autobiografia. L'umorismo ne costituisce una componente importante: è la commistione tra il comico e il tragico. L'intuizione geniale sta nello scarto: tra l'avvenimento del contrario e il suo sentimento».

La matrice amara dell'umorismo assume origini nobili: le «Operette Morali» leopardiane e la figura di Copernico. «Concetti che vengono veicolati dallo scrittore siciliano attraverso trame teatrali, anche nei romanzi – prosegue Belponer –. Mattia Pascal passa dal principio istintivo a quello della risata: ride di tutte le sventure che gli occorrono».

Il passaggio fondamentale dell'architettura letteraria resta, tuttavia, la tragedia di Oreste e lo strappo nel cielo di carta: «È la consapevolezza che la tragedia antica non può più esistere nel mondo moderno. La dimensione quotidiana dell'uomo si abbassa, il sistema di valori del tempo antico viene meno. E Oreste si trasforma in Amleto». Punto di non ritorno che, nelle considerazioni di Tabaglio, si traduce in un elogio alla follia.

«UNA FRAMMENTAZIONE dell'Io, che provoca tante diverse sfaccettature di cui Pirandello si fa carico – spiega la studiosa –. Già nel titolo “Uno, nessuno, centomila“ tutto questo appare chiaro e immediato. Affrontò il tema della follia in modo molto pervasivo, influenzato dalle vicende personali che lo interessarono. Già nel 1915 la moglie cominciò a essere colpita dalla paranoia che poi la portò in una casa di cura, qualche anno dopo».

Frammenti che chiariscono il senso di un'intera esperienza. Anche se l'ultima considerazione sull'universo pirandelliano non può che riportare all'assunto iniziale, lasciando l'amaro in bocca per la scoperta di un quotidiano diverso. Depredato di quei connotati tipici della dimensione dell'epoca classica. «Beate allora le marionette. Che non hanno nessuna consapevolezza della vita».

Pirandello, indossando la sua maschera migliore, avrebbe condiviso. Davanti a un presente sempre meno sicuro.